- Autore: Mario La Cava
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Einaudi
- ISBN: 9788879895095
Mario La Cava (Bovalino, RC, 1908 – 1988) è stato uno dei più significativi scrittori calabresi del Novecento. Dopo aver portato a termine gli studi obbligatori nella sua Calabria, si trasferì dapprima a Roma per studiare medicina (senza concludere il percorso), per poi spostarsi successivamente a Siena, dove si laureò in giurisprudenza nel 1931. L’esperienza degli anni universitari gli permise di allargare gli orizzonti ma non lo allontanò dalla sua terra di origine; infatti, fece ritorno a Bovalino dove trascorse il resto della sua vita.
Questa decisione, solo apparentemente motivata da fattori affettivi, cela in realtà una consapevole scelta letteraria e si pone a fondamento di una sorta di poetica, come si evince dalle affermazioni dello stesso scrittore:
Vivere accanto alla gente comune, soffrire della sua incomprensione ed ottusità, contrastare con la sua malignità, può essere una grande scuola di vita. Niente è più nocivo allo scrittore che credere reale il mondo sofisticato dei salotti culturali. Solo nei piccoli centri è possibile seguire gli itinerari di vita della gente per ricavarne trame di romanzi.
(M. La Cava, intervista di A. Delfino)
Pur seguendo sempre con attenzione le evoluzioni del panorama letterario nazionale, La Cava scelse di rimanere ai margini delle correnti letterarie, delle etichette e delle poetiche, percorrendo un itinerario artistico solitario e originale.
Scrittore particolarmente prolifico, tanto nella produzione narrativa quanto in quella giornalistica, sempre attento alla sua Calabria e alla sua gente, fu amico di Leonardo Sciascia, con cui intrattenne un fitto scambio epistolare (pubblicato da Rubbettino nel 2012). I due erano entrati in contatto nel 1951 dopo che La Cava aveva recensito Favole della dittatura, il primo libro di Sciascia pubblicato l’anno precedente. Lo scrittore siciliano lo leggeva e lo ammirava fin dagli anni Trenta, al punto da considerarlo un vero e proprio modello di stile:
Credo di avere letto per la prima volta qualcosa di Mario La Cava nell’“Italiano” di Longanesi, tra il ’36 e il ’37… le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo.
(L. Sciascia, 1987)
Tra le sue opere si ricordano in particolare Colloqui con Antoniuzza (1954), Le memorie del vecchio maresciallo (1958), Mimì Cafiero (1959), Vita di Stefano (1962), Una storia d’amore (1973), I fatti di Casignana (1974), che si aggiudicò il premio Sila l’anno successivo, e Una stagione a Siena (1988), romanzo autobiografico e ultima opera pubblicata in vita dall’autore.
Ma la fama di Mario La Cava è legata soprattutto alla sua prima opera, intitolata Caratteri (1939). Alla prima edizione – pubblicata da Le Monnier in una versione ridotta per via della censura preventiva – seguirono due nuove edizioni presso Einaudi, nel 1953 (edizione della collana i “Gettoni” diretta da Elio Vittorini) e poi nel 1980. Quest’ultima edizione, che rappresenta la sistemazione definitiva voluta dall’autore, riprende quella dei “Gettoni” con 16 racconti in meno e 9 sostituiti. Fra questi ce n’è uno ripreso dalla prima edizione Le Monnier messo al posto di quello che nell’edizione Einaudi si trovava al numero 40. Dopo la morte dell’autore, il libro è stato ripubblicato dall’editore Donzelli nel 1999.
Ma che cosa sono questi Caratteri? Si tratta di un’opera decisamente atipica e inconsueta nell’ambito della narrativa italiana: una raccolta di 354 testi in prosa brevi (spesso brevissimi) di vario genere (non tutti, per la verità, riconducibili alla forma del “carattere” indicata nel titolo). Si spazia dall’aforisma all’apologo, dal ritratto alla favola, dal bozzetto al dialogo, dalla riflessione al quadretto di genere dedicato sia ad ambienti naturali sia domestici. Siamo, insomma, davanti a una raccolta davvero eterogenea di testi ascrivibili, più in generale, alla cosiddetta “prosa d’arte”. È proprio in questo tipo di scrittura minimale e frammentaria che la produzione letteraria di La Cava trova la sua espressione più congeniale, una scrittura che “preferisce il respiro breve del ritratto e dell’osservazione morale, alle architetture narrative più solide e ampie” (S. Blazina). Questi testi colgono spesso i loro protagonisti nella vita quotidiana, nei piccoli gesti, dei drammi di ogni giorno, fissandoli per sempre nelle tessere di un mosaico più grande, come in una sorta di Spoon River della provincia italiana.
Anche i temi trattati sono molto variegati e non facilmente riassumibili: la miseria, la guerra, i sentimenti universali, i rapporti fra le persone, le descrizioni naturalistiche. Ma l’elemento peculiare (che spiega anche il titolo dell’opera) è il ritratto di tipi umani attraverso rapidi schizzi. Si vedano alcuni esempi presi fra i più brevi della raccolta, come il brevissimo testo di apertura:
Fecero scoppiare la guerra. E di essa poi, per la folla rimasta, diedero, nei filmi, crudele spettacolo.
(Caratteri, 1)
O ancora:
C’era una gran pozza d’acqua nella strada. Un bambino, con un barattolo vuoto di pomodoro, tentava asciugarla. – Cosa fai? – domandammo. – Ho perduto due soldi e non li trovo! – rispose.
