- Autore: Andrea Pomella
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2025
Si sente solo il calpestio di tacchi, un profumo vago di sottoveste, risate, squittii, la stessa atmosfera di sfacciato cinismo che dieci anni prima regnava nei fumosi night di via Veneto e che ora si è spostata negli appartamenti terrazzati, dove le orchestre sono state sostituite da modernissimi impianti stereo e le notti trascorrono tra champagne e cocaina.
Questa immagine compare nella prima pagina di Vite nell’oro e nel blu di Andrea Pomella (Einaudi, 2025), un frammento che anticipa la parabola di un’intera generazione, il cambiamento, il passaggio da un’epoca all’altra. Il romanzo intreccia le vite di quattro artisti della Scuola di Piazza del Popolo, Mario Schifano, Franco Angeli e i fratelli Tano Festa e Francesco Lo Savio, che negli anni Sessanta contribuirono a rivoluzionare la pittura italiana. Siamo nell’epoca della Dolce Vita, quando Roma brillava di una luce riflessa, sospesa tra la New York della Pop Art e la Londra della rivoluzione culturale, riuscendo comunque ad attirare l’interesse internazionale grazie a un’alchimia irripetibile di cinema, moda, mondanità e arte d’avanguardia.
Arrivati dalle periferie romane, questi giovani talenti si ritrovano improvvisamente proiettati in un ambiente alto-borghese, ospiti abituali dei salotti di nobili e grandi industriali, come gli Agnelli. Francesco Lo Savio muore prematuramente a Marsiglia nel 1963, a soli ventotto anni. Mario Schifano, invece, diventa il ponte ideale verso la Swinging London, frequentando i Rolling Stones, Marianne Faithfull e quel "circo" di modelle, musicisti e intellettuali affascinati dall’estetica dell’artista maledetto. Il jet set internazionale, tuttavia, amava il palcoscenico e il personaggio, ma restava cinicamente indifferente alla persona, alle sue fragilità e alle sue origini.
In questa vertigine dorata si consuma una profonda frattura ideologica. Se la Pop Art americana di Andy Warhol trasformava con lucido distacco gli oggetti del consumo di massa e le icone della cultura popolare in opere d’arte, gli artisti della Scuola di Piazza del Popolo conservarono uno sguardo profondamente italiano, attraversato da tensioni politiche e sociali. Nelle loro opere i marchi pubblicitari diventavano strumenti di critica, i simboli del potere venivano velati, reinterpretati o messi in discussione, mentre la grande tradizione artistica italiana dialogava continuamente con il presente. Vivevano nel lusso, ma la loro ricerca artistica rimaneva ancorata alla strada.
Il tempo, però, non perdona e il mercato dell’arte sa essere spietato. Con il passaggio agli anni Settanta, Ottanta e Novanta, le mode cambiano, gli interessi dei collezionisti si spostano e la sovrapproduzione finisce per svalutare molte opere. È l’inizio del crepuscolo. Quando i riflettori si spengono e le feste finiscono, quegli artisti che avevano conquistato Roma si ritrovano progressivamente isolati, privati del fascino del jet set e costretti a fare i conti con la solitudine e, spesso, con gravi difficoltà economiche. È una dinamica che la storia dell’arte avrebbe riproposto anche in altri contesti. Il pensiero corre inevitabilmente a Jean-Michel Basquiat nella New York degli anni Ottanta. Anche lui, partendo dalla strada e dai graffiti, visse la medesima illusione: credere che l’élite finanziaria e culturale amasse davvero la sua arte e la sua persona, per poi scoprire di essere stato trasformato in uno status symbol da consumare e, infine, abbandonato a se stesso.
In fondo, Vite nell’oro e nel blu racconta la difficoltà di gestire un successo planetario a vent’anni, partendo da un bagaglio culturale ed emotivo scarso e senza una struttura che faccia da scudo. In un mondo che amplificava ogni vizio, era fin troppo facile cadere in tentazione e impossibile prepararsi un "paracadute" per la discesa. Quando l’oro della giovinezza sfuma nel blu profondo della depressione e del declino, resta solo l’arte, un’eredità straordinaria che oggi celebriamo, ma che non riuscì a salvare i suoi creatori da un mondo che sapeva amare il mito dell’artista molto più dell’uomo che lo incarnava.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Vite nell’oro e nel blu
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