- Autore: Hélène Giannecchini
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
Smontare col cacciavite le rotelle, tenere una mano dietro la sella per aiutare l’equilibrio a non diluirsi di botto ed evitare la rovinosa caduta a terra, poi appoggiarla sempre più leggera, toglierla del tutto e godersi lo spettacolo del successo: queste coordinate accompagnano molte e molti di noi, imponendosi come uno dei primi, grandi traguardi dell’infanzia, con mamma o papà ad accompagnarci verso una delle prime manifestazioni del “ce l’ho fatta” che ci è dato gridare. Anche Hélène Giannecchini, a pagina 129 del suo strepitoso Un desiderio smisurato di amicizia (Iperborea, 2026, trad. di Caterina Orsenigo), ci racconta di come sia riuscita per la prima volta a infrangere il traguardo delle due ruote:
Mi dà appuntamento in un parco fuori Parigi, ha portato qualcosa per fare un picnic e una bicicletta. Monto in sella, lei mi incoraggia. Riesco a pedalare, ma non sono capace di lasciare il manubrio per segnalare quando voglio girare, perdo l’equilibrio quando mi fermo, la velocità mi terrorizza, faccio le curve con difficoltà. Per un’ora mi guida, mi rassicura, mi libera dall’imbarazzo, poi mi assegna degli esercizi. Dimentico la gente attorno a noi che guarda un’adulta di venticinque anni barcollare su una mountain-bike dietro agli incoraggiamenti di un’amica. Mi concentro su quello che dice e riesco a seguire le sue indicazioni. Mi sento sempre più a mio agio in sella. La settimana dopo riprendiamo, e anche quella successiva.
Ed è, per me, l’immagine più significativa e potente del suo testo (che, di per sé, è proprio un collage di immagini potentissime).
L’autrice, curatrice di mostre e insegnante di Storia e Teoria dell’arte contemporanea a Lille, dà vita a un testo che è insieme memoir, saggio e archivio dove si interroga sui concetti di amicizia e famiglia nelle loro declinazioni queer, o sarebbe meglio dire sull’assenza di una corretta definizione di questi due concetti per chi si ritrova scomodo nelle loro accezioni patriarcali. Pur nella fortuna di essere nata in una famiglia che faceva della condivisione un punto centrale del proprio quotidiano e che si è fin da subito, già prima della sua nascita, imposta su un baricentro altro rispetto al due della coppia, Hélène Giannecchini si trova un po’ sperduta nella meravigliosa rete di amicizie che gli gravita intorno e parte alla ricerca di tutti gli elementi che possano permetterle di reindirizzare, raddrizzare, nominare e condividere i legami non di sangue che fanno da colonna portante alla sua esistenza. “Amicizia” diventa così il cardine della sua riflessione:
L’amicizia mi protegge, mi rende più forte e attiva, accresce il mio desiderio, la mia intelligenza, mi permette di lasciare sempre una porta aperta. L’amicizia restituisce libertà all’amore. […] Le idee delle mie amiche mi colpiscono in modo unico e a loro concedo un accesso che non concedo a nessun altro. Insieme impariamo a osservare il mondo e criticarlo, insieme pratichiamo il rifiuto e la sottrazione; cerchiamo anche delle forme di comunità, delle alleate, proviamo a costruire nuovi modi di organizzarci. I nostri accordi e le nostre promesse si estendono a ciò che ci circonda, diventano impegno politico. […] noi difendiamo l’amicizia come stile di vita e come pratica.
