È una brutta storia, Mimì
- Autore: Paolo Perlini
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Non ci siamo, Mimì, non ci siamo affatto. Basta col mettere il gioco la vita, sei un’assistente del parroco non una detective, che so, una Miss Marple tanto più giovanile, ancora meno una professionista come Lolita Lobosco. È vero che se ti cacci nei guai è colpa soltanto di Paolo Perlini, ma lui ha già messo le mani avanti. Ha giurato che è responsabilità d’altri, che gliel’hanno chiesto, se ti ha riportato tra le pagine del suo e tuo secondo thriller, al ragù in canonica: È una brutta storia, Mimì, in circolazione da questa primavera (aprile 2025, 316 pagine), nella collana “I Gialli Damster” della casa editrice modenese omonima.
E pensare che dopo Chiamatemi perpetua ma il mio nome è Mimì (Damster, 2023), Paolo non voleva coinvolgerla in una nuova avventura da investigatrice di complemento e per auto promozione: “poveretta, ha già abbastanza guai senza che io ne aggiunga altri”. Però, ha raccolto la provocazione e... il telefono di Mimì ha squillato ancora.
Scrittore, regista e attivista culturale, è nato e vive a Verona. Ha pubblicato anche tre romanzi per ragazzi e col regista Luca Alessandro ha collaborato alla sceneggiatura dei corti “Questione di sguardi” e “Mamma racconta”, premiati in diversi concorsi cinematografici. È cofondatore e redattore di CrunchEd, associazione non-profit, cultura, letteratura, libri, recensioni.
“Chiamatemi Mimì, Mimì Costa”. Se chiedete l’età alla bionda Domenica, glissando sull’abbigliamento permanente effettivo (una salopette di jeans), dopo un’istintiva resistenza lascerà filtrare a malincuore: “comunque sono trentasei”. No marito, sì figlia, Elisa, otto anni da compiere. Alla domanda sull’occupazione, risponderebbe che fino al mese scorso lavorava da perpetua. Ehi, suona più elegante di sacrestana e molto meglio di tuttofare malpagata, che poi sarebbero quello di cui si trattava nella realtà.
Da un paio di settimane, gestisce un residence con piscina a Fosse, frazione di Sant’Anna di Alfaedo, in Lessinia, su a 800-900 metri nel Veronese. Tanta buona volontà, da fare: zero. Nemmeno un cliente, fuori stagione. Si cerca di recensire con una certa verve questo romanzo azzeccato e azzeccoso, per stare alla pari con la scrittura di Perlini, divertente, filante, spiritosa, originale. Molto spesso, anzi quasi sempre, Domenica sa essere tagliente, quando non è autoironica; se è per questo, è letteralmente nata insieme all’autoironia, un parto gemellare.
Caserma dei Carabinieri di Sant’Anna, a domanda, risponde. Redige la scheda testimoniale il maresciallo, un fusto da sogno, bello bello, Mìmì gli si scioglie davanti, ma è brava a fare di tutto per non darlo a vedere. Non è che la nostra sia indagata, però è persona informata dei fatti. Perchè questo romanzo è iniziato col botto, nel vero senso della parola. In effetti, il boom è stato la prima cosa che ha sentito tornando verso Fosse, lungo via Battisti, tra un bel ciliegio solitario e una casa che aveva visto tempi migliori. Mimì ha avvertito un rumore provenire dalla casa. Dopo pochi passi, un boato. È caduta a terra, coprendo la nuca con le mani. Qualcosa le è passato vicino, e quando tutto è sembrato finire, ha sollevato lo sguardo in tempo per vedere un termosifone con una strana coda volare e fermarsi sul bordo della strada, contro la staccionata. A destra, mezza facciata della casa sparita. A sinistra, una donna, la cosa aggrappata al calorifero.
Avvicinandosi a fatica, con piccole lesioni alle labbra, sulla fronte e un dolore alla schiena, si accorge che la figura femminile è legata agli elementi da una cintura di cuoio stretta alla gola. Gli occhi sono spalancati, la lingua penzoloni all’infuori, lunga, molle, violacea. All’orrore si aggiunge l’incredulità: era Petra, per qualche mese direttrice del coro della chiesa di San Simone, una trentina di chilometri più in là.
Negli ultimi tempi, c’erano stati degli ammanchi nelle elemosine e le microcamere spia avevano sciolto i dubbi del buon don Giovanni, come si scioglie il sangue di San Gennaro. C’era la “manina” di Anna, direttrice settantenne della cantoria. Per i parrocchiani però, l’arrivo della sostituta Petra aveva moltiplicato le negatività. Era del tutto estranea al coro, veniva da un’altra parrocchia (ma nessuno sapeva quale), troppo bella, affascinante e sofisticata per dirigere una decina di cantori dilettanti. Se poi si aggiunge che l’alta e ramata neo direttrice era pure muta e parzialmente sorda... Un muto può dirigere un coro? Serve la bacchetta, non la bocca, la risposta secca del sacerdote.
Solo due mesi dopo che Mimì aveva preso servizio da perpetua, Petra aveva lasciato la parrocchia. Il vero motivo? Ignoto. Giravano molte voci però, tutte maliziose. Magari qualcuna poteva anche risultare vera: non aveva niente della fanciulla in fiore, verginella e timida, appariva decisa e sicura. Le qualità fisiche e le doti musicali non erano apprezzate da tutti i coristi, le donne ricamavano aneddoti e anche Domenica nutriva qualche dubbio sul mutismo. Per la signora Ludovica, un’arcigna vedova che sapeva tutto di tutti, si fingeva muta perché dalla bocca sarebbero uscite solo “parole volgari, oltretutto in lingua slovacca”. Se non ci si spiegava perché don Giovanni l’avesse presa, s’ignorava anche perché l’avesse lasciata andare. Certo che quanto a sesso Petra sembra una bomba (non è forse il termine più elegante, visto l’inizio del romanzo). Anche Mimì non scherza, però. Non che sia una miss da passerella, ma cova tanto fuoco sotto la cenere.
Mi sa che ce n’è abbastanza per capire che di questo romanzo proprio non se ne può fare a meno.
È una brutta storia, Mimì
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