Siamo abituati a usare i social senza porci troppe domande sul lato oscuro che tutti noi ignoriamo ostinatamente: quello dei contenuti che non vediamo. Eppure, a evitare che in giro per i nostri feed ci siano immagini violente, o in aperto contrasto con il regolamento della piattaforma che stiamo utilizzando, ci pensano esseri umani che visionano i contenuti segnalati e li rimuovono. Questo post è stato rimosso di Hanna Bervoets (Mondadori, 2022, trad. di Francesco Panzeri) è un romanzo breve che si sviluppa come una lunga lettera indirizzata a un avvocato, in cui Kayleigh (la protagonista) racconta la sua esperienza lavorativa in una società che gestisce la moderazione dei contenuti per una piattaforma social. Questa struttura epistolare crea un’intimità tra la protagonista e il lettore, permettendo una profonda immersione nei suoi pensieri e nelle sue emozioni. La narrazione in prima persona rende la storia ancora più coinvolgente, poiché il lettore vive gli eventi attraverso gli occhi di Kayleigh, condividendo le sue paure, le sue frustrazioni e le sue riflessioni.
Kayleigh accetta il lavoro di moderatrice per necessità economiche, ma presto si rende conto della natura traumatica del suo impiego. Ogni giorno è costretta a visionare contenuti disturbanti: video di violenze, abusi, suicidi e teorie complottiste. Un mondo lavorativo che lascia pochissimo spazio per gli sbagli, dove la performance deve essere sempre a un livello ben più che ottimale e dove è necessario essere talmente performativi da sfiorare il limite dell’impossibile. Un lavoro che ha un forte impatto anche sul modo di vivere una volta uscita dall’ufficio, una volta tornata nel mondo reale, dove ci si rapporta con i colleghi e con gli amici. Il suo compito, una volta varcata la soglia dell’ufficio, è decidere se questi contenuti violano gli standard della comunità e, in caso affermativo, rimuoverli. Tuttavia, le linee guida aziendali sono spesso vaghe e in continuo cambiamento, creando confusione e incertezze. Questo lavoro alienante e ripetitivo inizia a minare la sua salute mentale, portandola a sviluppare sintomi di stress post-traumatico secondario, quello prodotto dall’esposizione prolungata a immagini scioccanti che può portare a depressione, disturbi d’ansia e pensieri paranoici.
Ci siamo separati nettamente come due metà di una torta, il coltello ci separava con attenta precisione in modo che nessuna delle rose di marzapane fosse danneggiata.
Nonostante le difficoltà, Kayleigh riesce a stabilire legami significativi con alcuni colleghi, tra cui Sigrid, con cui intrattiene una relazione sentimentale. Tuttavia, la pressione psicologica derivante dal lavoro inizia a influenzare negativamente anche queste relazioni. Sigrid, colpita dalla visione di un video di autolesionismo, decide di cercare la ragazza protagonista del video nella vita reale, con esiti tragici. Questo evento segna un punto di rottura nella loro relazione, evidenziando come il lavoro di moderatore possa compromettere anche i legami più intimi.
Il racconto della relazione è piuttosto fastidioso, complesso, a tratti sembra sfiorare la sottile linea tra rapporto complesso e rapporto tossico. Si tratta di un aspetto divisivo per il lettore, ci si chiede di continuo quanto di quella relazione, di quei meccanismi, sia dovuto all’influsso del lavoro nella vita reale e quanto invece dovuto al carattere e all’atteggiamento delle protagoniste. Di fatto però si ha sempre la sensazione di star leggendo una storia dove ci si trova di continuo sull’orlo del baratro, in attesa che qualcosa di terribile prenda forza e piede nella narrazione. Si è costantemente sul chi va là e questo è un effetto che rende bene le emozioni provate per via di un lavoro usurante come quello del moderatore, mai abbastanza tutelato e apprezzato.
Un altro aspetto inquietante del romanzo è la trasformazione dei colleghi di Kayleigh. Molti di loro, esposti quotidianamente a contenuti estremi, iniziano a sviluppare convinzioni paranoiche e a credere in teorie complottiste, come il terrapiattismo e la negazione dell’Olocausto. Kayleigh si trova a fronteggiare questa deriva collettiva, mettendo in discussione la propria sanità mentale e chiedendosi se anche lei stia perdendo il contatto con la realtà. Questo processo di "lavaggio del cervello" evidenzia i pericoli insiti in un’esposizione prolungata a contenuti estremi e la difficoltà di mantenere una visione equilibrata del mondo.
Man mano che le pagine scorrevano ho avuto la sensazione di voler avere più tempo per vedere l’evolversi della situazione, desideravo più spazio a questioni importanti che invece vengono vomitate addosso al lettore e poi dimenticate, vengono introdotte, a volte lasciate solo accennate, e poi trattate con una sufficienza e una normalità che spaventa perché è come se non ci fosse bisogno di spiegarle ulteriormente, come se andasse bene così, fosse normale.
Allora, che tipo di cose hai visto?
