- Autore: James Islington
- Genere: Fantasy
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fanucci
- Anno di pubblicazione: 2026
James Islington con The Will of the Many aveva già dimostrato di saper scrivere fantasy con la precisione di un ingegnere romano e la crudeltà di qualcuno che considera il dolore dei lettori una forma d’arte. Con The strength of the few (Fanucci, 2026, trad. di Andrea Ippolito), però, non si limita a scrivere un grande sequel: smonta completamente l’impalcatura del primo libro e la ricostruisce su scala mostruosa, trasformando una storia di formazione politica e accademica in qualcosa di molto più vasto, filosofico e destabilizzante.
Questo libro non espande soltanto la storia. La frattura. La moltiplica. La ricostruisce su scala più grande, più ambiziosa, più rischiosa. E la cosa assurda è che funziona davvero. Contro ogni logica editoriale e contro il buon senso umano, Islington prende una trama già complessa e decide che no, evidentemente non era abbastanza ingestibile; quindi decide che il lettore può tranquillamente sopravvivere a tre linee narrative parallele, tre realtà simultanee, nuove mitologie cosmiche, guerre civili, metafisica, politica e crisi identitarie multiple. Un atto di fiducia notevole verso la capacità umana di ricordare nomi, concetti e traumi accumulati in ottocento pagine. Qualunque altro autore avrebbe prodotto un glorioso incidente ferroviario. Islington, invece, orchestra tutto con una sicurezza e una lucidità a dir poco disarmanti.
La vera forza del romanzo è proprio questa: l’ambizione. The strength of the few è enorme in ogni senso possibile: nella costruzione del mondo, nella densità filosofica, nel peso emotivo, nelle implicazioni politiche e metafisiche. È uno di quei fantasy che ti costringono a entrare completamente nel loro ecosistema mentale, e se distogli l’attenzione... beh, buona fortuna a non perderti tra le pagine. Eppure, nonostante la complessità, il romanzo non collassa mai sotto il proprio peso. Questo è il vero colpo di genio di Islington.
Perché ciò che accade è che il protagonista - Vis Telimus per l’appunto - esiste contemporaneamente in tre mondi differenti, ciascuno nato dalla frattura della realtà stessa dopo un antico cataclisma. Res, Obiteum e Luceum non sono semplici variazioni estetiche dello stesso universo, ma ecosistemi narrativi distinti, con culture, tensioni politiche e atmosfere profondamente diverse. E qui emerge il vero talento di Islington: ogni mondo possiede una sua identità precisa, tangibile, quasi fisica.
Ogni passaggio tra le tre realtà modifica il ritmo, la tensione e perfino il modo in cui percepiamo Vis. Perché il vero colpo di genio del libro non è il multiverso in sé, ma l’uso che ne viene fatto: esplorare identità, trauma e moralità attraverso tre versioni dello stesso personaggio.
Vis Telimus si conferma uno dei protagonisti fantasy più riusciti degli ultimi anni. È brillante, strategico, profondamente umano nella sua fallibilità, arrogante, ferito, moralmente ambiguo, capace di slanci di umanità, ma anche di decisioni spietate. Non è l’eroe perfetto destinato a salvare il mondo con la forza della purezza morale; è un ragazzo costretto continuamente a scegliere il male minore, sapendo che il male minore resta comunque male. Ma soprattutto è coerente nella sua evoluzione. Le tre versioni del personaggio diventano un modo intelligentissimo per esplorare identità, trauma, responsabilità e destino. Islington prende la domanda “chi saremmo in circostanze diverse?” e la trasforma nell’intera architettura del romanzo.
Anche il cast secondario è straordinariamente forte. I rapporti si approfondiscono, le dinamiche cambiano, le alleanze diventano fragili e i legami emotivi acquistano un peso devastante. Il libro ha quella qualità rara per cui basta una conversazione tra personaggi per generare più tensione di molte scene d’azione. E quando Islington decide di colpire emotivamente, lo fa senza alcuna misericordia.
Il romanzo è pieno di personaggi che respirano, sanguinano, sbagliano. I rapporti tra Vis, Eidhin e Aequa mantengono il cuore emotivo della storia, e Islington è particolarmente bravo nel raccontare amicizie incrinate non dal tradimento, ma da differenze morali inconciliabili. Nessuno qui è davvero puro. Nessuno è davvero salvo.
Dal punto di vista stilistico, il salto rispetto al primo volume è evidente. La prosa di Islington non è barocca né inutilmente ornamentale. È precisa, pulita, chirurgica quando serve, evocativa nei momenti giusti. Non cerca mai di impressionare il lettore con virtuosismi stilistici continui, perché sa che il vero peso del romanzo sta nelle idee, nei dialoghi, nelle implicazioni emotive. E il dettaglio che più colpisce è che non sacrifica mai il ritmo. Nonostante la mole del libro, la narrazione continua a muoversi con fluidità (quasi sempre).
Perché, detto questo, il romanzo non è perfetto. Ed è giusto dirlo, perché un’ambizione di questa portata porta con sé anche delle crepe. Alcune sezioni centrali possono risultare quasi eccessivamente dense. Islington pretende molto dal lettore: concentrazione costante, memoria attiva, pazienza. In certi momenti il worldbuilding sfiora il sovraccarico, e non tutti ameranno la sensazione di essere trascinati dentro un’enciclopedia metafisica in piena combustione. Inoltre, la struttura tripartita, per quanto brillante, crea inevitabilmente linee narrative più coinvolgenti di altre. Ci sono POV che divorano l’attenzione e altri che sembrano leggermente più lenti in confronto. E poi c’è il problema più grande del libro: è chiaramente un secondo capitolo. Un magnifico secondo capitolo, certo, ma ancora parte di qualcosa di incompleto. Molte risposte arrivano, ma ogni rivelazione apre nuove domande ancora più destabilizzanti. Quando chiudi il romanzo, non hai la sensazione di aver raggiunto una conclusione, bensì quella di essere stato trascinato davanti a una porta gigantesca che si apre appena abbastanza da mostrarti quanto sia terrificante ciò che c’è oltre. Il mondo si allarga invece di restringersi. Le possibilità narrative esplodono.
Ma forse è proprio questo il punto. Perché The strength of the few sfida il lettore, lo confonde, lo costringe a interrogarsi continuamente su cosa sia reale, su quanto il potere deformi l’identità, su quanto dolore possa sopportare una persona prima di diventare irriconoscibile a se stessa. E, nonostante i suoi punti deboli, rimane un sequel impressionante, uno di quei rari libri che non si limitano a mantenere le promesse del primo volume, ma le amplificano fino a trasformare una serie molto interessante in qualcosa di potenzialmente enorme per il fantasy contemporaneo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: The strength of the few. La forza dei pochi
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