- Autore: Gadi Luzzatto Voghera
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Ignoravo che a metà della seconda metà del Novecento esistessero in Alto Adige skilift di coppia, per salire sulla neve fino alla sommità delle piste. Per me, isolano e marinaro, mai stato sui monti d’inverno, è già tanto la sciovia monoposto. Una doppia non l’immagino nemmeno. L’ha invece inforcata Gadi Luzzatto Voghera, che da lucido appassionato dei tempi andati evoca i suoi anni minorili da boomer e il suo amore per l’alta montagna, nel testo autobiografico All’ombra del Caregòn di Dio, edito da Il Prato Publishing (novembre 2025, collana “Le meleagrine”, 112 pagine).
L’autore, alla prima esperienza narrativa dopo numerosi saggi di ricerca storica, è nato a Venezia nel 1963 e dirige a Milano la Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC). Nelle prime pagine, si presenta ragazzino ricco d’iniziative e talvolta indomito - salvo sciogliersi in un pianto liberatorio una volta superate le difficoltà - residente in “un paese contadino” in pianura, Dolo, nelle campagne fra Padova e Venezia, sulla Riviera del Brenta, lontano dai rilievi.
Il piccolo testimone di un’epoca e della passione per la montagna è cresciuto bambino e adolescente nell’ultima Italia in bianconero, alla vigilia dell’avvento del colore nelle televisioni, sistema PAL. Frequentava la scuola elementare mentre scoppiavano il ’68 e le lotte operaie, il mondo si avviava verso profonde trasformazioni, ma nella “Edmondo De Amicis” il tempo era imbalsamato: programmi vecchi e inamovibili, bambini in fila per due come soldatini, col grembiule nero con fiocco azzurro (i maschi) o rosso (le femmine).
Preghiera la mattina: tutti in piedi e Padre nostro (’Gadi, tu stai pure in silenzio e ascolta, puoi anche non dirla...’, bontà loro), il clima ideologico era decisamente repressivo e per nulla laico.
È evidente ch’è di religione israelita. Un ambiente decisamente conservatore la scuola di allora, non disposta a tollerare fantasia e libertà. I bambini della prima elementare - chiamati “remigini” perché la scuola iniziava il 1 di primo di ottobre, San Remigio - venivano fotografati seduti al banco con una penna in mano e una carta geografica alle spalle. La sorella impugnò istintivamente con la sinistra, provocando l’intervento della maestra, che le impose di tenere la penna con la destra. Proibito essere mancini, verboten.
Adoro i libri di ricordi della metà del Novecento e su per giù. Raccontano un’Italia che non c’è più e lo fanno sempre con un affetto lucido, più oggettivo che nostalgico, ripeto, proprio come quello di Gadi. Chi c’è passato non dimentica e ha il dovere quanto il piacere malinconico di rappresentarla. Erano giorni di poco e di tanto, allo stesso tempo. Nessun comfort, risorse spartane, non mancava qualità negli oggetti e negli alimenti, ma c’erano scarse quantità di qualsiasi cosa. Imperava la rusticità. Tanta ma tanta invece la soddisfazione per quello che si aveva, l’applicazione in quello che si faceva, l’empatia nei confronti delle persone, la grandissima voglia di crescere, di scoprire, di vedere tutto migliorare.
Le sue montagne sono certamente le Dolomiti. Riconosce di fare fatica a organizzare i pensieri nel parlarne, perchè sono tanti gli aspetti in cui le “sue amiche” appaiono imponenti e benevole. Premette di voler provare a costruire un possibile indice di sensazioni, emozioni, luoghi e figure, a sondarle una ad una, per riuscire a dar loro un significato che abbia un senso.
Si tratta di elementi che mi legano al presente e promettono il futuro ogni volta che mi avvicino ai monti.
Lasciamoci accompagnare dall’amico Gadi su e giù per i suoi ricordi, nei suoi e nostri tempi. Andiamo a conoscere le sue esperienze, a vedere con i suoi occhi gli scenari e località del cuore, a condividere le impressioni che trasmettono, a cominciare dal Caregòn, il Trono di Dio, il monte Pelmo, un massiccio pietroso del Cadore occidentale.
Siamo in debito di una delucidazione sullo skilift doppio, il sistema di risalita più diffuso, per qualche decennio, nelle località sciistiche. Era privo di ammortizzatori, occorreva mettersi il disco fra le gambe e si partiva con uno strattone deciso: se impreparati o insicuri, si finiva gambe all’aria. In zone tedesche, nel Sud Tirolo, c’era la temutissima ancora, uno skilift per due, “inventato da un sadico”. Stesse difficoltà, aggravate dalle variabili della perizia di chi saliva accanto (se capitava un insicuro erano guai) e della sua statura. Il lui o lei con venti o più centimetri di vantaggio sedeva ben poggiato/a sull’ancora, il che la portava all’altezza della schiena del bassotto/a... una tortura. In alternativa, la seggiovia. Era però monoposto, senza la pedana per poggiare gli sci, e non rallentava alla partenza. Al freddo, i seggiolini di metallo quasi ti scottavano. Una coperta scaldava le gambe durante la salita, lenta e lunghissima. Guai a perdere un bastoncino, un guanto, uno sci. Non c’era modo di andare a recuperare nulla, in mezzo al bosco.
Inventarono anche un antenato fantasioso, scomodo e pericoloso dell’ovovia: la cestovia. Le poche rimaste ora sfoggiano sistemi di rallentamento e avvio, prima inesistenti: serviva un vero gesto atletico, insidioso. Si entrava in una corsia di dieci/quindici metri, aspettando in piedi, con sci e racchette stretti in una mano. Si entrava da soli o in due, ma il più delle volte il secondo non ce la faceva. Il primo montava di slancio (per quanto consentissero gli scarponi pesanti ai piedi) e, se tutto andava bene, seguiva il secondo, che intanto correva accanto al cesto in movimento, passava gli sci a quello entrato e saliva pure lui, se non scivolava o s’incastrava da qualche parte. Si chiudeva il cancelletto e via ad ascendere, in piedi, come galline nelle gabbie. Arrivati, si doveva ripetere tutto in discesa, facendo attenzione a non finire gambe all’aria.
L’ortopedico assicurava sornione che la stagione invernale era a quei tempi molto redditizia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: All’ombra del Caregòn di Dio
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