Bonagiunta Orbicciani da Lucca, poeta e notaio, nel sonetto Voi, ch’avete mutata la mainera polemizzò con il collega Guido Guinizzelli accusandolo di non aderire ai canoni correnti della lirica amorosa; in particolare, gli contestava la massiccia presenza di versi cerebrali e filosofici, a suo giudizio poco pertinenti al tema.
La risposta, rigorosamente in rima, non si fece attendere: in Omo ch’è saggio non corre leggero, infatti, Guinizzelli rivendicava la libertà di comporre poesia secondo il proprio personale e insindacabile modo di sentire. Il componimento, oltre a fornirci informazioni essenziali alla comprensione dell’opera guinizzelliana, è anche uno dei più famosi e significativi del XIII secolo: analizziamo approfonditamente il testo.
“Omo ch’è saggio non corre leggero”: testo del sonetto
Omo ch’è saggio non corre leggero
ma a passo grada sì com’ vol misura:
quand’ha pensato, riten su’ pensero
infin a tanto che ’l ver l’asigura.Foll’è chi crede sol veder lo vero
e non pensare che altri i pogna cura:
non se dev’omo tener troppo altero,
ma dé guardar so stato e sua natura.Volan ausel’ per air di straine guise
ed han diversi loro operamenti,
né tutti d’un volar né d’un ardire.Deo natura e ’l mondo in grado mise,
e fe’ despari senni e intendimenti:
perzò ciò ch’omo pensa non dé dire.
“Omo ch’è saggio non corre leggero”: parafrasi del sonetto
Un uomo che è sapiente non corre alla leggera (senza riflettere), ma passo a passo così come richiede la misura: una volta che ha pensato, trattiene dentro di sé il suo pensiero fino a quando la verità non lo conferma.
È folle chi ritiene di essere l’unico a vedere la verità e non crede che altri se ne preoccupino: un uomo non deve comportarsi in modo troppo presuntuoso, ma deve considerare la propria condizione e la propria natura.
Nel cielo volano uccelli di aspetto singolare (uccelli di ogni specie e forma) e si comportano in modi molto diversi, né volano o agiscono tutti allo stesso modo.
Dio ha creato la natura e il mondo secondo una gradualità e ha fatto le intelligenze e le menti tra loro diverse: pertanto non si può dire a nessuno che cosa debba pensare.
“Omo ch’è saggio non corre leggero”: metrica, stile e figure retoriche
Omo ch’è saggio non corre leggero è un sonetto di 14 versi endecasillabi ripartiti in due quartine e due terzine. Lo schema rimico è ABAB ABAB (rima alternata) e CDE CDE (rima ripetuta).
Il linguaggio non è né aggressivo né veemente, ma decisamente pacato, nonché attraversato da quella sottile vena di ironia che è uno dei tratti distintivi della poetica di Guinizzelli.
Presenti numerose figure retoriche, fra le quali segnaliamo:
- anastrofe: “vol misura”, v.2; “ver l’asigura”, v.4; “Volan ausel’”, v.9; “Deo natura e ’l mondo in grado mise”, v.12;
- iperbato: “non se dev’omo tener”, v.7;
- metafora: “Volan ausel’ per air di straine guise / ed han diversi loro operamenti, / né tutti d’un volar né d’un ardire”, vv.9/11 (la metafora spiega che così come nel cielo volano tanti uccelli gli uni diversi dagli altri, allo stesso modo i poeti sono unici e devono avere la libertà di esprimersi come ritengono opportuno, assecondando inclinazioni, idee e sensibilità personali).
“Omo ch’è saggio non corre leggero”: analisi della poesia
L’autore afferma che un uomo saggio non esprime giudizi affrettati ma pondera con attenzione, un passo alla volta, il proprio pensiero, fino a quando non sia davvero certo della sua correttezza. Chi crede di vedere soltanto lui la verità è un folle, perché non considera che esistono altre persone che si premurano di cercarla.
In fondo, anche nel cielo volano uccelli fra loro diversi nell’aspetto e nel comportamento e non tutti si librano e osano alla medesima maniera. Dio stesso ha creato il mondo procedendo gradualmente e ha progettato menti con capacità differenti: per questo nessuno ha il diritto di dire agli altri cosa devono pensare.
Nel corso del XIII secolo Guinizzelli e Bonagiunta Orbicciani dettero vita a una delle tenzoni letterarie più celebri del Medioevo. Quando il lucchese, in un sonetto, rimproverò al bolognese di aver stravolto lo schema tipico della poesia d’amore aggiungendo eccessivi riferimenti filosofici, la risposta non si fece attendere e fu anch’essa in rima. In Omo ch’è saggio non corre leggero Guinizzelli affronta la questione secondo un approccio squisitamente filosofico, quindi dall’aspetto che gli viene maggiormente contestato, ma evitando di attaccare Bonagiunta direttamente e personalmente.
Partendo dal concetto di gradualità, l’autore afferma che la verità non si rivela immediatamente ma segue sempre un ragionamento approfondito, retto sull’equilibrio e comprovato dall’evidenza. Seguendo tale logica e avvalendosi dell’ironia che tanto gli è congeniale, Guinizzelli si scaglia contro coloro che si ritengono i depositari della verità e che pretendono di imporre un unico modo di poetare peccando così di arroganza intellettuale (qui il riferimento a Bonagiunta è alquanto evidente).
La similitudine con gli uccelli e il richiamo religioso alla fine del componimento sono una lode alla diversità.
Dunque è questa, in sintesi, la lezione di Guinizzelli: prendendo esempio dalla natura e da Dio, che da sempre procedono per gradi e diversificando, bisogna avanzare lentamente e con cautela, senza trarre conclusioni affrettate che spesso si rivelano sbagliate.
E quindi, viene da sé, è giusto e opportuno che il poeta sia libero di comporre versi come meglio crede, assecondando pienamente la sua sensibilità e la propria vena artistica.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Omo ch’è saggio non corre leggero”, il sonetto di Guido Guinizzelli sulla libertà di fare poesia
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