- Autore: Rolando Milani
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
È il 1997, mamma Liliana chiama il figlio: “Rolly, c’è papà che non sta bene”. La “vecchia roccia” non è ancora novantenne quando appassisce, si fa meno vitale e più cupo, come non è mai stato. Non è un buon segno. Questa è la sua storia (e della moglie), di ragazzi e ragazze di cento anni fa, novanta, ottanta. Il figlio Rolando Milani ha tenuto a raccontarla in un romanzo vero, anche dal vero e pieno di verità. Un racconto di cose semplici di una volta, tanto diverse da oggi, e di una realtà collettiva povera, forse bella, certamente difficile. Gino va alla guerra. La rocambolesca avventura del giovane Guerrino Milani è graficamente ben pubblicato da Pathos Edizioni (Torino, novembre 2025, con due foto di famiglia in bicromia nel testo, 366 pagine), dedicato dall’autore alla madre e al padre: con mille sacrifici gli hanno dato quello che non hanno mai avuto.
Rolly è nato nel 1947, ad Aosta, dove ha vissuto fino al trasferimento a Torino, per frequentare fisica all’Università. Possibilità economiche ridotte, sforzi tanti: lavorava di giorno e studiava di sera e di notte, “ma questa è un’altra storia, che vedremo, chissà, forse un’altra volta”. Fisico sanitario e nucleare, esperto di radiazioni ionizzanti, è pure un ex ginnasta, ma soprattutto il figlio di Guerrino Milani detto Gino, protagonista di queste pagine.
1935, 1936, poi la Seconda Guerra mondiale, fino al 1945. Aostano di genitori veneti, a vent’anni fa il garzone (ottimo, sveglio, di fiducia, affiatato) nel negozio di vini del sig. Ghiglieri. Aiuta anche il fotografo Freppaz, imparando un mestiere. E questo ci offre l’opportunità di vedere il “prima” delle classiche foto in posa degli anni Venti-Trenta, montate su supporti di cartone resistente. Altri scatti, soprattutto ritratti singoli, erano letteralmente cartoline da firmare e spedire, con un pensiero scritto, due righe affettuose o di maniera.
Gino dava una mano a mescolare i liquidi di sviluppo, a scaldare i bagni, a regolare le luci e tenere il flash quando si scattavano le foto tessera o quelle dove il nucleo familiare posava in una rigida gerarchia consolidata dalla tradizione: padre al centro, madre al fianco sinistro, primogenito maschio alla destra, prima femmina alla sinistra della mamma, più tutti quelli che si reggono sulle gambe, l’eventuale neonato o lattante in braccio alla madre.
Una mattina di dicembre 1935, due Carabinieri cercano di Guerrino in casa Milani. Lasciano la cartolina rosa, che lo chiama al servizio di leva, obbligatorio per tutti i maschi dopo i diciott’anni. Centro di reclutamento e mobilitazione della I Zona, Area territoriale di Milano. Gino è in aviazione e le referenze (sa di fotografia, pratica ginnastica artistica) lo rendono bello e pronto per fare il fotografo di bordo, su aeroplanoni in tela e alluminio Savoia Marchetti S.79, S.81 e Fiat BR20. Deve infilarsi nella “gondola”, una specie di scatola oblunga, sotto la pancia del velivolo, nella parte anteriore. È angusta, tutta trasparente, fatta di piastrelle di vetro. Due macchine fotografiche sono ancorate a tubi metallici, puntate verso il basso e collegate ad autocronometri connessi al motore centrale via cavo. La pellicola avanza e lo scatto è sincronizzato con la velocità del motore. Una volta rientrato al campo, deve disinserire i caricatori, sviluppare le pellicole e stampare le immagini, per verificare gli obbiettivi colpiti.
La prima traumatica esercitazione di volo e di ripresa è tutta da raccontare. All’indicazione del secondo pilota che sono in prossimità del bersaglio per lo sgancio, scende nella gondola strisciando attraverso la botola dietro il seggiolino del comandante. Tutto vibra, il rumore è assordante nonostante la cuffia imbottita. Si aggrappa a due longheroni, ma non trova la posizione, come se l’abitacolo si fosse rimpicciolito. In basso, vede la terra con le case piccole come moscerini, i prati, i fiumi che scorrono lenti. Tra sé e loro, il vuoto. L’aereo perde quota. Il suolo si avvicina. Un sobbalzo. Non sa più cosa fare. Il vuoto non c’entra, ha paura che i vetri si rompano sotto i piedi, non c’è verso di riuscire a poggiarli sulle piastrelle trasparenti...
Racconta due terzi del romanzo, il resto tocca alla moglie. Gino è inviato con l’aviazione fascista ad appoggiare le truppe franchiste, nella guerra civile in Spagna. Al ritorno, dopo il congedo trova lavoro alla Cogne Acciai, segue le vicende del mondo, dell’Italia e di Aosta, attraverso i dialoghi con gli amici del Bar del Centro, uno più “sagoma” dell’altro. Poi è richiamato, nel 1942: aeroporto di Villanova d’Albenga (Savona). Gli Alleati bombardano, bersaglio perfetto. Lo danno anche per disperso in un rifugio colpito... povera madre. Notizia falsa, per fortuna. Viene trasferito ad Altessano.
Passa del tempo in licenza ad Aosta, dov’è arrivata la famiglia di Liliana Ceccarelli, seconda di quattro figli, famiglia toscana impegnata nella siderurgia e attratta dalla Cogne. Ventenne nel 1943, ha finito solo le elementari, per imparare a leggere, scrivere e fare di conto - secondo il padre, alle femmine basta quello - e viene indirizzata da quella brava sarta della mamma a cucinare e cucire.
Un terzo del racconto in prima persona è della futura signora Milani (matrimonio a fine settembre 1945, cerimonia di un naive tutto da leggere). Vi si legge degli abiti rivoltati, un’abitudine necessaria. Quando un capo sentiva il peso degli anni, specie i cappotti, mica ci si poteva permettere il lusso di buttarlo, sarebbe stato uno spreco. Le sarte lo scucivano pezzo per pezzo e rovesciavano: la parte esterna spariva all’interno, avvicendata da quella interna, molto meno vissuta. A prima vista, sembrava nuovo.
Hanno avuto poco, hanno fatto tanto, osserva la nipote Chantal Milani, nella nota introduttiva. È antropologa, deve ai nonni anche lei, come il papà, se è arrivata dove loro non sono riusciti ad arrivare.
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