- Autore: Fatima Daas
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fandango Libri
- Anno di pubblicazione: 2026
Gli anni del liceo in uno dei tanti sobborghi parigini, una banlieue, raccontati dalla protagonista, una giovane algerina di diciassette anni, in un romanzo che narra le emozioni di un piccolo gruppo di studenti, le loro aspettative e i pregiudizi, nella scuola che è un luogo di potere, dove crescere significa convivere con le regole e dove le relazioni sociali sono il più delle volte discriminanti. È il racconto autobiografico dell’autrice, che ha vissuto in una delle tante periferie parigine tra immigrati provenienti da ex colonie francesi in Africa e con situazioni socio-economiche difficili come disoccupazione, marginalizzazione, problemi sociali e anche tensioni con le forze dell’ordine. Le banlieue sono viste come simboli della povertà urbana e delle disuguaglianze sociali in Francia. Stare al gioco (Fandango libri, 2026, trad. di Camilla Diez) è il nuovo romanzo di Fatima Daas, nata da genitori musulmani originari dell’Algeria e cresciuta nella zona periferica di Seine-Saint-Denis. Vincitrice di premi letterari, il suo primo romanzo La più piccola è stato tradotto in nove lingue e, adattato per il cinema, è stato acclamato a Cannes nel 2025 e ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali.
Un nuovo anno scolastico iniziava per Kayden e le sue amiche, Nelly la sportiva e Djenna, l’unica tra loro a essere un’adolescente sicura di sé. Davanti all’entrata del liceo lo sguardo andava in alto, dove erano incise nella pietra le scritte Liberté, Egalité, Fraternité, il motto della Repubblica Francese. Kayden portava sempre con se un taccuino dove scriveva i suoi pensieri, le canzoni che amava ascoltare, le sue fragilità e le disillusioni. Le piaceva leggere romanzi, a volte poesie, e nel suo tempo libero si dedicava alla scrittura, ne sentiva il bisogno. “Non so cosa avrei fatto senza la scrittura”.
Viveva in un piccolo appartamento con la mamma Aisha, che lavorava di continuo per pagare le bollette e l’affitto, e la sorella più grande Shadi, la sua vera confidente. Aveva ricordi del padre che andava al lavoro di tanto in tanto, e quando non lo faceva giocava al computer per ore: si era ripromessa di non assomigliargli mai.
La professoressa Fontaine aveva da subito notato il suo talento nello scrivere: era un’alunna eccellente e curiosa. Kayden scriveva molto di se; del suo nome neutro, del suo amico Samy che amava fantasticare, delle sue amiche, dei suoi sogni e delle sue paure, della sorella e della madre, e di quanto desiderasse avere una stanza tutta per lei, per non vederla più dormire sul divano letto. “Mia madre lavora molto, ma trova sempre il tempo per noi”. Scriveva di continuo sul suo diario, annotava pensieri, frasi, con una calligrafia accurata, leggibile. A volte sognava di diventare qualcun altro.
Dicono che ho gli occhi hazel come mio padre. Io li chiamo nocciola. E per me non c’è nessun legame con mio padre.
Non amava frequentare le palestre e amava indossare i boxer. Era riuscita da sola con un rasoio usa e getta a eliminare tutti i peli dal suo corpo. Il torace però non era più piatto come prima e cercava invano di rimpicciolire tutto. Essere chiamata signorina le suonava male, si sentiva come un bambino che amava le donne. Era arrivato il tempo giusto per confessarsi lesbica: a lei le donne piacevano tanto, come le piaceva la professoressa La Fontaine.
Non so cosa voglia dire essere una femmina. Mi sento meglio quando navigo da un luogo all’altro, in una zona indistinta, non del tutto afferrabile. Un luogo che può sembrare buio ma che per me credo sia liberatorio.
La professoressa era un’insegnante di lettere moderne arrivata in banlieue, un salto nel vuoto, socialista, favorevole alle integrazioni e, attraverso il suo insegnamento, cercava “di salvare quegli adolescenti dal loro destino sociale”. Le dirà che potrà realizzarsi, arrivare lontano, e avere la possibilità di “sfuggire” alla propria condizione sociale. E quando la sceglierà tra i tanti della classe per andare a teatro, tra il potere della scelta e un gioco di seduzione, Kayden riuscirà ad allontanare dal cuore la parola ingiustizia.
Per La Fontaine avrebbe potuto sostenere il test di ammissione all’Università, alla prestigiosa ed elitaria facoltà di Scienze politiche. Lei, musulmana, lesbica, proveniente da un quartiere disagiato, sapeva come erano visti gli immigrati; come dei selvaggi, ignoranti buoni a nulla. Avrebbe potuto andare all’università come i parigini, essere alla pari; e come, se le regole del gioco favoriscono sempre le stesse persone?
Stare al gioco è un romanzo intenso, vero, necessario; brevi ritratti di adolescenti, ognuno con una diversa forma di isolamento sociale, “razzializzati fin da bambini” come ha voluto evidenziare la stessa autrice in un’intervista, che con le loro poche certezze metteranno in discussione il merito nell’istruzione, una potente denuncia che “il tutto sia possibile”, dando voce con coraggio a coloro che non riescono a farsi ascoltare.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Stare al gioco
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