L’uomo è sempre alla ricerca di nuovi modi di comunicare le proprie emozioni avendo spesso dalla sua parte un ampio background culturale che gli permette di valorizzare il proprio vissuto interiore in relazione all’accadimento di eventi casuali. Quando l’uomo incontra il "nuovo" si pone come domanda fondamentale l’importanza e il senso della propria identità; in questo modo evita di rimanere ancorato a una visione ideologica della realtà che vanifica il persistere della propria sensibilità.
L’uomo e le emozioni nel processo di conoscenza
La natura delle nostre emozioni è fluida, ovvero in perenne divenire, perché paradossalmente siamo chiamati a decidere fatalmente di noi stessi. In effetti siamo una sintesi di ragione e sentimento, come possiamo dedurre dalla natura atavica dei nostri pensieri: da una parte i sentimenti che reclamano un proprio spessore ontologico nella pretesa di rappresentare tutto ciò che riguarda il nostro Essere e, dall’altra parte, la ragione che ci rende consapevoli del modo di fare esperienza attraverso le nostre stesse strutture cognitive nell’atto di analizzare e condividere la realtà.
Per l’uomo la conoscenza razionale è fondata sulla consapevolezza, e si confronta continuamente con gli effetti delle proprie azioni spesso cercando con esse di prevedere gli sviluppi dei futuri assetti della società. Purtroppo questo lo espone al rischio dell’alienazione in quanto i suoi sentimenti, riflesso dei suoi continui accostamenti tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, in altre parole tra l’Essere e il non Essere, nell’atto della comprensione razionale della realtà sfuggono al controllo della ragione, perché questa, in quanto "forma strutturata dell’io", non permette all’uomo di riflettere la propria identità nei dati oggettivi dell’ente, ovvero della realtà. Ne deriva una spersonalizzazione del soggetto pensante proiettato nella realtà in fieri che influisce sulla capacità del soggetto stesso di dedurre il significato del linguaggio attraverso l’analisi razionale del pensiero; ciò comporta, come conseguenza, l’intuizione del valore introspettivo dei simboli che il soggetto stesso connota come appartenenti a un universo che esprime carattere soggettivo e transitorio di fronte al trascorrere del tempo e alla percezione dello spazio. In altre parole, le forme di conoscenza a priori dello spazio e del tempo di ascendenza kantiana, che rappresentano le condizioni imprescindibili per la lettura in chiave razionale (ovvero in unità discrete della realtà), lasciano il posto al flusso onirico e continuo delle emozioni latenti del soggetto, le sole che possono testimoniare la capacità del soggetto stesso di preservare suddette emozioni nella forma del ricordo che, di fronte ai cambiamenti operati nella società dal progresso tecnologico, consentono di preservare la vita interiore, quella autentica degli umori e dei moti dell’animo.
Il fanciullino pascoliano e il correlativo oggettivo
La rappresentazione che l’uomo fa della realtà fa sì che egli regredisca a livello infantile in modo che passato e presente si tocchino: la trama degli eventi si fonde mirabilmente con la dimensione del ricordo, permeando di consistenza onirica tutto ciò che l’uomo coglie come particolare della realtà atto a descrivere il proprio stato d’animo. Quindi l’uomo attraverso la percezione di oggetti e situazioni reali si nutre della loro essenza per svelare l’intima essenza del proprio inconscio, della verità nascosta dentro di noi come si evince dal fanciullino di Giovanni Pascoli.
In tal senso la dimensione razionale dell’uomo cede il passo a quella emotiva: i singoli particolari della realtà vengono colti nella loro duplice veste di latori di senso, per comprendere tutto quello che ci circonda, e simboli del fluire delle nostre emozioni in una costruzione del nesso io-realtà che sembra anticipare il correlativo oggettivo di T.S. Eliot, tanto caro alla poetica di Eugenio Montale:
È dentro noi un fanciullino […] i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei.
Anche se, per la verità, con il fanciullino Pascoli idealizza il valore sublime delle emozioni ritenendo, al contrario di Montale, che l’uomo è ancora portatore di una verità assoluta che può essere condivisa dagli altri, una verità attraverso cui l’uomo si plasma nel ricordo della regressione infantile.
L’uomo di Pascoli, poeta della propria anima
L’uomo non è mai partecipe come ente del processo di alienazione che caratterizza la società di massa ma, paradossalmente, il fanciullino, ovvero la sua anima senziente, dipende proprio da essa; è come se la natura umana nell’atto di rifiutare l’avvento del progresso tecnologico dipendesse da esso nello sforzo titanico di combattere ogni ostacolo che impedisce la compiuta realizzazione dei propri pensieri. In questo modo l’uomo diventa il poeta della propria anima, colui che sa ascoltare ciò che si muove dentro di lui e paragonarlo all’infinita gamma di oggetti e situazioni attraverso il dono dell’intuizione che, in questo caso, diventa esperienza personificata vista la natura ideale del mondo che l’uomo si rappresenta.
In altre parole, noumeno e fenomeno non risultano più distinguibili l’uno dall’altro, la percezione che l’uomo ha del reale diventa fantastica, la sua mente è il contenitore di un universo di simboli, riflesso di quello autentico e motore delle sue pulsioni interiori attraverso cui l’uomo può connettere istintivamente i propri ricordi, anche quelli più dolorosi:
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
La natura acquisisce, in tal caso, la funzione di orientamento narrativo che spinge l’uomo alla ricerca del significato della vita che, nonostante le avversità che a volte ci demoralizzano, includa l’intera umanità:
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Tutto ciò comporta per l’uomo il trapasso da una dimensione statico-onirica della propria esistenza a una dinamico-narrativa in cui la percezione della realtà oggettiva si fa sempre più insistente, culminando nella presa di coscienza di fatti e situazioni come necessari momenti contestuali che non agiscono come sfondo neutro, ma forniscono il substrato ideale attraverso cui l’uomo esplora la realtà da diverse angolazioni permettendo al piacere che a egli ne deriva di fondersi con i ricordi del suo passato e contribuendo così alla crescita del fanciullino che è dentro di lui.
In altre parole, fantasia e realtà coincidono nel processo di costruzione dell’identità, per cui l’uomo si accorge di essere poeta a patto di non rinunciare mai ai suoi sogni, ovvero al suo passato, che perciò è sempre presente nell’atto di sottoporre la realtà a interpretazione personale.
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La ricerca dell’identità nella poetica del fanciullino di Pascoli
Lascia il tuo commento