Ero un ragazzo negli anni Sessanta
- Autore: Francesco Osini
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2024
Erano nati nel primo decennio post bellico in un Paese che aveva poco o niente, sono cresciuti in una società che giorno dopo giorno ha ottenuto tutto ma proprio tutto, denaro, agi, comodità, finanche l’effimero e ora il superfluo dei social media. Una generazione fortunata, non sapendo di esserlo, quella dei giovani dell’Italia del boom economico, ricostruita dopo il 1945 da nonni e genitori, uomini e donne, casalinghe non escluse. Ero un ragazzo negli anni Sessanta, titola il diario generazionale autobiografico di Francesco Osini, a cuore aperto e a memoria lucida (novembre 2024, 204 pagine), un volume che lascerà più d’uno e una con gli occhi umidi, pubblicato da Il Rio, edizioni mantovane, come l’autore e testimone di un’epoca.
È nato a fine gennaio del 1950. Il papà accompagnò la moglie all’ospedale di Viadana sulla canna della bicicletta. Cosa rara allora, non il ricorso alle due ruote, piuttosto il nascere in una struttura sanitaria, visto che di norma si partoriva in casa, con l’assistenza di una levatrice, meno frequentemente di un ostetrico. Il buon padre, un mite e laborioso contadino del Mantovano, non indossava il cappotto come i signori ma un tabarro, in uso da secoli tra la povera gente.
Ecco, quel semplice mantello di lana, comune in tutta la penisola, isole comprese, è un modello dei tempi, che fino ad allora avevano vissuto un progresso lento e parziale, ma che poco dopo avrebbero registrato invece considerevoli cambiamenti materiali, civili, pubblici, privati, impressi nel tessuto sociale a una velocità tanto elevata da misurare le conquiste in anni, non più in epoche.
Intanto, però, Francesco è nato in quella realtà della ripresa - più simile all’Ottocento che al 1980, per dire - quando ancora le famiglie contadine dovevano produrre da sole il necessario al sostentamento. Assicurarsi l’autonomia alimentare era l’unico scopo d’intere esistenze, altro che tempo libero, hobby, vacanze. Zitti e coltivare, allevare, vinificare. E in testa niente grilli, una sola virtù, la parsimonia.
Ha fatto in tempo a partecipare alle vendemmie di gruppo, alle trebbiature sempre comunitarie. Ha sentito gli urli strazianti dei maiali macellati dai vicini. Ha visto le donne collaborare alle “bucade”, i grandi bucati collettivi stagionali delle lenzuola, due volte l’anno, in primavera e autunno, nei grandi pentoloni scaldati sulla legna, con ricorso alla liscivia bollente, a rischio di gravi ustioni.
Ecco, a forza di appassionarci al racconto autobiografico di un ex bambino e ragazzo negli anni Sessanta (il libro si chiude con la strage nella Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, e con Italia-Germania 4-3 ai Mondiali di calcio in Messico del 1970), quasi si sta ricopiando l’intero lavoro di Osini. Meglio lasciargli spiegare il significato del suo libro: ricordare, senza nostalgia. Erano tempi magri, poveri e nemmeno belli. A chi non li ha vissuti, va trasmesso il valore di una crescita totale, mai tanto spinta, di cui nessuno aveva mai beneficiato.
Credo che tutta la mia generazione sia stata particolarmente fortunata. La più fortunata di sempre.
La prima buona ventura, aggiungiamo, è stata quella di nascere in un contesto occidentale evoluto (che oggi la cultura woke rinnega, autolesionisticamente), in un periodo di pace e soprattutto in una fase storica di grandi e continui cambiamenti tecnologici, economici, politici, culturali, che hanno migliorato la salute, il lavoro, la produzione di beni, la vita, le relazioni, i trasporti e tutto. Tra il 1950 e il 2000 l’Ooccidente ha vissuto una trasformazione straordinaria. Chi è nato in Italia dopo la guerra ha vissuto il passaggio dall’asinello ai trattori con l’aria condizionata, dalle biciclette alle auto a guida autonoma, dalla radio ai decoder satellitari, dai rari telefoni a muro nei bar ai cellulari tuttofare, dal medico condotto alle mega cliniche, e si potrebbe continuare con i progressi in ogni campo dell’agire umano.
Gli anni Sessanta si sono lasciati alle spalle i drammi, le angosce e le paure della guerra. Davanti, c’erano la ricostruzione, l’economia che ripartiva, le case nuove, il passaggio dalla campagna alla città, il benessere, le vacanze al mare, l’auto per tutti, la tv, la lavatrice, il frigorifero, le canzoni nuove, i complessi musicali, le scuole che si aprivano anche ai figli di contadini e operai. Francesco era uno di questi, la famiglia si è sacrificata per fargli prendere l’ascensore sociale: suo padre era contadino figlio di contadini, lui è arrivato alla laurea. Ha fatto il salto di classe.
Sono passato dal lavoro nella stalla a fare il preside di un liceo. E ho avuto la fortuna straordinaria di vivere quegli anni irripetibili e respirare quel clima di speranza in un mondo migliore.
Quella generazione ha potuto superare tanti gradini, passando dai sacrifici ai continui miglioramenti, vedendo trasformare tutto intorno a sé: la casa con gli elettrodomestici, le città coi palazzi nuovi e il traffico, il lavoro con i diritti sindacali e la posizione socio-economica con l’istruzione pubblica per tutti. Contemporaneamente, nel mondo accadevano tante cose straordinarie. L’uomo arrivava sulla luna. Il cinema, la musica, il teatro, la letteratura vivevano una grande evoluzione e le donne si emancipavano. Per questo complesso di cambiamenti epocali gli anni Sessanta sono passati alla storia come mitici. E proprio in quegli anni Osini ha avuto la fortuna di vivere la sua adolescenza. La racconta, come esperienza generazionale, come patrimonio collettivo.
Francesco Orsini, mantovano di Sabbioneta, è stato docente d’italiano e storia nei tecnici, giornalista pubblicista a Radio Mantova e alla “Gazzetta di Mantova”, successivamente dirigente scolastico in varie scuole superiori della provincia, fino alla pensione.
Ero un ragazzo negli anni Sessanta
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