Tra i doni della scrittura, destinati a grande fortuna letteraria, c’è la compensazione, la possibilità di risarcire un lutto e di ricomporre i conflitti interiori verso un’ipotesi di serenità.
Lo dimostra in anticipo sui tempi il sonetto di Petrarca Alma felice che sovente torni, dedicato a ringraziare Laura che, morta, consola il poeta.
Il sonetto fu composto tra il 1348 e il 1356. Sono anni concitati, fitti di avvenimenti pubblici e privati. Diffusione della peste, morte di Laura, riorganizzazione strutturale del Canzoniere, Roma; Firenze e l’amicizia con Boccaccio. E poi Padova, Valchiusa, Milano e Praga dove incontra l’imperatore Carlo IV.
“Alma felice che sovente torni”: testo della poesia
Alma felice che sovente torni
a consolar le mie notti dolenti
con gli occhi tuoi che Morte non à spenti,
ma sovra ’l mortal modo fatti adorni:quanto gradisco che’ miei tristi giorni
a rallegrar de tua vista consenti!
Così comincio a ritrovar presenti
le tue bellezze a’ suoi usati soggiorni,là ’ve cantando andai di te molt’anni,
or, come vedi, vo di te piangendo:
di te piangendo no, ma de’ miei danni.Sol un riposo trovo in molti affanni,
che, quando torni, te conosco e ’ntendo
a l’andar, a la voce, al volto, a’ panni.
“Alma felice che sovente torni”: parafrasi della poesia
O anima beata, che torni spesso sulla terra per consolare le mie notti sofferenti con i tuoi occhi che la morte non ha appannato, ma resi ancora più belli: quanto apprezzo che tu accetti di rallegrare con la tua vista i miei tristi giorni! Così ritrovo le tue bellezze nei luoghi dove ero solito comporre poesie a te dedicate. Tra molti dolori trovo soltanto una consolazione, che quando torni nei sogni ti riconosco dall’incedere, dalla voce, dal volto, dagli abiti.
“Alma felice che sovente torni”: analisi della poesia
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Il poeta si rivolge a Laura in Paradiso e la ringrazia perché di notte compare in sogno a consolarlo. Così sente ancora la sua presenza nei luoghi che abitava da viva, con riferimento a Valchiusa, e anche l’identità fisica della donna riaffiora nella sua mente.
Per Petrarca la morte non interrompe la possibilità di una comunicazione affettiva e sentimentale, bensì la trasforma perché la donna, una volta scomparsa, collabora a rimettere insieme i cocci psichici e affettivi del poeta. Non solo; la dipartita introduce il tema dell’assenza affratellato con quello della memoria tra i più originali del Canzoniere. E se nel primo verso il fantasma di Laura ha i tratti evanescenti della beatitudine celeste, nell’ultimo verso assume la terrestrità di un corpo che cammina, di una voce, dei suoi abiti. Però, come accade nella canzone Chiare, fresche et dolci acque, questa fisicità viene disarticolata in particolari che fanno di lei un archetipo femminile con quella genericità lessicale centrata in una celebre pagina dello Zibaldone leopardiano.
Non dimentichiamo che Laura si afferma come personaggio simbolico che incarna ed esprime, al di là della propria femminilità terrena, le più nobili ambizioni di ogni uomo, ovvero la conoscenza della verità e la perfezione morale, tanto che come il poeta aspira a Laura, così l’individuo dovrebbe aspirare a ideali simili.
Petrarca fu raggiunto dalla notizia della morte di Laura avvenuta il 6 aprile 1348 mentre si trovava a Parma il 19 maggio seguente. Ecco cosa annota sul suo libro più caro, un codice con l’opera di Virgilio:
Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno.
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