Due importantissimi riconoscimenti letterari, il primo a livello internazionale (il Premio Nobel per la Letteratura), il secondo nazionale (il Premio Strega Poesia 2026), sono stati attribuiti nel giro di pochi giorni a due poete – la canadese Anne Carson e la napoletana Carmen Gallo – accomunate da caratteristiche simili. Entrambe infatti sono dotate di vastissima cultura, non solo umanistica, e ne danno ampio sfoggio; entrambe nelle loro opere utilizzano materiali e scenari tratti dal mito classico; entrambe contaminano forma poetica e documentazione saggistica creando opere ibride oltrepassanti i canoni stilistici tradizionali. Infine, tutt’e due partono da inevitabili spunti autobiografici ma ne superano i limiti angusti esplorando realtà più complesse, in una prospettiva femminile e femminista. Quest’ultimo tratto comune viene ribadito nella recente pubblicazione di un saggio di Anne Carson (Il genere del suono) sul silenzio imposto alla parola delle donne, di cui la poeta campana ha firmato la postfazione.
Carmen Gallo nel giustamente celebrato volume Procne machine (Einaudi, 2026, il terzo della sua produzione in versi) rielabora due fondamentali elementi personali – l’ornitofobia e il nucleo tematico del doppio, giustificato anche dall’avere una sorella gemella – facendone il perno di un’innovatrice struttura formale e contenutistica, articolata in cinque capitoli tutti riconducibili al mondo dei volatili. Il primo raccoglie una decina di composizioni in cui l’autrice palesa il suo tormentato rapporto con il mondo degli uccelli; il secondo, recuperando un mito tratto da Ovidio, propone una serie di micro-saggi letterari; il terzo inventa un’angosciosa metamorfosi animale imposta da esseri umani abbrutiti; il quarto giustappone traduzioni e riscritture di versi internazionali destinate ai pennuti; infine, l’ultimo espone una breve ecfrasi dedicata a un quadro surrealista di Max Ernst. In questa ardita commistione tematica, Gallo utilizza vasti riferimenti culturali (scientifici, storici, musicali) e una varietà di generi spazianti dalla lirica alla critica teatrale, dal lessico giornalistico alla visionarietà onirica, per produrre un testo al di fuori dagli schemi convenzionali cui siamo abituati.
Nella prima sezione, lapidario si staglia il verso iniziale
“Ho sempre avuto paura di voi”
introduzione alla silloge in cui l’autrice confessa la sua idiosincrasia per tutto ciò che vola. “Com’è possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto”, che può caderci addosso, ferirci, frantumare oggetti, sfracellarsi sull’asfalto: merli, passeri, gabbiani e gli odiati piccioni dallo “sguardo stupido”. La poeta salva dalla nauseata e impaurita condanna solo le rondini che si rincorrono “felici o furiose”, incapaci di fare del male, costrette come sono a sfiancanti migrazioni tra Europa e Africa, in perenne rischio di estinzione. Sembra sottinteso, benché non esplicitato, la constatazione che dall’alto ormai ci minacciano anche oggetti meccanici, nuovi micidiali volatili.
Carmen Gallo scorge un carattere innato di violenza e pericolo in ciò che è sospeso nel cielo, nella coercizione eterna al movimento aereo, nel suo possibile precipitare verso il basso, e spia l’origine di tale inquieta apprensione non solo nel proprio vissuto (evidente e continua, sebbene dissimulata, è l’allusione al sesso inteso come aggressività), ma anche nella mitologia, nella storia e nella letteratura, dove gli uccelli risultano insieme vittime e carnefici.
Il mito ovidiano di Procne narrato nel secondo capitolo fa delle due protagoniste i simboli guida dell’intero volume. Tereo, marito di Procne, violenta la sorella di lei, Filomela, e le taglia la lingua per impedirle di raccontare lo stupro. Quando tuttavia l’abuso viene alla luce, le sorelle per vendicarsi uccidono Iti, figlio di Procne e Tereo, servendolo in pasto a quest’ultimo. Per evitare un nuovo eccidio, gli dèi trasformano tutti e tre i personaggi in uccelli: Tereo in upupa, Procne e Filomela in rondine e usignolo. Da questo episodio leggendario, la poeta trae ispirazione per smascherare ideologicamente le censure e i luoghi comuni con cui la cultura occidentale ha rimosso per millenni il sopruso perpetrato nei confronti della parola femminile, riducendola a un silenzio intimorito e masochistico.
Lo fa in una serie di brevi testi narrativi che ripercorrono la terribile vicenda di Procne a partire da Omero, attraversando le citazioni dei tragici greci, di Aristofane, Virgilio, Petrarca, Gascoigne, Shakespeare, Eliot, Coetzee, per arrivare a Laurie Anderson e a Lou Reed, nei cui racconti i volatili possono essere usignoli o arpie, allodole o avvoltoi, prede e predatori, mentre le figure femminili rappresentate vivono sempre nel terrore, inseguite torturate uccise, “necessarie per coprire ciò che non riusciamo a raccontare”.
Il poemetto Le metamorfosi, che occupa la terza parte del volume, esemplifica, in un crescendo di scene angosciose, quale sia il destino di vessazione e oltraggio riservato al genere femminile. Qui Procne e Filomela tornano trasfigurate, nelle sembianze attuali di due uccelli impagliati ed esposti come soprammobili nel salotto di un appartamento. Parlano in prima persona:
Da quando ci hanno impagliate / non abbiamo più bisogno / di un posto dove andare. / Siamo qui su una mensola / tra la finestra e l’armadio
e narrano di come siano state catturate, ingabbiate, uccise perché incapaci di cantare, congelate e quindi sviscerate. La crudele procedura dell’imbalsamazione, descritta dettagliatamente, è finalizzata alla messa in vendita per l’esposizione nella casa di un qualsiasi cliente. L’inerme sottomissione dei due uccelli alla curiosità o all’indifferenza degli inquilini e dei loro ospiti nella nuova sistemazione, li rende testimoni e oggetto di ogni accadimento domestico: osservano accoppiamenti volgari, seduzioni e stupri, omicidi e arresti, fino a quando qualcuno li sottopone a un inatteso intervento di recupero per una meccanizzazione musicale:
Abbiamo un bottone / sotto la superficie piumata / e se la schiacci parte come / un verso registrato / Jug Jug.
La combustione imprevista del congegno interno incendia i due volatili mummificati e l’intero appartamento, in un falò vendicativo e purificatore.
L’atmosfera opprimente e convulsa che pervade i primi tre capitoli di Procne machine potrebbe dileguarsi nelle ultime due sezioni, la prima dedicata alla traduzione di versi dedicati ai volatili da autori classici, tutti uomini e nella quasi totalità anglosassoni (ricordiamo che Carmen Gallo è docente di letteratura inglese alla Sapienza di Roma) e all’illustrazione analitica di un quadro del 1924 di Max Ernst. In realtà la delimitazione circoscritta all’interno di camei poetici o di una cornice non fa che ribadire la stasi costrittiva in cui la storia delle donne viene circoscritta e inglobata, in un silenzio privo di canto:
“Lo spazio del quadro è chiuso e nessuno può uscire”
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Premio Strega Poesia 2026: perché leggere “Procne machine” di Carmen Gallo
Lascia il tuo commento