Afrodite, bella e tentatrice. L’induista Kalì, funesta e terrificante. Istar proteggeva le prostitute, a Babilonia, in sua devozione si consumavano orge, come per la sumera Inanna. Tra i norreni, Frigg era moglie e madre, Freya maga e lasciva. Nel corso del tempo, ogni cultura ha immaginato un pantheon femminile, esprimendovi la propria immaginazione, la teogonia, il culto della violenza, la propensione al racconto leggendario, alla contemplazione (il Buddismo), alla ritualizzazione (le religioni dell’estremo Oriente). Maura Melis è andata a ritrovare parecchie di queste divinità, in un saggio recente per Newton Compton, Divine e immortali. La storia delle dee da Venere alla feroce Kalì (aprile 2026, collana “il Volto della storia”, 416 pagine). Storica e studiosa d’arte e di comunicazione del patrimonio culturale, ha già firmato per le edizioni romane il suggestivo saggio Rinascimento giorno per giorno (Newton Compton, 2024).
Oggi propone schede che uniscono religione e mitologia di ogni civiltà esaminata, distinte in tredici capitoli, dalle prime divinità proto primitive, che venivano identificate con la natura, alle quattro matriarche israelite nella Bibbia, Sara, Rebecca, Lia, Rachele. Ogni capitolo parte dal contesto storico-geografico: ciascuna dea è collocata nello spazio-tempo della società umana che la venerava e vengono evidenziati i tratti mitologici che la interessano. È una “continua oscillazione fra la dimensione storica e quella mitica, fra il mondo umano e quello divino”.
Vengono messe in risalto eventuali caratteristiche ricorrenti, assimilazioni e rimandi tra culture. Aspetti di sincretismo religioso vedono infatti collegate dee di diverse confessioni, a riprova di un’interpretazione analoga dei fenomeni e simbolismi che varie collettività umane hanno posto alla base delle proprie divinità.
Soprannaturali, potenti, ancestrali, le dee delle antiche religioni mediterranee e indiane. Guerriere quelle del nord Europa e celtiche. La ginarchia dell’Olimpo greco-latino era carnale, umana, femminile. Afrodite si vantava del riconoscimento di più bella tra le dee, a opera di Paride (motivato con la promessa dell’amore della più bella delle mortali). Nella versione latina diventa Venere callipigia (dalle belle forme) e come tutte le romane e le precedenti dive olimpie dell’Ellade condivide i difetti umani: sono gelose, capricciose, litigiose, qualche volta intrattabili, spesso vendicative.
Che differenza con l’aspetto terrificante e il ruolo distruttivo di Kalì, dea del tempo presso gli indù, seminatrice di morte. Ripugnante: pelle scura e capelli neri scompigliati; occhi e lingua sporgenti, grondanti sangue; nuda, ma con una ghirlanda di teschi al collo e un gonnellino di mani umane mozzate. Tiene in mano una testa d’uomo. Se non è raffigurata in battaglia, viene collocata in un campo di cremazioni o in un cimitero, mentre danza in piedi sul corpo morto e biancastro del consorte Siva. La sua nudità non è erotica, ma filosofica: si è spogliata di tutti i veli dell’esistenza e delle illusioni che ne derivano.
Come si arriva dai culti pagani orientali alla Madonna “madre di Dio” del Cristianesimo monoteista? Per sovrapposizione, di una religione nuova e universale sulle preesistenti. Almeno questa è una risposta del recensore, perché l’autrice sviluppa un discorso molto particolare nel capitolo sulle Sante dei cattolici e Maria, che sarebbe il caso di andare a leggere e non si può certo riassumere.
Nonostante la genitrice di Nazareth sia poco e niente presente nei Vangeli canonici (solo gli apocrifi parlano della nascita a Betlemme, del presepe e relativi eventi), il culto mariano si diffuse dopo il Concilio di Efeso del 431 d.C., sviluppandosi parallelamente a quello dei santi, nato alla fine delle persecuzioni dei martiri. “Se Dio è l’unico che può essere oggetto di adorazione o latría, i santi sono oggetto di venerazione o dulía e la Madonna di iperdulia”, a sottolineare la superiorità del suo culto rispetto alla pletora degli intercessori.
Il lavoro di Melis tende alla ricostruzione storica del posizionamento del genere femminile, alla rivalutazione eticosociale, alla ricollocazione centrale e al riconoscimento e restituzione di un ruolo maternale fondativo, perché posto insostituibilmente all’origine della vita umana, di cui la donna è donatrice-portatrice da sempre.
Se sopra si è usato il termine genere femminile, l’autrice parla invece di "femminino" riprendendo Goethe (“L’Eterno femminino”) e celebrando “la femminilità nella sua essenza immutabile, la forza salvifica e spirituale propria della figura femminile”.
Parità, rispetto e riconoscenza per le donne: è il minimo che possiamo impegnarci ad assicurare, proseguendo un riconoscimento sempre più compiuto dei loro diritti avviato dalla seconda metà del Novecento. Fino ad allora, infatti, parte del mondo occidentale e dell’Europa continuava ancora a negare ruoli, spazi, competenze, occasioni, retribuzioni a chi non fosse maschio. In Italia, l’interpretazione più rigida e arcaica della religione prevalente ha continuato fino a pochi decenni fa a retrocedere la componente femminile della società in una serie minore. Sono stati il ’68 e la rivoluzione culturale seguita a quel moto di rinnovamento dell’Occidente a concorrere a respingere la vetero visione della donna come "tentatrice". Solo di recente, la Chiesa ha riconosciuto e condannato questo luogo comune, nato nel cattolicesimo bizantino e transitato agevolmente in quello latino.
S’intravvedono però nuovi fondamentalismi emergenti, che discriminano pesantemente le donne. Non voglia la storia che la condizione femminile debba retrocedere, proprio quando il gap con il genere maschile sta quasi per essere colmato definitivamente.
- Autore: Maura Melis
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Newton Compton
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Divine e immortali. La storia delle dee da Venere alla feroce Kalì
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