- Autore: Giorgio Panto
- Genere: Politica ed economia
- Categoria: Saggistica
- ISBN: 9788895302089
Solitamente nelle recensioni evito di scrivere in prima persona, ma questa volta devo fare un’eccezione. Quando nacque Progetto NordEst frequentavo ancora le scuole medie, ma nonostante la tenera età, da telespettatore abituale delle reti private venete, rimasi fortemente colpito dalla retorica e dall’entusiasmo del suo leader: Giorgio Panto (1941-2006). Il linguaggio di questo politico era così concreto che anch’io, un ragazzino, potevo capirlo. All’epoca cercai di coinvolgere i miei coetanei più ricettivi, tuttavia come partito PNE non aveva una sezione giovanile, o meglio, forse avremmo potuto dare un contributo più avanti negli anni, ma almeno sino alla prima superiore sarebbe stata dura, privi come eravamo di qualsiasi mezzo... Un militante adulto ci disse che eravamo ancora "crui" (che in padovano significa "crudi", cioè troppo piccoli e inesperti), ma ci spronò a seguire le trasmissioni di Tele Nord Est, ci passò regolarmente volantini da distribuire e adesivi da attaccare, infine ci consigliò di leggere “La Repubblica del Leone” di Alvise Zorzi (1922-2016) e di pazientare, di aspettare il nostro momento. Anche se, ovviamente, non avevo in tasca una tessera, ero preso da grande entusiasmo: fu l’unica e l’ultima volta in vita mia in cui credetti in un partito. Al primo anno di superiori riuscii anche a convincere dei maggiorenni a votare per Progetto NordEst (era il periodo delle elezioni politiche del 9-10 aprile 2006), e questo mi inorgoglì.
Ero già un convinto federalista e PNE criticava l’approccio della Lega, rifiutava il secessionismo e l’idea della cosiddetta "Padania", proponendo il progetto tangibile di una macroregione europea basata su un modello produttivo, quando credere nell’UE aveva ancora un senso. In nome di un obiettivo comune, inoltre, Progetto NordEst propose il superamento della dicotomia tra destra e sinistra, con un atteggiamento "antipartiti" che, in una certa misura, anticipò il successo del Movimento 5 Stelle. Poi venne la morte di Giorgio, il 26 novembre 2006, e il suo partito, che solo qualche mese prima pareva una forza promettente e competitiva, si spense in fretta.
Oggi, con la perdita forse irreparabile di tanti video e manifesti, forse l’unico modo per accedere al pensiero di Giorgio Panto, al di là dell’immagine del "ricco antisistema" (che nulla trasmette della sua vera essenza), è leggere il suo libro Pensiero Libero. Il volume raccoglie gli interventi giornalistici pubblicati dall’autore tra il 1993 e il 2004, primo anno di vita di Progetto Nord Est. La prima edizione fu pubblicata nel 2004, senza l’indicazione dello stampatore, e la seconda (postuma) da Danilo Zanetti nel 2007, per ricordare il politico. Diversi contributi sono apparsi originariamente su “Libero” e infatti l’autore della prefazione è Vittorio Feltri.
Panto si considerava "sostanzialmente agnostico", liberale e liberista, era fautore di una visione laica e democratica della realtà: credeva nella
Libertà di manifestare il proprio pensiero senza fondamentalismi e senza la psiconevrosi di possedere la verità assoluta
e tuttavia tacciava di ipocrisia il modello della rivoluzione francese e, guardando alla storia, considerava come riferimenti del suo pensiero sociale il governo di Atene, il senato romano e la Repubblica di Venezia. Rispetto al presente, i suoi modelli democratici erano invece i paesi del Nord Europa e gli Stati Uniti d’America, federazione verso cui nutriva un’ammirazione sconfinata, che si traduceva in un atlantismo esagerato, ma che va contestualizzato nel clima in cui egli si era formato.
