Jennifer Worth, una bella ragazza di vent’anni, di buona famiglia, diventa levatrice e alloggia presso il Nonnatus hospital, un convento di suore dedite alla beneficienza e all’assistenza sociale. L’esperienza confluisce nel libro Chiamate la levatrice, edito in Italia da Sellerio (2014, trad. di Carla De Caro).
Le religiose ospitano una scuola infermiere con vitto e alloggio, con ragazze che si occupano dei parti delle donne povere, sposate o no, nei quartieri più difficili di Londra, gli slums della città in cui la parlata cockney sembra una lingua straniera a una ragazza della buona borghesia degli anni Cinquanta.
Jenny non è sola in questa avventur: ha come compagne le belle Kitty e Cynthia, che fanno perdere la testa a tutti i giovanotti che le incontrano ma che sanno amare e curare i loro assistiti, e poi c’è Camilla, duchessa alta un metro e novanta che mette soggezione agli uomini per la statura, ma con quanta dolcezza tratta i malati e quanta bontà ha nel cuore - tanto che alla fine troverà un uomo che la ama oltre l’aspetto esteriore e i pregiudizi di casta.
E poi ci sono le suore con cui Jenny si incontra; alcune burbere, altre gentili, altre ancora svanite, ma tutte accomunate dall’amore verso Dio e verso chi è loro affidato. C’è suor Monica Jane, pazza o santa di Dio, che farnetica di teologia tutto il tempo e tuttavia in modo bislacco apre la mente a Jenny sulla fede che la ragazza ha sempre rifiutato; suor Evangelina, rude e brutta, di famiglia povera, l’unica che sa parlare con i portuali e a cui tutti vogliono bene nonostante il linguaggio sboccato. Ci sono anche personaggi tragici, con un passato difficile, come Mrs. Jenkins, settantenne repellente rovinata dall’ospizio dei poveri, istituzione creata per nascondere la povertà. E Jenny scoprirà un segreto terribile. Il suo lavoro la porta anche nei bordelli di basso rango in cui lavorano le poverette fuggite da casa e ingannate da uomini senza scrupoli che le conducono sulla via del peccato. Jenny non le giudica e si commuove addirittura pensando alla sorte di Mary, una quindicenne irlandese la cui bellezza è una maledizione per lei, a cui viene sottratto il figlio appena nato facendola impazzire di dolore.
Ma non tutte le storie sono tristi. Esiste anche la gioia della maternità: Paquita ha 25 figli, che accoglie con amore anche se gli ultimi hanno problemi fisici non lievi. Tutti sono uguali nella luce del Signore. Ma non solo. Le famiglie nascondono segreti sulla nascita dei bambini e il tradimento di una moglie può essere perdonato da un marito anziano e impotente perché porta a un figlio desiderato anche se di pelle scura. Un gesto d’amore che placa anche le pettegole più cattive. Ogni parto viene seguito con attenzione, ma una minoranza di donne tenta l’aborto per mancanza di denaro con mezzi anche letali e Jenny non si sente di giudicarle, auspicando una maggiore rete sociale che negli anni Cinquanta era là da venire.
L’autrice ha gesti di tenerezza anche per gli uomini di queste famiglie che sono ai confini di un mondo fatto di femmine, ma sono logorati da un lavoro infame nei porti che li fa invecchiare presto. Ogni storia viene seguita con attenzione e partecipazione dalla protagonista, che non manca di osservare le sue compagne, vedendole più come sorelle che come colleghe e amiche, tutte quante alleate nel portare a termine i parti nelle zone più povere della grande Londra prima che il progresso e la pillola li facciano calare. Negli anni Sessanta i metodi contraccettivi rendono meno numerose le gravidanze indesiderate, ma così fanno finire le richieste delle levatrici che cambieranno mestiere.
Che dire? Un bel libro, primo di una trilogia che racconta una storia poco nota con protagoniste donne forti e coraggiose che hanno fatto della loro professione una missione. Chapeau.
- Autore: Jennifer Worth
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Sellerio
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Chiamate la levatrice
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