(Caratteri, 4)
La guerra era alle porte. E Costante credeva che, prima di partire, al momento degli addii, avrebbe almeno piegato il cuore della donna bella che egli amava. Gioia e dolore si alternavano nel suo animo. Ma nulla di tutto questo accadde, nulla di quanto aveva previsto, ci fu.
(Caratteri, 135)
Pamela è una ragazza abituata alla devozione. Sente il bisogno d’entrare in chiesa, quando si trova tra le braccia del fidanzato, nelle strade solitarie. Accompagnata dall’uomo distratto, prega come una santa.
(Caratteri, 171)
Il bambino dei poveri correva e correva. Una lucida canna, messa tra le gambe e tenuta per mano, era il suo veloce cavallo.
(Caratteri, 217)
Rispondeva Clara gentile allo sguardo dell’uomo ridendo di gioia.
(Caratteri, 225)
Veniva il vecchio pastore nella casa dei signori e mangiava in cucina; il gatto bianco gli chiedeva qualcosa; ed egli colle sue rustiche mani lo accarezzava, gli gettava grossi bocconi.
(Caratteri, 232)
Lei era bellissima, il marito grasso e fedele; ma entrambi amavano molto la letteratura. – Come si fa a diventare scrittori? – Bisogna prima leggere. – E che cosa si deve leggere? – Era la prima volta che M. L. C. entrava in quella casa dove molti giovanotti garbati coltivavano l’amicizia del marito. – Avete letto Madame Bovary?
(Caratteri, 349)
I modelli letterari ai quali l’autore si ispira sono numerosi e vari. Tra i testi di moderni si possono citare le Barche capovolte e Bestie di Federigo Tozzi, gli aforismi e le favole di Kafka, i Mimi di Francesco Lanza, la rubrica alvariana Caratteri e facezie apparsa sulla “Fiera Letteraria”, nonché la raccolta di componimenti misti di scrittura memorialistica e prose brevi del Diario di Marianna Procopio. Dalla letteratura antica, invece, La Cava recupera il modello della favola esopica, il tono moraleggiante e il gusto per le sententiae, accentuato dalla frequente costruzione paratattica delle proposizioni e, nei componimenti dedicati all’analisi della società, il tono satirico dell’epigramma scommatico; mentre per i bozzetti naturali, veri e propri squarci lirici che punteggiano la raccolta interponendosi agli altri componimenti di diverso genere, il riferimento potrebbe essere a Orazio, “del quale però l’autore tralascia l’invito a godere edonisticamente la bellezza della natura, per abbandonarsi a un’osservazione del creato più malinconica e dolente” (E. Sposato). L’opera ha fra i più illustri precedenti antichi gli omonimi Caratteri di Teofrasto (IV sec. a.C.) e ci offre un vero e proprio affresco sociale, con un occhio realistico che però “non indulge a facili giudizi e non è mai didascalico, giacché tale mondo è analizzato dall’interno, con la consapevolezza dell’ineluttabilità del fato che domina le vicende umane e dell’insensatezza della vita” (P. Bartoli Amici).
Nel presentare l’opera all’interno dei suoi “Gettoni”, Vittorini mette in evidenza come La Cava fonda “il gusto dell’imitazione dei classici e lo studio naturalistico del prossimo”. Questa osservazione, in effetti, è efficace per riassumere in breve un libro così multiforme e inafferrabile, ma non fu pienamente condivisa dall’autore, che in un’intervista precisò:
Io ho certamente, come ogni scrittore, un fondo di cultura che non posso certamente negare, però la mia preoccupazione principale, quasi assoluta, è quella di carpire la verità, di guardare a quello che è il dato naturale e a esprimerlo nel modo più chiaro, ingenuo, fresco possibile, dimenticando tutto quello che ho appreso dagli scrittori precedenti.
(M. La Cava, intervista di L. Tassoni)
E in effetti, se andiamo a ben vedere, questi Caratteri assumono spesso la forma di epifanie improvvise, di verità universali che emergono dall’osservazione attenta del reale. Lo scrittore non giudica, non spiega, ma mostra soltanto, lasciando al lettore la possibilità di trarne delle conclusioni o delle impressioni. Questo effetto è ottenuto mediante uno stile asciuttissimo, minimalista, una scrittura che procede per sottrazione, paratattica e ridotta all’essenziale, dove spesso il non detto scavalca ciò che viene raccontato, invitando chi legge ad andare oltre quello che si vede.
Il libro, soprattutto a partire dalla sua seconda edizione, ricevette numerose recensioni che contribuirono a lanciare il nome di La Cava nel panorama letterario italiano. Ricordiamo, per esempio, quelle di Aldo Camerino (“Il Gazzettino”, 26 maggio 1953), di Arrigo Cajumi (“La Stampa”, 27 giugno 1953), di Luciano De Rosa (“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 14 agosto 1953), di Attilio Sartori (“La Rassegna”, maggio-agosto 1953), di Giuseppe De Robertis (“Tempo illustrato”, XV, 50, 10 dicembre 1953), di Giorgio Caproni (“Galleria”, 4, 1 gennaio 1954). Dopo averlo letto, Leonardo Sciascia, annunciando una sua recensione per la rivista “Letteratura”, sentirà il bisogno di scrivere una lettera a La Cava, nella quale accennerà le sue prime impressioni:
Che bel libro! Pieno di misura, di classica discrezione: eppure così acuto, pungente, inquieto. Ho sentito i Caratteri come raccontati dalla tua viva voce – e sono lieto di averti conosciuto e di esserti amico.
(L. Sciascia a M. La Cava, 11 settembre 1953)
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Caratteri
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