Ciò che fa da motore pulsante e vettore prolifico di queste pagine è, insieme, il desiderio di illustrare le dinamiche e la ricerca complementare di basi solide. La Giannecchini sa, infatti, che alcune coordinate della famiglia cosiddetta tradizionale vanno tenute in considerazione per la ricerca di sue nuove forme – o, meglio, a voler correggere questa frase che genera una scomoda filiazione, l’autrice carpisce il bisogno di alcuni elementi per nominare, regolare e tracciare legami già esistenti e prolifici, ma ancora non codificati. Sa che servono, almeno, un nome, un luogo, una storia raccontata, un ritmo, un rito, una fotografia, e ne incasella infiniti, di questi elementi, tutti al plurale: con un taglio e cuci strabiliante, mette insieme nomi (o tentativi, proposte di nomi), e poi luoghi, storie condivise, ascoltate e ripetute, e ancora ritmi, riti, fotografie. Costruisce in tal modo la sua famiglia e la sua storia, tirandole fuori dall’oblio e allungando funi per rimorchiare verso di sé pezzi di vissuto che confluiscono nel suo, inondandolo.
Un desiderio smisurato di amicizia è questa struttura polifonica atta a strutturare “un’altra genealogia per estendere e arricchire la prima, a volte anche per smentirla: una genealogia che non avesse più nulla a che vedere con il sangue”. Trova così interi archivi, fra i quali immergere le mani e l’anima proprio come in quelli degli album fotografici della sua famiglia, e insieme scopre i saldi legami di relazionalità e aiuto creati decenni prima della sua nascita, che vanno difesi. Il supporto imprescindibile dato dalla comunità lesbica ai malati di AIDS negli anni più bui della malattia, la messa a fuoco di fotografe verso gli esseri più emarginati delle nostre società, scatti rubati e semisfocati di anonimi individui che si intrecciano in abbracci eterni: sono solo alcuni dei tasselli di quest’ampia costruzione salutare del proprio passato, per denominare il proprio presente e immaginare un futuro condiviso.
Ed è tutta una ricerca: quello tracciato da Hélène Giannecchini è un iter, un percorso, dove non poco spazio hanno la fantasia, le storie ricostruite innestando parole dove il silenzio dell’oblio ha cancellato interi anni, proposte. E sogni. Quante volte siamo, tutte e tutti, passati e passate sotto le forche caudine dei pranzi o cene di famiglia? Tavolate di condivisione con nascosti sotto ogni sedia i rischi di un incubo, un dramma pronto a detonare, ma anche con infinite storie di identità fra le labbra da lanciare da un capo all’altro? Nulla ci vieta, anzi tutti ci invita a immaginarci un pasto diverso e insieme simile:
Le cene che ho cercato a lungo, la tavola a cui avrei voluto sedermi per ascoltare racconti di vita non esistono. Ma sarebbero straordinarie. Entrerei in un grande salone con al centro una tavola apparecchiata di diversi metri. Monique Wittig sarebbe seduta in fondo, servirebbe la cena chiacchierando con Masha P. Johnson e Silvia Rivera sedute accanto a lei, Cleews Vellay accompagnerebbe i suoi discorsi con grandi gesti maliziosi, Leslie Feinberg fumerebbe un po’ in disparte, Virginia Woolf poggerebbe le sue lunghe e belle mani sulle ginocchia, ci sarebbe anche un’operaia di nome Gloria con la sua compagna Minnie, Claude Cahun e Marcel Moore chiederebbero a tutte di stare ferme per fare una foto e i due sconosciuto della mia fotografia, presi in un bacio appassionato, alzerebbero lo sguardo per guardare l’obiettivo, David Wojnarowicz sistemerebbe la giacca sullo schienale della sedia, Natalie Barney farebbe un brindisi, Renée Vivien le volterebbe le spalle per guardare Valentine Schlegel che scolpisce un personaggio con la mollica, Alain Buffard verserebbe un bicchiere di vino a Larry Kramer, una certa Marlene si aggiusterebbe la fibbia della cintura chiacchierando con Jean Dumargue, Audre Lorde presiederebbe all’altro capo del tavolo, di fronte a Monique Wittig, e sarebbe lei a raccontare la prima storia. […] un posto come questo non esiste e devo trovare altri modi per scoprire la mia storia.
Leggete questo tentativo prezioso di trovare parole, di costruirsi le proprie storie, di salvarne altre; è un viaggio insieme meraviglioso e indispensabile.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Un desiderio smisurato di amicizia
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