- Autore: Valeria Arnaldi
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788892773479
"Comprami, io sono in vendita", "Prendi una donna, trattala male", "Ma quando la sera tu resterai sola"... Quante volte le abbiamo ascoltate e cantate? Innocue canzoncine; ma ne siamo sicuri? Valeria Arnaldi ci propone una lettura nuova e anche un po’ polemica dei testi delle nostre canzoni, leggendole in una prospettiva maschilista che molti di noi non avevano notato, nel suo volume Pensavo fosse amore. Quando la canzone romantica offende le donne (Arcana, 2025).
Ah, le canzoni d’amore! Tutte fiori, baci, cuoricini, notti di luna e tramonti sul mare, con qualche lacrimuccia, sì, ma pur sempre romantica, perché, si sa, per amore è anche bello soffrire; e se ogni tanto affiora uno scatto di rabbia, eh, via, che volete che sia? Si sa che l’amore rende folli, e che la gelosia è una semplice dimostrazione di amore. No?
Eh no. Cari signori miei (e care signore mie, perché spesso e volentieri siamo proprio noi a non accorgerci del fenomeno di cui questo piccolo saggio tratta), se ascoltate attentamente vi renderete conto che la maggior parte delle canzoni d’amore dedicate dagli uomini alle donne in realtà esprime possesso, condiscendenza e perfino mansplaining, quando non si arriva alla vera e propria violenza verbale e/o fisica.
Ecco, adesso so già che i soliti nostalgici dei bei tempi andati inizieranno a lamentarsi che le femministe stanno esagerando, che “non si può più dire niente”, che “ma rilassatevi un attimo” e altre piacevolezze del genere. Ripensateci, e riflettete un attimo sull’effetto che tutto questo bombardamento “quasi subliminale” di frasi come “Ti pretendo, sei l’unico diritto che ho”, “Hai gridato ’È finita’ ma era una bugia”, “Io ti legherei con un laccio al cuore che ti faccia male quando te ne vai” e chi più ne ha più ne metta, possa avere avuto e continuare ad avere sulla concezione che gli uomini, e soprattutto le donne, hanno dell’amore “vero”, del romanticismo e della coppia.
Non ci avevate mai pensato, vero? Non è così strano. Malgrado il fatto che il cantautorato italiano si basi molto più sulle parole che sulla melodia, gran parte dei fruitori di musica si fa guidare essenzialmente da quest’ultima, trascurando il testo, che si sostituisce con un “la la la” o, nella migliore delle ipotesi, si ripete a pappagallo. Così si trascura di elaborarne il significato, che però il nostro cervello percepisce, facendoci credere che le situazioni descritte siano del tutto normali, anzi perfino desiderabili.
L’argomento è vastissimo, e questo breve e accessibile saggio di Valeria Arnaldi non è e non può essere esauriente; ha però l’indubbio merito di costituire un precedente e di introdurre una discussione che, senza evocare censure o repressioni, potrebbe essere molto proficua. Ovviamente non si può essere d’accordo su tutto: in primis, per quanto mi riguarda, la scelta di inserire anche canzoni nelle quali la rabbia verso la donna è palese, da “Bella stronza” di Masini al repertorio dei nuovi rapper, trapper e affini. Quello che è interessante ricercare non è l’ovvietà, ma ciò che viene celato dietro a parole che vorrebbero rappresentare un complimento o “dipingere un quadro” della donna. "È difficile spiegare certe giornate amare […] portaci delle rose, nuove cose e ti diremo ancora un altro sì” sono frasi che trasmettono un’idea di donna rassegnata, dipendente dall’uomo: eppure sono cantate e amate da migliaia di donne italiane. E allora? Allora, forse, dobbiamo iniziare ad ascoltare davvero le parole, oltre alle note.
Sicuramente anche le canzoni degli anni Cinquanta, che sono oggetto del primo capitolo, possono lasciarci un poco perplessi: in fondo, ci viene da pensare, la mentalità era diversa. Ma è anche vero che la mentalità non cambia al tocco di un interruttore; è un’evoluzione lenta, che si libera a fatica dei vecchi legacci: quindi anche gli anni Cinquanta definiscono in parte quello che siamo adesso. Un altro tipo di critica arriva da Franco Zanetti, che ha recensito il libro su Rockol, facendo notare come l’autrice trascuri spesso di nominare gli autori dei testi, attribuendo le parole, il più delle volte, allo stesso cantante. Vero, ma è anche vero che è proprio il cantante a metterci la faccia molto più dell’autore, e questo è sicuramente significativo.
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Un libro perfetto per...
Sicuramente a chi si occupa di musica, ma anche a tutti quelli che prendono il maschilismo, ancora imperante, un po’ troppo alla leggera, per far loro capire che le parole sono importanti e possono condizionare la nostra mentalità.
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Pensavo fosse amore. Quando la canzone romantica offende le donne
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