Anna Achmatova in un ritratto di Kuz’ma Petrov-Vodkin (1922)
La sentenza (Privogor, 1939) costituisce la sezione VII del celebre poemetto Requiem di Anna Achmatova. Si tratta di uno dei passaggi più drammatici dell’opera, scritta di nascosto dalla poetessa russa durante gli anni terribili delle purghe staliniane (dal 1935 al 1940).
In pochi versi granitici, duri e capaci di toccare le corde più profonde di chi legge, si cristallizza l’atroce dolore di una madre di fronte alla certezza dell’imminente tragica fine del figlio. L’esperienza è biografica: Lev Gumilëv, unico erede di Achmatova, fu dapprima perseguitato, poi arrestato e infine condannato a morte dal regime.
Ma come ogni capolavoro che si rispetti, anche La sentenza (e Requiem tutta) si distingue per l’ampio respiro e quindi per la capacità dell’autrice di universalizzare una sofferenza privata e di farsi portavoce del disperato grido di libertà del popolo russo oppresso da una dittatura insopportabile. Analizziamo il testo e scopriamo perché è considerato uno dei più significativi della letteratura europea novecentesca, soprattutto in ambito di resistenza civile.
“La sentenza”: testo della poesia
E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l’anima impietrisca,
occorre imparare di nuovo a vivere.Se no… Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.
1939, da Requiem, trad. di Michele Colucci
“La sentenza”: la parola che diventa pietra e il lutto atteso
Leggere La sentenza di Anna Achmatova è come ricevere un pugno nello stomaco. Il breve brano poetico (come prima ricordato, fa parte di un più ampio poemetto dal titolo Requiem) coglie e descrive l’impatto distruttivo che sulla poetessa ha la ferale notizia, in realtà attesa da tempo, della condanna del figlio Lev. Il dolore che ne deriva è tanto devastante quanto composto: nessun grido, nessun pianto, nessuna (apparente) disperazione, solo la sensazione viva e agghiacciante di ricevere un colpo di pietra che pietrifica il cuore e la mente per poter sopravvivere, come recita l’incipit "E sul mio petto ancora vivo / piombò la parola di pietra", ovvero la sentenza giudiziaria inappellabile.
L’autrice, di fronte alla sofferenza più grande che si possa immaginare per una madre, si sente raggelare. Tutto ciò anche se dice di aver presentito l’evento e quindi di aspettarselo da un momento all’altro. A colpire il lettore forse più di ogni altra cosa è la lucidità della donna, che non cede mai il passo alla disperazione cieca né all’odio nonostante l’evidenza di un dolore atroce da diventare fisico.
Le parole "l’ardente fremito dell’estate, come una festa" indicano l’assoluta indifferenza della natura di fronte alle pene dell’uomo. Quando l’io lirico dà un’occhiata fuori dalla finestra, non può fare altro che constatare come e quanto la vita e il mondo vadano avanti senza curarsi minimamente né di lui né di qualunque altra vicenda umana. Le meraviglie estive, che si possono ammirare attraverso i vetri, fanno da contraltare al gelo che è calato sul cuore di Achmatova: il calore, il sole, la luce sono doni di cui non può più godere, una "festa" alla quale non può partecipare. Per lei ogni cosa si è fermata al momento della sentenza, ma tutto il resto va e andrà avanti.
La sentenza (come l’opera di cui fa parte) è un capolavoro della letteratura russa novecentesca anche per il forte slancio con cui riesce a rendere universale una pena personale. Nel piangere il proprio figlio Lev, infatti, Achmatova si identifica con le migliaia di madri sovietiche vittime della medesima violenza, trasfigurando il mero dato biografico in un monumento letterario contro la spietatezza del regime stalinista e di ogni totalitarismo. Achmatova, trafitta da un lutto disumano, riesce a parlare con voce corale e sta qui la sua forza più grande.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “La sentenza” di Anna Achmatova: il dolore di una madre in uno dei periodi più bui della Storia
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