Il suo culto per la storia di Venezia non gli impediva però di avere il distacco necessario per scorgere i difetti dei veneziani d’oggi. Nel 2001 scrisse sulle pagine di “Libero”:
pensavo a Venezia e al suo disfacimento in atto da duecento anni. Pensavo ai veneziani ubriacati dagli ingenti introiti del turismo di massa, che non muovono una paglia per la loro città che va ignobilmente sott’acqua sempre più spesso, che sognano come tutti i vinti un passato di gloria che non esiste più ormai.
E auspicava che in futuro la laguna fosse gestita "come si fa in Olanda", regolando con precisione il flusso e il ricircolo dell’acqua. Sapeva inoltre che Venezia e la Terraferma erano due realtà distinte: nei suoi ricordi quest’ultima era caratterizzata da mille campanilismi, rivalità da orticello e "dialetti che sembrano differenti a ogni tiro di fionda". In questo mosaico culturale della Venezia
Le scazzottate erano epiche quando si trattava della partita di calcio di un paese col paese confinante. Erano momenti "esuberanti" perché i divertimenti erano pochi e semplici, automobili pochissime, soldi ancora meno.
Nei film "romani" i veneti venivano dipinti come contadini ignoranti e sciocchi, servette di facili costumi e bigottoni fanatici, ma quegli stereotipi furono spazzati via dal miracolo economico:
oggi i veneti sono i primi in ogni classifica virtuosa, di produttività, di esportazione, di benessere e qualità della vita e questo genera invidia e antipatia. Erano più simpatici quando andavano in bicicletta per necessità, non per dimagrire.
L’albero degli zoccoli divenne un ricordo lontano, ma nel riflusso degli anni Ottanta Panto riconobbe l’esaurimento dei politici di spessore formatisi nella parte migliore della scuola della Democrazia Cristiana e l’ascesa di una rinnovata spinta identitaria: la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997 i Serenissimi assaltarono il campanile di San Marco. In Pensiero Libero, l’autore non condanna gli artefici di quel gesto spericolato, ma punta il dito contro l’irrazionalità del potere italiano:
[i Serenissimi] Sono stati catturati a calci e pugni, come spregevoli banditi da una falange dell’esercito col volto coperto, con elicotteri da combattimento, che ha gettato e calpestato con spregio la bandiera del leone di S. Marco. Una bandiera che non si deve toccare ai veneti perché è nel loro DNA anche se i mille anni di gloria della Serenissima sono stati cancellati dai libri di storia italiana. Una bandiera che oggi insegnerebbe all’Italia intera la correttezza e l’efficienza amministrativa, il senso dello Stato, la fierezza e l’orgoglio di una stirpe indomita per mille anni, e infine un valore che sembra si sia stemperato sul suolo italico: il coraggio.
Nel suo libro Cuore di rondine, un membro del GIS, che (senza il coraggio di rivelare il suo nome) si firma con lo pseudonimo di Comandante Alfa, si vanta di aver preso parte all’arresto della Serenissima Armata, ma a questo signore rispondono a tono le parole di Panto:
Ci sono fior fiore di mafiosi incriminati che ufficiosamente riescono a vivere liberamente in città per 20 anni sposandosi e facendo figli. Nessuno li vede!
E si potrebbe aggiungere che mentre i Serenissimi, per una semplice provocazione, sono stati trattati da criminali, oggi in Italia abbiamo terroristi musulmani che circolano indisturbati e predicatori da sottoscala che inneggiano alla sottomissione della penisola a un governo islamico senza che nessuno intervenga, mentre in un paese civile simili personaggi dovrebbero essere condotti in severe strutture correttive, eventualmente insieme ai loro familiari e spalleggiatori, perché solo così, una volta usciti, potrebbero realmente integrarsi.
Consapevole di quelle che sono le leggi del mercato, Panto sapeva anche che dietro al problema dell’immigrazione ci sono gli imprenditori, che vogliono manodopera a basso prezzo e non si curano delle conseguenze dell’importazione di masse ingestibili. In tema di migranti il leader di PNE voleva regole precise e controllo, sperava che si potessero riportare in Patria i discendenti dei veneti emigrati nelle Americhe e al contempo insisteva con fermezza sul fatto che nel terzo millennio l’islam è inconciliabile con la civiltà e quindi sulla necessità di liberare gli uomini e le donne dall’oppressione coranica, dagli indottrinati, dal martellamento demenziale degli imam.
