- Autore: Cinzia Vaccari
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2021
Alcuni giorni fa ho avuto la fortuna di imbattermi in una piccola raccolta di poesie dal titolo Tutti assolti tranne il cane. 52 poesie e un racconto breve di Cinzia Virginia Vaccari (StreetLib, 2021). Ho avuto fortuna perché, portando con me il libro alle Poste, non solo ho alleggerito un’attesa più lunga di quanto ipotizzato, ma mi sono anche stupito, arrabbiato, commosso.
Potrei definire lo stile dell’autrice di un cinismo talmente duro che perfino il paragone con un sasso rischierebbe di rimanere nell’alveo degli eufemismi. Un cinismo così chiuso su sé stesso che finisce però per stimolare approcci interpretativi apparentemente collocati sul lato opposto della barricata. Un cinismo che non sembra accettare filtri, che non vuole regole e che come d’incanto, però, riesce a risvegliare la nostra dimensione più tenera.
La prima poesia è un’introduzione alla raccolta stessa. In questa l’autrice chiarisce subito il suo distacco dall’altra poesia, quella a cui siamo abituati:
Non mi può interessare
una grande poesia
se questa grande poesia
ha bisogno di parole e
di retorica e
di begli artifici.
Non possono, infatti, i termini aulici, la retorica e i belli artifici raccontare i “gesti minimi” e le “piccole cose”. E non possono perché la grande poesia con la sua artificiosa articolazione finisce per non vederli, o meglio, come scrive Vaccari, li “dimentica”. E cosa si contrappone, allora, alla grande poesia? Alla grande poesia si contrappongono le piccole cose che il corpo avverte guardandosi attorno, come la nostalgia “di quel gatto parlante che ha perso il sesso”. Quel gatto che Derrida avrebbe descritto come uno dei tanti esseri avvolti nella zona d’ombra del diritto, alieni a una dimensioni di libertà, estranei dal contesto narrativo che ci circonda. E la nostalgia del gatto parlante che ha perso il sesso è solo uno dei tanti ricordi frantumati generati da quella “grattugia in cucina” che sembra non voler arrestare il suo agire. E chi di noi, almeno una volta nella vita, guardando una grattugia non l’ha associata al proprio stato interiore, al frammentarsi di tutto quel vissuto che purtroppo non si riesce a trattenere?
Ma attenzione, Vaccari non dice che i ricordi si offuscano o si assopiscono; secondo lei i ricordi si frantumano. E penso che abbia ragione, perché l’intensità difficilmente cambia, ma i pezzi si spostano, alcuni si perdono, altri cambiano forma. Alla fine si riconoscono a malapena, così mutati, così diversi, ma sono là, ci sono ancora.
Voltando poi pagina, ma ci si potrebbe stare a riflettere per ore - io ad esempio ci sono stato per ore -, ci si imbatte proprio in questi ricordi frantumati. Alcuni di questi danno vita alla poesia che termina proprio con la frase con cui si intitola il libro: “tutti assolti tranne il cane”. Questa poesia riesce in poco più di due pagine a fornire una percezione allo stesso tempo profonda e stordente del mondo in cui viviamo. I grandi drammi legati alla distruzione ambientale, l’espansionismo illimitato di una tecno-scienza tanto potente quanto sorda, l’accettazione massificata e passiva di processi di trasformazione che stanno mutando le persone in esseri talmente malvagi che, forse, umani non sono più. Con quanta facilità si accetta l’esistenza degli allevamenti intensivi, con quanta facilità si accetta “la follia dilagante cibernetica”, la distruzione di un mondo che a bene guardare, se ci pensiamo bene, poteva essere altro?
Così c’è chi ammazza un figlio, chi un amico, chi i genitori, o chi fa una strage a scuola o chi presa da un’ossessione igienista mette la varechina nel cibo. E poi, poi c’è anche
il cane che ammazza il padrone che è un gran figlio di puttana.
E quindi? E poi? E poi, appunto, tutti assolti tranne il cane.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tutti assolti tranne il cane. 52 poesie e un racconto breve
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