- Autore: Roberto Manfredi
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Gli anni cosiddetti di piombo istituiscono l’estremo fiammeggio socio-resistenziale prima della fine. Più ancora che capire cosa, per molti sarebbe utile capire come (e perché) la retorica mediatica li abbia tradotti in stereotipo negativo. Suggerisco: nelle pigre traduzioni sinistrorse (le altre non le considero nemmeno) degli anni Settanta si individuano i germi di un’abiura intellettuale che non fosse funzionale al lavaggio di coscienza e al finto-democraticismo da governo, risulterebbe risibile prima ancora che vigliacca. Il sonno della ragione genera mostri ed è per ciò che la nostra attualità intellettuale abbonda di ventriloqui, mostrificati dalla memoria corta e dalla morte del (loro) pensiero critico. Sin da tempi non sospetti, la narrativa disallineata di Gianfranco Manfredi ha remato controcorrente; metaforizzato i generi, declinandoli per romanzi, cinema, dischi e fumetti. Altra tempra, rispetto ai pennivendoli da status quo: attraverso il grandangolo della critica sociale, le canzoni ironico-malinconiche di Manfredi, hanno attraversato senza peli sulla lingua, malgoverni, agende ’68 (e ’77), sbronze di gruppo, Italia a mano armata, idiosincrasie e anestesie civili. Il tutto secondo egida da cane sciolto. Da autore fuori dal coro e di tutt’altra pasta.
Sia detto a mia volta senza peli sulla lingua: Gianfranco Manfredi era uno di scorza dura. Una corteccia temprata dal rigorismo marxista (seppure capace di autoironia), antitetica alla fanghiglia che immelma, sin dalla prossemica, gli intellettualoidi benedetti dal potere consociativo. L’ultima loro “fatica letteraria” (stomachevole locuzione) in favore di telecamera. Gianfranco Manfredi ha fatto poca televisione e non a caso. Il 24 gennaio dell’anno scorso è morto a riflettori (quasi) spenti, come muoiono di solito gli infedeli alla linea, i non-allineati, gli intelligenti dalla schiena dritta. In sua vece continuerà a disalienarci l’eclettismo artistico, coagulo di espressioni lucide e d’impegno civile, cifre portanti dello suo specifico creativo. Qualche esempio ulteriore: negli anni del lungo Sessantotto, da cantautore, Manfredi ha enucleato i tic del rivoluzionario-tipo. Quindi, nel romanzo Magia rossa (Feltrinelli, 1989) trasferito industrialismo, anarchismo e scapigliatura in un ambito visionario. Qualche anno dopo con Magico vento (Bonelli, 1997) condotto il topos realista del western a fumetti alle dimensioni sovrannaturali dell’orrore. Persino i Tex manfrediani sfuggono alla stretta maniera, e i Dylan Dog che sceneggia, se la vedono in spessore con quelli del mentore Tiziano Sclavi. I contenuti poco consolatori degli scritti di Manfredi sono consoni ad anti-eroi che non aspirano alla redenzione. Nei suoi fumetti i fuorilegge pensano, i detective fantasticano. E - si dovrebbe avere già capito - anche i testi delle sue canzoni non prevedono sconti per chi riesca a sbirciare sottotraccia all’irriverenza.
Tutto si può dire di Gianfranco Manfredi tranne che abbia derogato dal suo essere autore di genere plurale, e un filino sperimentativo. Cantautore-saggista-filosofo-romanziere-fumettista-sceneggiatore inidoneo alle categorizzazioni. La contaminazione dei generi è stata - anzi - un’altra delle impronte caratterizzanti gli ambiti entro i quali si è espresso. Attraverso i suoi focus autoriali, ogni filone narrativo con cui si è misurato (saggistica culturale compresa) è stato da lui reso ibridabile fino alla commistione. Un coagulo di culture, alte e popolari: il western contaminato all’orrore, il realismo al soprannaturale, il noir al fantastico e alla denuncia sociali. Di queste prerogative, sarebbe bene prendere atto se e quando si parla/scrive di Gianfranco Manfredi.
Gianfranco Manfredi. La musica, la scrittura (Cluster-A 2026), il libro che gli dedica il fratello Roberto Manfredi a poco più di un anno dalla morte, è il vasto ricordo dell’ultimo intellettuale organico (nel senso più pieno e quindi gramsciano del termine) del Novecento. Un intellettuale che ha assunto studio e ricerca a prerogative della sua espressione artistica. Corredato dal valore aggiunto di documenti, foto, articoli, interviste (anche inedite) Gianfranco Manfredi. La musica, la scrittura percorre inoltre sotto traccia mezzo secolo di storia d’Italia, politica e culturale in primo e secondo luogo, avendole Manfredi attraversate appieno e in modo originale, sin dagli esordi come cantautore. La sua Ma chi l’ha detto che non c’è è stata nei dintorni del Settantasette inno movimentista per antonomasia e lo è rimasta anche oggi: un riferimento imprescindibile per l’attuale movimento politico giovanile.
Mi sembra opportuno (oltre che doveroso) chiudere con le parole con cui Roberto Manfredi inaugura il suo umanissimo e articolato discorso sul fratello: rapsodico (in quanto sfoltito) ritratto d’autore che ne restituisce appieno l’impegno e la serietà che infondeva alla scrittura, a prescindere dal genere artistico in cui la esprimeva:
“(…) Gianfranco ha percorso il campo della scrittura in ogni modo e mezzo, con una passione sconfinata e una ricerca a volte persino eccessiva. Così, dal testo di una sua canzone nasceva un racconto, un romanzo o il soggetto di un film o una serie a fumetti e viceversa. Si immergeva nella scrittura in modo totale. Intorno a lui poteva essere diffusa musica ad alto volume, rumori interni o esterni, potevano esserci schiamazzi, urla, ogni tipo di inquinamento sonoro: clacson di auto, sirene, cani che abbaiano, TV accesa su un film horror, eppure la sua concentrazione rimaneva perfetta. Scriveva di getto, velocemente, fermandosi solo per pochi istanti per consultare appunti, testi o libri che aveva già selezionato. Scriveva praticamente in stato ipnotico, di notte o di giorno.” (p.7)
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Gianfranco Manfredi. La musica, la scrittura
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