Questo post è stato rimosso solleva interrogativi profondi sulla moralità, sulla verità e sul potere delle piattaforme digitali. Chi decide cosa è giusto o sbagliato? Come influenzano le nostre convinzioni le informazioni che riceviamo? E soprattutto, cosa accade quando il confine tra realtà e finzione diventa sempre più labile? Bervoets ci invita a riflettere su questi temi, senza offrire risposte facili, ma stimolando una consapevolezza critica sul nostro rapporto con i media digitali. Il problema forse di quest’opera è che è troppo breve per fare davvero il lavoro che dovrebbe. Lascia troppo poco spazio al lettore per affezionarsi alla protagonista, per capire appieno la situazione. Senza dubbio è un testo che colpise nelle emozioni ed è una lettura sgradevole, scritta bene e al tempo stesso terribile, che riesce a gettare una luce sulla realtà dei moderatori di contenuti, ma è una luce tenue, un bagliore troppo sottile per essere davvero incisivo.
Non c’è dubbio che Questo post è stato rimosso sia un romanzo potente e attuale che offre uno spaccato inquietante del mondo della moderazione dei contenuti. Con uno stile incisivo e una narrazione piuttosto intrigante nel suo essere quasi clinica, Hanna Bervoets ci costringe a confrontarci con le ombre della nostra società digitale. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per approfondire il tema, avere più pagine in cui la narrazione potesse prendere piede e raccontare liberamente, meno forzata a concludersi e più libera di esprimersi nella sua inquietante, spaventosa realtà.
- Autore: Hanna Bervoets
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2022
- ISBN: 9788804751229
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Un libro perfetto per...
A chi cerca le ombre dietro le apparenti luci sfolgoranti dei social che usiamo tutti i giorni. E a chi quelle ombre le vive.
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Questo post è stato rimosso
La prima domanda che mi sono posta dopo la lettura di questo libro è stata: ma esiste, in effetti, il moderatore di contenuti come impiego regolare, o, più probabilmente, nella realtà tale funzione è svolta dagli algoritmi? Non si parla di quei moderatori che, per hobby o per amicizia verso qualcuno, si occupano dei piccoli gruppi Facebook o simili, redarguendo o bannando chi non segue le regole. No, in questo caso Kayleigh, la protagonista di questo romanzo, ha accettato questa occupazione come lavoro retribuito, malgrado si tratti di un impiego assolutamente sconsigliabile. In effetti, il fulcro della questione non è se la situazione descritta sia o meno verosimile: è comunque un buon punto di vista per approfondire la questione dei contenuti disturbanti, immorali, perfino criminali che ogni giorno appaiono sui social media, e di come possa reagire l’essere umano nel venire a contatto con tali contenuti. In un soggetto “normale” la prima reazione è ovviamente di sconcerto, di biasimo, di schifo; ma quanto possono essere seducenti certe teorie o certe immagini?
Kayleigh e i suoi colleghi passano la giornata lavorativa così, monitorando il web e bloccando i post che infrangono le regole. Non è sempre facile riconoscere le infrazioni, ma sono state loro fornite delle linee guida che dovrebbero aiutarli in questo compito, anche se il dubbio è sempre dietro l’angolo. Kayleigh, Kyo, Souahim, Louis, Robert provengono da realtà diverse, ma sembrano tutti uguali, in quel parcheggio vicino all’ufficio, nel quale passano i loro momenti di pausa, o nei locali dove si trovano per un drink dopo il lavoro. Per Kayleigh, però, la più importante è Sigrid, con la quale, nel giro di poco, divampa una improvvisa quanto impetuosa storia d’amore. Tutto sembra andare per il meglio, ma presto l’effetto dell’esposizione prolungata ai contenuti problematici del web comincia a far sentire il suo peso. Kyo inizia a farsi sedurre dapprima dalle teorie terrapiattiste, poi da quelle negazioniste dell’Olocausto, provocando la reazione di Louis, che è ebreo. Le differenze tra i colleghi prendono sempre più importanza e si mettono come un ostacolo fra di loro. La stessa Sigrid rimane profondamente colpita dal video autolesionista di una ragazzina, Nona, e si allontana sempre di più da Kayleigh, che, disperata, si trasforma quasi in una stalker…
Con una trama come questa, ci si aspetterebbe un romanzo quasi distopico sul genere di “The Circle”, ma non è così, e la narrazione non riesce ad appassionare più di tanto. Forse la causa risiede anche nell’eccessiva brevità del testo, esposto in prima persona a un certo avvocato Stetić, in cerca di testimonianze contro il datore di lavoro (perché?). L’atmosfera è cupa e rarefatta quanto basta, ma i personaggi non sono approfonditi più di tanto, e certe dinamiche non risultano chiare. Lo stesso allontanamento di Sigrid potrebbe essere dovuto più a un atteggiamento di Kayleigh che a un’influenza esterna. Il finale resta sospeso, non permettendoci di capire il motivo per cui Sigrid abbia lasciato la sua donna per cercare altro (Una nuova passione? Un legame familiare ritrovato? Una semplice voglia di aiutare?), né perché Kayleigh si proclami così reticente alle richieste dell’avvocato, finendo poi però per raccontargli molto più di quanto non avesse intenzione di fare.
Peccato: un ottimo spunto per un racconto non abbastanza approfondito e piuttosto confuso.