De morte
- Autore: Ottiero Ottieri
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Utopia Editore
- Anno di pubblicazione: 2025
La prima edizione di questo saggio pamphlet è del 1997, e mai uno scrittore aveva scritto tanto su cosa significa morire; poi è stato ripreso sempre con lo stesso titolo, De morte, da Utopia editore (2025), una giovane casa editrice di Milano, nata nel 2020, in piena pandemia.
Ottiero Ottieri scrive della morte in modo pacato, quasi a non svegliarla, perché è spesso casuale, annunciata, atroce sempre. Anche chi commette suicidio ha paura della morte, che è anche simbolo di rinascita. Come faremo in un mondo terreno a sopportare solo persone vive? La sola idea rende il perire non troppo sgradevole, ma morire è sempre una cosa fuori di noi. Alcune persone hanno la forza di dire che non hanno paura di una condizione sconosciuta per i vivi, quindi si va avanti intensamente o in modo meschino, ma non cedendo al sacro terrore di cessare di respirare.
Ottieri scriveva così:
Ora non voglio pensare che alla morte in sé. Tutto ciò che mi distrae, lo caccio via, non voglio divagazioni. Mi avvicino alla morte e fuggo da essa, come un vero tanatofobo e un vero uomo. Sono vecchio, ma non penso alla morte solo per questo. Fatte le debite proporzioni, Leopardi reagiva fortemente se gli dicevano che era pessimista perché era infelice.
Giacomo Leopardi era, come tutti, spaventato dalla scomparsa dal mondo, ma ne subiva la fascinazione, quando le malattie che aveva presero il sopravvento, e viveva con dolori fortissimi. Ma era convinto di una cosa semplice, banale: ovvero che nessuno vuole morire, ma tutti muoiono. Piuttosto è difficile la decisione di non trovare nulla, perché dopo il nostro passaggio non c’è né inferno né paradiso. Ottieri non è fermamente ateo come Leopardi. Non vuole vivere col tormento che le nostre azioni terrene, buone o malvagie, finiscano nel dimenticatoio.
Il concetto di moralità diventa vano, seppure il carnefice muore come tutti, senza nessun castigo divino. Ed è anche per questo che la persona che sta morendo laicamente cerca un prete per confessare le malefatte. Non tutti, solo i più indecisi, e Ottieri scrive del campo di concentramento di Auschwitz e si chiede se gli aguzzini, a fine vita, hanno un tormento incessante. Sembra proprio di no, perché la violenza è di questo mondo, che è spesso più interessato al riarmo, alle guerre, a lasciare civili per terra senza più case o rifugi. Ma anche chi non ha commesso nessuna azione così definitiva si barcamena tra divertimento e noia, aspettando il suo "turno".
Improvvisamente verso la fine del saggio, l’autore scrive un romanzo a tre voci: un uomo e due donne. Ottieri parla di sesso, di amore, di abbandoni, come se ci volesse dire che vivere senza pensieri di morte è la condizione degli esseri umani giovani che hanno altro cui pensare, all’amore e alla loro realizzazione professionale. De morte è un saggio romanzo di grande rilevanza, dove lo scrittore cede di fronte a tutta la complessità umana.
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