Non guardo più la televisione, avvilita com’è da tempi banali persino nelle emergenze che racconta: mi deprime. Preferisco museizzarla com’era prima, e non perché invecchio, quanto per ricordare a me stesso di avere abitato anni più fervidi e intelligenti di quanto lo siano gli attuali. Ero bambino negli anni Settanta, c’era l’austerity e per strada dicevano si sparasse come nei film con Maurizio Merli e Luc Merenda chiamati per spregio critico poliziotteschi. Ma gli anni Settanta sono stati di più che il grigiume e la violenza di cui si racconta assecondando il luogo comune. Gli anni Settanta sono stati una stagione significativa anche per la televisione italiana. In un periodo in cui la tv costituiva ancora il più attraente fra i passatempo domestici, gli sceneggiati gialli - per venire allo specifico - acquisirono un posto preminente nell’immaginario collettivo. In prima battuta ispirato ai classici letterari del genere, il mistero entra nelle case degli italiani, trasformando il rito della visione televisiva in un appuntamento atteso, commentato, non di rado condiviso dalla famiglia al completo.
In un ambito televisivo ancora poco invadente (il proliferare massivo delle tv commerciali sarebbe esploso solo tra qualche anno), gli autori adattavano dunque per il piccolo schermo storie più o meno famose di scrittori come Christie, Conan Doyle, Simenon, Wallace. A differenza delle attuali serie televisive - episodi autonomi, ritmi più rapidi -, lo sceneggiato giallo degli anni Settanta proponeva una trama articolata in più puntate: di impronta recitativa quasi teatrale, ciascun episodio aggiungeva nuovi indizi all’enigma, si soffermava sull’ambiguità dei personaggi, alimentava interrogativi destinati a svelarsi soltanto nel finale. In poche parole: la suspense discendeva dall’attesa. Non servivano chissà quali altri espedienti. Bastavano il suggerito, una porta socchiusa, un oggetto familiare ritrovato fuori posto, uno sguardo sfuggente, per insinuare nello spettatore il sospetto che qualcosa non era esattamente come appariva.
I gialli televisivi della fertile stagione anni Settanta sono allora - soprattutto - gialli di atmosfera. Castelli isolati, antiche dimore, alberghi avvolti dalla nebbia, paesaggi notturni e interni borghesi assurgono a luoghi privilegiati del mistero. Non semplici scenografie ma parte attiva della narrazione a loro volta, in quanto alimentatori di inquietudine e senso di incertezza. Anche i limiti tecnici con cui registi e sceneggiatori dell’epoca devono misurarsi finiscono con l’essere funzionali all’umbratilità delle trame: recitazione teatrale, tempi dilatati, scenografie ridotte all’osso, sono tutt’altro che distraenti, agevolando anzi un’atmosfera d’ambiente dove lo spettatore - così come nel romanzo giallo il lettore - è chiamato a prestare attenzione ai dettagli più minuti. E poi c’erano le colonne sonore. I temi strumentali introducevano ai climax più inquietanti, sottolineavano la tensione. Devo avere ancora da qualche parte i 45 giri del tema portante di Dov’ è Anna, Albert e l’uomo nero, Il segno del comando. E anche di Fantastic Fly dei Pooh che commentava col moog le atmosfere spettrali dei Racconti fantastici liberamente tratti dai racconti di Poe. Ineguagliabili madeleine della mio stupore bambino, e se state viaggiando adesso intorno ai sessanta - anno più anno meno - so che potete capirmi.
In maniera significativamente più approfondita (il volume sfiora le 400 pagine) si esprime oggi sull’argomento un saggio corale curato per Marsilio da Monica Dall’Asta, Marco Grosoli, Michael Guarneri e Federico Pagello. Si intitola Il caso non è chiuso. Il giallo letterario negli sceneggiati RAI e tra analisi e specificità tematiche e di approccio, è quanto di più scientifico possa capitarvi di leggere. Come spiega l’introduzione al volume:
“Il caso non è chiuso” raccoglie analisi ravvicinate di una trentina di sceneggiati gialli prodotti in Italia dai tardi anni cinquanta agli anni ottanta. Pur senza ambire all’esaustività, la selezione offre un panorama ampio di questo fenomeno caratteristico della televisione pubblica italiana […] Le sei sezioni del volume tracciano perciò i contorni di un fenomeno che accompagna la televisione italiana dall’epoca del monopolio a quella caratterizzata dalla competizione RAI-FININVEST, che tra anni ottanta e novanta portò alla nascita di una nuova tipologia di produzione seriale e a una nuova configurazione del giallo televisivo.
E alla fine della cultura in tv aggiungo io, in modo volutamente tranchant.
Il saggio consta di sei macro aree – Gli esordi, Il canone anglo-americano, Oltre il canone, Pionieri e innovatori italiani, Gotico, fantastico, soprannaturale, Indagini di provincia - ciascuna delle quali concorre in maniera diacronica alla sistematizzazione del genere. Dai primi tempi degli investigatori simbolici - su tutti il Tenente Sheridan e il commissario Maigret – alla virata verso sfumature giallo-paranormali (Il segno del comando del 1971, L’amaro caso della baronessa di Carini del 1975, Ritratto di donna velata dello stesso anno, in maniera ancora più rilevante Il fauno di Marmo del 1977), i molteplici focus di osservazione concorrono nel testo a instaurare una vera e propria fenomenologia del filone, tanto minuziosa quanto di forma accessibile. Ancora una cosa: c’è un elemento ulteriore che potrebbe spiegare l’ampia presa che gli sceneggiati gialli registrano sul pubblico televisivo di una volta: alle storie con i canonici investigatori di estrazione letteraria, sono seguite man mano storie con protagonisti anti-eroi, per così dire, più comuni; figure di magistrati, giornalisti, investigatori privati, personaggi qualunque, che avvicinano il genere tanto al poliziesco quanto al thriller psicologico - si pensi aAlbert e l’uomo nero (1976), Ho incontrato un’ombra (1974), Dov’è Anna (1976). Il giallo è il genere narrativo più traslabile e apprezzato in Italia, e Il caso non è chiuso lo riprova attraverso uno studio dello specifico che non lascia adito a dubbi.
I saggi [...] ripercorrono […] l’intera traiettoria di un genere e di un formato che hanno segnato la televisione italiana dagli anni cinquanta agli anni ottanta, dimostrando come ci sia ancora molto da dire su una produzione solo apparentemente lontana, a nostro avviso, dall’attuale contesto mediale. Analizzando più da vicino la pratica dell’adattamento della narrativa gialla e valorizzando le diverse modalità in cui si è concretizzato il rapporto tra televisione e letteratura, è possibile in effetti identificare più precisamente continuità e discontinuità nella relazione tra diversi media e comprendere meglio le origini di fenomeni a noi contemporanei.
Saggio impeccabile sotto ogni punto di vista: oltre che gli addetti ai lavori, farà felice i curiosi e i nostalgici - come il sottoscritto - della televisione e della RAI che c’era una volta e che oggi non c’è più.
- Autori: Monica Dall’Asta, Marco Grosoli, Michael Guarneri e Federico Pagello (a cura di)
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Marsilio
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il caso non è chiuso. Il giallo letterario negli sceneggiati RAI
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