Adriatica
- Autore: Massimo Gezzi
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Feltrinelli
- Anno di pubblicazione: 2025
Ho trascorso un paio di notti con Adriatica, romanzo di Massimo Gezzi (Feltrinelli, 2025), tra l’odore buono del pane fresco, tra i capelli di Giada e quello inebriante del sigaro di Natalino, che ogni tanto passa tra le pagine del libro, quasi uno spirito noir, che però si fa voler bene subito. Adriatica è un romanzo che impegna, non è mica una passeggiata sulla costa del centro Italia.
Il romanzo vive sotto le palpebre, perché è sempre notte. Ci si abitua subito al suo buio, grazie alla luna, che, leopardianamente, segue tutto, ma sullo sfondo. La città, Adriatica, c’è, con le sue strade, i locali, la spiaggia, gli chalet, il molo, il suo risvolto sociale razzista, grezzo e ignorante, ma soprattutto c’è il mare, sornione, nero come la pece, una divinità silenziosa, in ascolto, intradiegetico e onnisciente. E se ne percepisce costantemente l’odore. Perché questa storia è intrisa di afrori: fumo, acacie, vino, sudore.
L’intreccio nel romanzo è interessantissimo, condotto da Emilie e Tullio, fari distorti, ognuno a modo suo, eppure anch’essi guida, tra le parole e un linguaggio vario: concreto, sporco, dialogato, quando è lingua dei giovani, contemporanea - lingua nazionale, direi - raffinato ed elegante, quando è Tullio, il boomer, a esprimersi. Lui, Tullio, con “la testa girata al contrario”, così educato, così gentile, così poetico, pure ai margini, circondato da un’aurea mediocritas, una misura che lui ha provato a stravolgere, ma non sa più nemmeno se sia stato verità o sogno - le sue esperienze di rottura, infatti, sembrano a metà tra reale e onirico.
Il sesso è l’unico modo per rompere, per cambiare orizzonte o per avere un pretesto per poter procedere ad un cambiamento. Ma l’unico cambiamento che vive Tullio avviene quando il flusso dei suoi pensieri attiva un nuovo ricordo, sempre ancorato al passato. Altrimenti resta un personaggio sospeso, a tratti inerte, come il suo braccio rimasto leso dall’ictus, tra le sue camminate eterne, da lucido alcoolizzato, che attraversa ambienti concreti e memoria.
Invece, per i personaggi giovani, il sesso è abitudine, e il fatto che qualcuno resti “incinta” sconvolge i personaggi (è un accidente o un incidente), sì, ma il lettore quasi se lo aspetta. E poi il tema della maternità resta congelato lì, in una schermaglia di messaggi whatsapp notturni tra i due interessati, che non portano a nulla. Più intriganti, riguardo questo tema, semmai, le figure di madri che spesso appaiono nei libri di Gezzi: la madre di Emilie, Alice, descritta nella contrapposizione dello sguardo di Tullio, che la riconosce, e in quello della figlia, nell’opinione che ne ha, con il timore di scoprire “altro” di lei; la madre di Tullio, Teresa, che aleggia nel profumo di acacie, la madre di Cinzia, Raffaella, appena accennata, la morte della quale è un’occasione che fa incontrare i due ex amanti, dopo anni.
Adriatica è fatta di buie linee, che seguono un sottile equilibrio e abissi improvvisi. I protagonisti sprofondano nel presente e sprofondano nel passato: il lettore sprofonda anche lui, poi riaffiora e cammina di nuovo, dietro i protagonisti.
Emilie è, come tanti ragazzi, problematica, anche lei ai margini, ma creatura fragile. Piace, piace più di Giada. Si mostra anche sprovveduta e saggia, insieme delle contraddizioni che ci fanno amare i giovani e ce li fanno detestare (qui si nota che Gezzi li conosce bene, ne ha esperienza viva e diretta). Il suo essere così “gocciolante di umori”, perché piange, si emoziona, suda, partecipe di eventi e situazioni, la rende una creatura viva, così ci interessa seguirla nel suo sgangherato muoversi in strada, nei locali, in spiaggia, nell’attivare e chiudere relazioni, nel suo generoso e sensibile raccogliere derelitti. Emilie è una linea curva, aperta e spezzata. Forse in lei c’è speranza, pure se non si vede facilmente.
Nel corso della narrazione, poi, altri personaggi sopraggiungono: sembrano barche leggere che approdano e poi si staccano dal molo, per ripartire. Presente e passato si intrecciano, ma la vicenda vive in una notte e tutti, alla fine, tornano a casa. Quel tornare a casa, denso di alcool, di sonno, di lacrime, non si sa se sia un rientrare nella tana, oppure un cambio di scena, che faccia presagire l’arrivo di una nuova mattina, di qualcosa di diverso, di altro. Immaginare sta a noi lettori e a Gezzi, se ci vorrà donare ancora storie.
Adriatica
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