- Autore: Gianni Socco
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Russia, gennaio 1943:
“mormorando, stremata, avanzava la lunga fila dei fantasmi in grigioverde: centomila voci stanche di un coro al cielo. Gli Alpini vanno come angeli bianchi e ad ogni passo coprono una fossa”.
Un Alpino che scrive di Alpini, di veci e di bocia in Russia, nella seconda guerra mondiale. Il vercellese Gianni Socco rievoca con la testa e con il cuore il sacrificio delle penne nere della Tridentina, di stanza in tempo di pace nel suo Piemonte. Fantasmi in grigio verde. Battaglia di Nikolajewka è un breve volume, illustrato con fotografie e immagini anche a colori e pubblicato dalle Edizioni &100 Group (Milano, aprile 2025, collana Storytellers, 88 pagine). Ricorda un atto eroico, molto noto anche agli alunni di una volta, fino agli anni Sessanta ma non oltre, perchè sommerso nella memoria collettiva da pagine storiche diverse.
A fine gennaio 1943, nella steppa congelata dal Generale Inverno, giovani ufficiali, sottufficiali e soldati ruppero l’accerchiamento e aprirono la strada della ritirata ai resti delle divisioni alpine italiane, avvolte ai fianchi sul Don dai reparti corazzati russi, che a metà dicembre 1942 avevano travolto le linee tedesche e degli alleati Italiani, Rumeni, Ungheresi, nel contesto della battaglia di Stalingrado, disastrosa per l’esercito hitleriano.
La premessa di Socco è lapidaria: nel gennaio 1943, dopo giorni di marcia nella neve, gli Alpini sfondarono le linee russe al ponte della ferrovia di Nikolajewka e aprirono la sacca in cui erano rinchiusi. Era la strada verso la libertà ed anche uno scontro durissimo contro il gelo, la povertà di mezzi, il nemico. Per senso del dovere e disciplina, militari innocenti stavano pagando “a duro prezzo” il bluff di Mussolini, che li aveva voluti sul fronte russo. Preparazione insufficiente, equipaggiamenti inadeguati: una presenza sbandierata dalla propaganda fascista, ma non richiesta da Hitler e nei fatti sciaguratamente approssimativa.
Il 1 gennaio 1943, contava 61.155 uomini il Corpo d’Armata alpino, parte del contingente italiano inviato dal Duce ad affiancare la Wehrmacht nella Campagna nazista di Russia.
Dopo Nikolajewka, solo in 13.420 uscirono dalla sacca, più 7.500 feriti o congelati. I più rimasero indietro, morti nella neve, dispersi o catturati. Migliaia di soldati finirono in vari campi di prigionia sovietici. Di questi, solo una percentuale minima rientrò in Italia. Gli ultimi addirittura nel 1954.
Scavalcati dal nemico, migliaia di italiani avevano cominciarono una drammatica ritirata a piedi, “armati solo del loro coraggio” e di una determinazione che per tanti non bastò a superare il freddo, la fatica del passo nella neve, la fame, le notti a -48°: impossibile sopravvivere all’esterno, se non si trovava dove dormire al coperto. Una sorte già toccata alle armate di Napoleone nel 1812, altro momento della storia in cui “a pagare le follie dei potenti di turno sono stati semplici esseri umani mandati allo sbaraglio”.
Nell’indimenticabile Il sergente nella neve, citato in conclusione da Socco, lo scrittore e Alpino Mario Rigoni Stern riporta con orgoglio quanto volle riferirgli il generale Reverberi. Incontrando il maresciallo di un’armata sovietica, si era sentito chiedere:
“Lei è il comandante della famosa Tridentina? È stata l’unica divisione sfuggita nel settore centro-sud".
Al che, Reverberi aveva tenuto a rettificare:
“non vi è sfuggita. È stata l’unica che non siete riusciti a battere”.
Il 26 gennaio, a Nikolajevka, il piombo russo rimbalzava sulle rotaie. Servivano tutti gli uomini, anche quelli senza munizioni, anche i feriti, non c’era altro che si potesse fare. Erano solo ragazzi e anche pochi, del Battaglione Vestone, del Val Chiese, del Tirano, dell’Edolo. Mancava il Morbegno, rimasto indietro, come il Vicenza e la divisione Cuneense. Della Julia, solo 4mila.
Entrarono in azione il Val Chiese, Bergamo, Valtellina, ma rimasero inchiodati sul costone dallo sbarramento russo. Baionetta! Avanti chiunque riesca a camminare e a sparare. “Tutti i vivi all’assalto”, comandò il generale, salito sopra un semovente tedesco, in piedi, in mezzo alle raffiche incrociate.
Si sfonda. Si attraversa Nikolajewka, lastricandola di morti. Chi non passa con la prima ondata, non passa più: Cuneense, Vicenza, buona parte della Julia.
“Mormorando, stremata, avanzava in lunga fila la marcia dei fantasmi in grigioverde: centomila voci stanche di un coro che si perde fino al cielo. Gli Alpini vanno come angeli bianchi e ad ogni passo coprono una fossa”.
Dopo Nikolajewka, la marcia degli alpini proseguì fino a Bolsckoe Troskoye e Awilowka, nel territorio controllato dai Tedeschi. I resti dei reparti in ritirata continuarono ad arrivare fino al 2 febbraio. Un treno ospedale rimpatriò i feriti gravi, gli altri vennero distribuiti in vari ospedali. Dal 6 al 15 marzo 1943, le tradotte con i superstiti partirono da Gomel verso l’Italia, raggiunta finalmente il 24 marzo.
Se per portare il Corpo d’Armata Alpino in Russia, nell’estate 1942, erano serviti 200 treni, ne bastarono 17. Dei 61mila uomini "tornati a baita”, solo 4.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense.
Soccodenuncia che nella ritirata c’era stato un altro nemico, oltre ai russi: gli “alleati” germanici. A mano armata, cacciavano dalle isbe i nostri soldati per fare posto ai loro. Obbligavano gli autieri a cedere i mezzi, da cui venivano fatti scendere gli italiani, anche feriti, per far posto a tedeschi sani. Deridevano gli stremati che si trascinavano a piedi. Chi tentava di salire, veniva colpito col calcio del fucile e costretto a restare a terra. Sganciavano le locomotive per agganciarle ai convogli tedeschi. Ai feriti e congelati restavano soltanto pianali scoperti, dove alcuni morivano per il freddo durante il tragitto, perchè nelle vetture coperte prendevano posto solo militari tedeschi in piena forma, riforniti dagli aerei, mentre i nostri erano a digiuno da giorni.
Il 3 marzo, il maggiore Zaccardo radunò il Battaglione Tirano, affermando con rabbia che parlare ancora di alleanza con i Tedeschi era un insulto per i morti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Fantasmi in grigio verde. Battaglia di Nikolajewka
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