- Autore: Isabella Morra
- Genere: Classici
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2019
Isabella Morra nacque a Favale, oggi Valsinni, in provincia di Matera forse nel 1520 (secondo l’ipotesi di Benedetto Croce) o nel 1515 (secondo Giovanni Caserta) e visse una breve e non troppo felice esistenza, che si concluse tragicamente a soli ventisei anni con il suo assassinio perpetrato dai tre dei suoi fratelli, Decio, Cesare e Fabio, nel 1545. Fu un delitto d’onore per una presunta relazione clandestina con Diego Sandoval de Castro, di origine spagnola, castellano di Cosenza e feudatario di Bollita, ma anche poeta di una certa rinomanza. Il mito sulla sua tragica fine ha contribuito e contribuisce a far passare in secondo piano la sua produzione poetica che, pur esigua e sicuramente incompleta, ci testimonia un’arte poetica che non si può assolutamente definire di basso profilo; accesa qua e là da spunti originali e dalla presenza di un piglio sicuro e da una sagace rielaborazione dei materiali poetici della tradizione letteraria coeva e precedente.
Rime, che raccoglie i suoi versi – edito da Stilo Editrice nel 2019 – ci riporta le poche composizioni poetiche che la tradizione ci ha tramandato della Morra: solo tredici, tra cui dieci sonetti e tre canzoni (una in una doppia stesura), precedute dall’introduzione intitolata Muse e contromuse nell’amaro caso di Isabella Morra e seguite da un’appendice, entrambe a cura di Gianni Palumbo.
Interessante l’excursus sul mito di Isabella, collegato alle notizie storiche indagate attraverso la comparazione e la riflessione critica sui precedenti contributi in forma di saggio pubblicati sulla poetessa; a cominciare dalla breve, ma significativa citazione in un saggio storico sulla famiglia Morra, Familiae nobilissimae de Morra Istoria a Marco Antonio de Morra regio consiliario conscripta, a firma di un nipote della poetessa, Marco Antonio di Morra (figlio del fratello Camillo), datato 1629 e che dedica due pagine – per giunta – al delitto d’onore di cui fu vittima la zia e solo sei linee di scrittura alla sua produzione poetica.
Apprendiamo origine e vicende della famiglia della poetessa: del padre Giovan Michele Morra (destinatario di molte sue liriche), della madre Luisa Brancaccio e dei sette fratelli, il più esimio dei quali, Scipione, sarebbe diventato consigliere di Caterina De’ Medici e avrebbe fatto una fine tragica quanto quella di Isabella, avvelenato per invidia e odio. Mite fu, invece, il destino dei suoi assassini; interessanti altre vicende vissute da più o meno famosi protagonisti nel clima sociopolitico di quel tempo. Seguiamo, poi, le ipotesi sulla relazione con de Castro, forse solo platonica; la vita della giovane donna tra desiderio di gloria poetica e le sue incombenze presso la corte di Bisignano come “gentildonna di compagnia” di Felicia Sanseverino (figlia del principe di Bisignano). Le rime che ci sono pervenute sarebbero state scoperte dal principe di Salerno e poi rese pubbliche, forse da Bernardo Tasso; per essere poi riscoperte – in tempi moderni – da Benedetto Croce.
Il secondo paragrafo dell’introduzione è dedicato alle rime di Isabella che, per ciò che appare dai componimenti arrivati fino a noi, possono essere considerate come facenti parte di un tutto organico, un vero e proprio progetto di canzoniere, di ispirazione petrarchesca. Il curatore sviluppa la sua indagine alla ricerca delle fonti, partendo da qualche richiamo della poesia siciliana e da alcune tangenze con Rinaldo D’Aquino, per approdare a un parallelismo con Compiuta Donzella in contiguità e opposizione, per tematiche e stilemi letterari; per approdare a una riflessione sul canone delle rimatrici cinquecentesche e sulla loro difficoltà di riscrivere un codice petrarchesco modulato sull’esperienza maschile. Ci si sofferma, poi, sull’individuazione dello scopo dell’impegno letterario di Isabella: la ricerca di quella gloria poetica inseguita con grande pervicacia anche da Petrarca e sui temi prevalenti delle sue rime, l’idealizzazione dell’amore, la cruda e fiera Fortuna – sua principale antagonista –, la speranza di “evasione” da luoghi inospitali e isolati in cui si sente prigioniera, come appare chiaramente nel VII sonetto:
Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtude e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunque io arresti, ovunque io mova i passi;
ché Fortuna, che mai salda non stassi,
cresce ognor il mio mal, ognor l’eterna.Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,
o fere, o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,ulule e voi, del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d’altro miserando fine.
A un certo punto, le rime appaiono interessate da improvvisa “metamorfosi” e si assiste all’approdo a tematiche religiose; la poetessa appare conscia che l’unico porto sicuro sia Dio, guardando al quale tutto si dissolve nel concetto di vanitas vanitatum. La canzone a suggello di tale disposizione d’animo è quella indicata come XIII, di cui riporto la prima strofa:
Quel che gli giorni a dietro
noiava questa mia gravosa salma,
di star fra queste selve erme ed oscure,
or sol diletta l’alma;
ché da Dio, sua mercé, tal grazie impetro
che scorger ben mi fa le vie secure
di gire a lui fuor de le inique cure.
Or, rivolta la mente a la Reina
del Ciel, con vera umiltade,
per le solinghe strade
senza intrico mortal l’alma camina
già verso il suo riposo,
che ad altra parte il pensier non inchina,
fuggendo il tristo secol sì noioso,
lieta e contenta in questo bosco ombroso.
Seguono le rime, per le quali il curatore afferma di aver adottato un criterio conservativo, riproducendole con piccoli ammodernamenti grafici e accordando la preferenza all’ordine con il quale furono riportate da Ludovico Domenichi (il primo a riportare il canzoniere in forma completa) e poi mantenuto da Benedetto Croce: si possono, quindi, leggere prima otto sonetti, poi una canzone, mentre decimo e undicesimo posto sono occupati ancora da due sonetti e, per finire, una canzone dalla doppia stesura XIIA e XIIB e ancora una canzone.
Tutte sono seguite da analisi e commento del curatore, che si sofferma sullo stile, caratterizzato da una semplicità apparente, frutto di accurato labor limae e che rimanda anche alle interpretazioni, talvolta discordanti, della critica letteraria più rilevante e significativa, con relativo corredo bibliografico. L’appendice ci presenta la tradizione a stampa e la storia della critica delle rime della Morra.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Rime
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