Gli ingressi senza controlli possono essere la via per una guerra civile: l’integrazione presuppone, già sul piano etimologico, l’esistenza di un "intero" a cui lo straniero deve desiderare di unirsi. Se "l’intero" viene sopraffatto non può esserci alcuna integrazione. Il politico veneto sosteneva che l’interazione (chiaramente a distanza di sicurezza) con clandestini, anche pregiudicati, rappresentasse per i progressisti più alienati un feticcio e una fantasia russoviana: un rituale di purificazione proiettato verso una richiesta di perdono per colpe immaginarie e la ricerca di una presunta innocenza primordiale dell’uomo.
Gli scritti di Panto, fino ai primi anni 2000 sono segnati da un anticomunismo viscerale, tuttavia ai tempi dei proclami su Tele NordEst era andato oltre questa posa superata, rendendosi conto che la negazione del marxismo non costituisce un’affermazione politica né può essere un’identità ideologica. Nel 2004 il comunismo poteva dirsi a pieno titolo un nemico sconfitto; spiace che Panto non abbia avuto il tempo per rinnovare le sue prospettive e individuare i nuovi nemici della vera libertà, bisogna però tener sempre presente che con i se e con i ma non si fa la storia.
Il suo federalismo si basava sull’equità e si contrapponeva al sistema delle regioni attualmente in vigore in Italia:
Il vero problema è il Federalismo fiscale! È insopportabile che le Regioni produttive siano bestie da soma! Via tutte le Regioni a statuto speciale, sono diventate "signorie" inconcepibili nel 2003!
La macroregione europea del NordEst, in un quadro di regioni più grandi e meglio gestite, avrebbe quindi dovuto superare i vecchi statuti speciali e avere come base un impianto economico comune, integrato in un mondo globalizzato. Panto affermava che
Negli ultimi quarant’anni nel Veneto la trasformazione è stata così rapida che ha sorpreso anche noi che ne eravamo gli artefici. Il veneto inteso come matrice culturale, come etnia, come modello di sviluppo, come radice della nostra lingua veneta si è allargato ed è diventato il Nord Est assieme al Trentino al Friuli e alla Venezia Giulia.
In verità si trattava di un’etnogenesi ancora da realizzare: di un progetto, appunto, per il futuro. In molti criticarono questa visione "futurista" poiché anti-tradizionale e anch’io oggi non la condivido, ma in quegli anni la programmazione di euroregioni con autonomie e leggi peculiari pareva una strategia credibile per il superamento del centralismo nazionalista e l’attuazione della sussidiarietà.
Fa quasi sorridere la fissazione di Panto per le automobili e la libertà di guidare in strade pulite e senza pedaggi, ma diverse sue proposte sono per me irricevibili: giuste furono le sue denunce sull’effettivo stato della sanità veneta, ma non posso condividere le sue opinioni sulla privatizzazione. Altre idee erano semplice buon senso, come quando nel 1994 auspicava l’eliminazione degli zeri "inutili" delle Lire italiane o quando inveiva contro le tasse sulla proprietà paragonandole a dei furti in piena regola. Da un articolo pubblicato su “Libero” il 10 aprile 2003, si apprende anche che egli condannava l’IRA e il terrorismo basco, fatto che evidenzia la sua presa di distanza dell’etnonazionalismo rosso o di altri colori.
Concludo sottolineando il fatto che Panto era in primo luogo un grande oratore, scriveva i suoi articoli di suo pugno, senza ghostwriter, ma andava innanzitutto ascoltato quando arringava il pubblico: proseguendo le sue battaglie attraverso gli anni 2000 avrebbe potuto davvero muovere le masse. Il mio percorso personale mi ha portato su strade differenti e verso un’altra maturazione politica, tuttavia Pensiero Libero deve almeno essere preso in considerazione da ogni veneto che voglia approcciarsi al federalismo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Pensiero Libero
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