- Autore: Edoardo De Angelis
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Nell’ora indecisa tra il cane e il lupo, Ragusa è ammollata in una pioviggine tardiva, una pioggia esile ma insistente che non dà sollievo. Poco probabile che Maria Cristina Di Gregorio ed Edoardo De Angelis se ne diano pena. La scrittrice e il cantautore sono della pasta viandante dei Wolfang Goethe: fra arte, vita e chilometri ruminati, li accomunano intemperie, affinità sentimentali, attrattive orfiche nei confronti della parola. E l’amore per la Sicilia. La circostanza in cui ho incrociato le traiettorie di entrambi è recente: 24 maggio scorso, se la memoria non mi gioca brutti scherzi. In quella circostanza proprio De Angelis mi ha confermato che il suo progetto teatral-musicale Anche le statue parlano sarebbe presto diventato un libro per Re[a]daction (2025). Il suo album più lungo e articolato. Cento storie per cento vite (oggetti compresi). Cento tracce impigliate nella storia, e finite nei musei. Tanti musei, evito volutamente di citare, in questa sede.
In questa sede ciò che più conta è il filo rosso del percorso medianico, suggestionante, che ha contrassegnato le visite museali di De Angelis e poi il percorso di scrittura. Su e giù per l’Italia. Un itinerario articolato, sul crinale fertile di mito, realtà, fantasia attraverso cui l’autore si è frastagliato, si frastaglia, in cento io. Cento monologhi di statue e di reperti. Animali e persone. Cento diverse ombre e luci. Cento ricordi, amori, dolori, e itinerari topici della vita. Cento anime di marmo (per lo più) che parlano al cantautore, e parlano attraverso lui. Qualcosa di diverso e di ulteriore rispetto alle inflazionate interviste impossibili. Qui siamo piuttosto dalle parti dell’autobiografismo essenziale. Del racconto essenziale per interposta persona. Materia da seduta spiritica, o materia per poeti. Riepiloga bene il cantautore-scrittore:
Ci siamo avvicinati con garbo, ammirazione e stupore a grandi opere dell’ingegno umano. Davanti a noi statue, dipinti, reperti storici hanno ripreso vita, hanno interrotto un lungo silenzio, e hanno iniziato a raccontare le loro storie. Gli dei hanno esposto i loro sentimenti umani, comuni, identici ai nostri, e per questo li abbiamo sentiti veri, reali, vicini. Li abbiamo ascoltati con grande attenzione. Le loro storie a volte ci hanno fatto sorridere, molto spesso commuovere. Per questo motivo abbiamo deciso di riportarle in queste pagine, perché tutti potessero conoscerle, e prendere atto che, sì, anche le statue parlano.
Gli fa sponda, dal canto suo, Roswitha Del Fabbro. Sono le prime righe della sua introduzione al libro:
Il progetto “Anche le statue parlano” nasce da un’idea molto semplice: i musei non vanno solo visti, ma vanno anche ascoltati. Ogni oggetto conservato in un museo, dal più semplice al più complesso, dal più anonimo al più conosciuto, dal più comune al più prezioso, ha una storia da raccontare.
Difatti: Edoardo De Angelis non chiede di meglio che raccontare. Attraverso il libro si parcellizza in cantore, aedo, interprete sentimentale di ciascuna statua, ciascun frammento (di vita). Frammenti peraltro esigui rispetto ai diversi altri che lo hanno ispirato e che ha portato in scena. Raccontare. A guardar bene, raccontare è ciò che De Angelis ha sempre fatto meglio in vita sua. Lo ha fatto attraverso qualche altro libro, lo ha fatto soprattutto attraverso i testi delle sue canzoni. Cantare, colorare, sciorinare: l’amore, la morte, e altri invisibili spostamenti del cuore, è stato l’impegno di Edoardo De Angelis. Un impegno assunto con sé stesso e con il mondo. Ancor prima delle sue statue che parlano, De Angelis, è stato in primo luogo narrazione. Microstoria cantata. La parola per voce di uomini illustri e soprattutto non illustri. L’oscuro marinaio di Sulla rotta di Cristoforo Colombo. L’anonimo femminicida della nerissima Lella. L’epica autobiografica della storia di formazione e contrabbando che investe La casa di Hilde. Gli anti-eroi del West di Una storia americana. Per citarne soltanto una manciata. La discografia “verista” di De Angelis ha da sempre attraversato persone e personaggi. E vicende, e latitudini (geografiche ed interiori); emblematizzate se serve, con i colori pastello della poesia. Le parole delle statue che diventano Logos (Verbo) all’interno dei musei sparpagliati per l’Italia, rappresentano quindi il punto di congiunzione tra il prima e il dopo, tra un passato di cantautore-poeta e un presente da scrittore-poeta.
Assaporate, a tal proposito, l’eloquio colorato di Prometeo (pp. 288-289 del libro)
Prometeo! Il mio nome ha già un suono di promessa! Su questa roccia, fermo, consumato dal tempo negli arti miei perduti…le gambe, le braccia…qui vi aspettavo, dentro al mio giorno lungo come l’eternità. E ancora qui vi aspetto, e guardo, scruto negli occhi di ogni passante, per leggervi una lacrima d’amore e di riconoscenza. Che vita avreste offerto ai vostri figli, alle loro madri, senza quella scintilla che vi ha scaldato il cuore, illuminato il buio?
Intendete la voce di Icaro precipitato in mare per stolta vanagloria (pp. 215-216):
Dove sei, padre, dove sei? Dov’è mio padre Dedalo, lo avete visto voi? Era qui l’appuntamento, ma non lo vedo. Il giorno si fa notte, è scuro tutt’intorno…la luce lentamente mi abbandona gli occhi. Fu forse l’abbaglio improvviso del sole, nell’attimo del volo in cui gli andai vicino…
E quella laica e dolente della Madonna di Latta (pp. 113-114):
Fanno male questi fori nella latta, queste ingiurie, questi insulti…fanno male più delle ferite che offendono la carne. Io non le meritavo, queste violente attenzioni…non le meritavo! Ho sempre speso le mie preghiere di madre assieme a quelle di tutte le madri, io che mio figlio l’ho visto coperto di sudore e sangue, e l’ho accompagnato, con il coraggio dell’ineluttabile, fino all’ultimo passo.
Lo vedete da voi: sono parole che suonano quelle di Edoardo De Angelis. Suonano della semantica sottile che solo la lirica dei veri poeti sa come fare suonare. E al contempo sublimare in emblema, cuore, strazio, afflato. In medesimezza e parabola. Una parabola pregna di significato, universale.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Anche le statue parlano
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