- Autore: Rocco Giammetta
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2018
L’anacronismo del 1914-1918: in un conflitto di grandi masse di combattenti, di umili fanti spendibili, “carne da cannone”, gli eserciti si dotarono di singoli specialisti, che agivano sostanzialmente da soli. Rocco Giammetta, ufficiale carrista esperto di armi e di tiro di precisione, ha realizzato un saggio per Gaspari Editore, I cecchini nella Grande Guerra. Scharfschutzen, Snipers, Tirailleurs d’élite, tiratori scelti italiani e i fucili di precisione, pubblicato in prima edizione nel 2015 e in ristampa nel giugno 2018 (Udine, collana “Guerra e collezionismo”, 158 pagine).
Si può dire che il cecchinaggio pianificato sia nato con la guerra di trincea. In precedenza, se n’era riconosciuta l’utilità, ma i numeri d’impiego erano rimasti sempre in scala ridottissima. Fu l’esercito tedesco a dare l’esempio, disponendo già di migliaia di soldati addestrati al tiro mirato e anche di straordinarie ottiche, lenti, cannocchiali e sistemi di puntamento. Gli austriaci si mossero di conseguenza e gli avversari anglo-francesi dovettero darsi da fare a loro volta, tanto per emulare il nemico che per contrastare i cecchini con anti cecchini. L’esercito zarista non contemplò invece la specialità e questo consentì ai tiratori austro-tedeschi di scegliere i loro bersagli senza preoccuparsi di un possibile controcecchinaggio.
Si badi, gli sniper di nessun esercito hanno vinto la guerra, né sarebbero stati decisivi anche in numeri maggiori, però hanno avuto un ruolo sul campo, eliminando bersagli di rilievo e sensibili: ufficiali, artiglieri, portaordini, radiotelegrafisti. Ancora maggiore il loro impatto sul piano psicologico. Scuotevano il morale, destabilizzavano i soldati nemici, li condizionavano nei movimenti, col pericolo d’essere raggiunti in ogni momento da un colpo preciso.
L’autore fa presente che in Italia l’argomento cecchinaggio ha sempre trovato resistenza. È stato trattato con molte riserve dagli storiografi nazionali. In parte si deve alla mancanza di documenti ufficiali, andati persi per varie ragioni. Le “carte” rinvenute sono poche, a cominciare dal fatto che le strette classificazioni di segretezza ne prevedevano la distruzione quando rischiavano di finire in mano nemica. Peraltro, nessuno si è soffermato su argomenti riguardanti i tiratori scelti italiani, probabilmente perchè la nostra cultura di matrice cattolica considerava sacra la vita umana e quindi uccidere a freddo un uomo veniva considerato meno accettabile che farlo in combattimento. Potrebbe essere anche per questo, che fra i nostri tiratori scelti pochissimi abbiano raccontato le loro esperienze di guerra. Al contrario, abbondano le testimonianze sull’implacabilità del cecchino asburgico.
Tra i soldati era sempre presente l’idea che un fucile nascosto chissà dove, anche a centinaia di metri di distanza, potesse colpirli all’improvviso. L’autore sostiene d’avere voluto anche per questo verificare l’efficacia dei cecchini nemici e come il Regio Esercito si sia adoperato per affrontare la minaccia.
Tornando a tutti gli eserciti e all’inizio del primo conflitto mondiale, va detto che nemmeno allora il tiro di precisione venne concepito in modo effettivamente strutturato. Si pensava che la stasi nella guerra di movimento fosse soltanto temporanea e quindi non si riteneva necessario dare un carattere meno episodico al cecchinaggio e meno locale, unità per unità. A conti fatti, si trattò di un errore e dell’occasione mancata d’infliggere maggiori perdite al nemico, risparmiando in proporzione le proprie. Anche nelle grandi azioni offensive si sarebbe potuto valorizzare l’impiego dei tiratori. Avrebbero potuto coprire i compagni all’assalto di una trincea, eliminando le mitragliatrici e costringendo il nemico a coprirsi; sarebbero stati utili nell’appoggiare i compagni impegnati a “rivoltare” e rafforzare le posizioni conquistate. Con squadre di cecchini avanzati si poteva pensare di frenare o almeno ostacolare l’atteso contrattacco avversario. Quando una sola mitragliatrice riusciva a bloccare e decimare un battaglione, avrebbe avuto un valore inestimabile disporre di un buon numero di fucilieri precisi, capaci di contrastare quell’arma con tiri mirati. Poteva bastare un centro sul blocco-culatta a renderla inutilizzabile.
Con già ventimila cannocchiali alla fine del 1914 e tiratori addestrati, i tedeschi erano pronti ad una campagna di cecchinaggio su larga scala. Lo stesso vale per gli austriaci, che “non ebbero mai l’acume tattico di usarli come i germanici, altrimenti vi sarebbero stati grossi problemi per il nostro esercito”. Se anche il nostro Regio Esercito si fosse dotato di sezioni di cecchini sul modello dell’esercito del kaiser, in un fronte particolare come quello italo-austriaco e sopra un terreno che consentiva attacchi anche su scala ridotta per raggiungere postazioni dominanti, Giammetta ritiene possibile affermare che la guerra non si sarebbe certo conclusa prima, “ma sicuramente con qualche migliaio in più di morti da parte austriaca e un po’ meno dalla nostra”. Quasi certamente, più di qualche azione, almeno a livello di battaglione, avrebbe potuto essere portata a termine con successo.
Nelle ultime pagine del bel volume di Gaspari, un’illuminante postfazione del generale Lorenzo Cadeddu fa il punto sulla scelta del Carcano modello 91 come fucile della fanteria italiana e, con le opportune modifiche, come arma dei nostri tiratori di precisione. Incontrarono un limite tecnico: l’industria ottica italiana non aveva mai prodotto cannocchiali da fucile, mirini telescopici (ottiche di puntamento). Si dovette fare ricorso a materiale d’importazione. Anche per questo, per i superiori contava più l’arma che il tiratore: l’ordine era di riportare al comandante del reparto il fucile di un cecchino inabilitato.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I cecchini nella Grande Guerra. Scharfschutzen, Snipers, Tirailleurs d’élite, tiratori scelti italiani e i fucili di precisione
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