Burkhard Mücke, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
È ragionevole pensare alla morte intorno alla trentina? Nel medioevo ai tempi del Petrarca sì. Ha trent’anni il cantore di Laura quando compone il sonetto XXXII sulla morte, inserito all’interno del suo Canzoniere e noto con il titolo Quanto più m’avicino al giorno extremo, dal suo incipit, che annienta ogni umana attività e i tormenti esistenziali che la accompagnano in un orizzonte estraneo a ogni forma di trascendenza. Allora in pieno Trecento l’aspettativa di vita si attestava sulla quarantina o poco più, con forti differenze in base allo stato sociale e, quindi, alla vita materiale. In occasione dell’anniversario della morte di Petrarca, che cade il 19 luglio, vi proponiamo testo e analisi del sonetto.
Quanto più m’avicino al giorno extremo: il testo del sonetto
Quanto piú m’avicino al giorno extremo
che l’umana miseria suol far breve,
piú veggio il tempo andar veloce et leve,
e ’l mio di lui sperar fallace et scemo.I’ dico a’ miei pensier’: Non molto andremo
d’amor parlando omai, ché ’l duro et greve
terreno incarco come frescha neve
si va struggendo; onde noi pace avremo:perché co llui cadrà quella speranza
che ne fe’ vaneggiar sí lungamente,
e ’l riso e ’l pianto, et la paura et l’ira;sí vedrem chiaro poi come sovente
per le cose dubbiose altri s’avanza,
et come spesso indarno si sospira.
Quanto più m’avicino al giorno extremo: parafrasi del sonetto
Più m’avvicino alla soglia della morte che abbrevia la miseria umana, più vedo scorrere veloce il tempo e diventare ingannevoli le mie speranze in esso. Penso che non parlerò più d’amore perché il peso del corpo si scioglierà lentamente come neve e finalmente raggiungerò l’oblio; perché insieme al corpo verranno meno quella speranza che mi ha fatto vaneggiare d’amore e il riso, il pianto, la paura, l’ira. Così capirò come spesso ci si affatichi invano per cose incerte e dubbiose.
Quanto più m’avicino al giorno extremo: analisi e commento
Il sonetto XXXII è uno dei componimenti più desolati e profondi del Canzoniere dalla bellezza discreta che si rivela poco a poco. Vediamo perché insieme a Natalino Sapegno:
Il travaglio della coscienza vi è ricontemplato quasi da una specola (luogo elevato adatto alle osservazioni astronomiche) sublime e vertiginosa sul limitare della morte e senza conforto di celesti speranze.
Il pensiero della morte che si avvicina fa comprendere la vanità che ci circonda, in particolare della vita terrena e dei suoi inutili tormenti. Oltre a questo pessimismo destinato a uccidere l’idea stessa d’amore, il sonetto è interessante dal punto di vista tematico e stilistico perché riassume numerose particolarità tipiche della poetica di Petrarca. Ne riportiamo alcune:
Sin dalla prima strofa, priva di enjambement, è evidente la chiarezza e la regolarità del verseggiare petrarchesco, anche grazie alla presenza, al v. 3, delle endiadi veloce et leve, che conferiscono incisività scindendo un concetto in due componenti che si rafforzano a vicenda.
A tutto ciò si contrappone, tuttavia, la seconda strofa, in cui si nota una certa frammentarietà che da forma al colloquio interiore del poeta.
Nella terzina successiva sono presenti due antinomie, figura retorica amata da Petrarca. In particolare, nel v.11 gli elementi riso/pianto e paura/ira, risultano funzionali alla lacerazione interiore del poeta, che, in questo modo, ordina le immagini secondo poli contrastanti e opposizioni. Lo stesso verso è caratterizzato anche dalla presenza di un polisindeto che contribuisce a rallentare il ritmo con enfasi e solennità (e ’l riso e ’l pianto, et la paura et l’ira).
L’ultima strofa è caratterizzata da un certo aspetto gnomico, infatti, ci troviamo di fronte ad una formulazione morale che conclude una scala armonica perfettamente correlata allo sviluppo del ragionamento e del soliloquio petrarchesco. In generale, è evidente la ricerca di un accordo fra l’andamento sintattico del discorso e la sua organizzazione metrica, per cui la fine del verso coincide nella maggior parte dei casi con il concludersi della frase o di una parte di essa di senso compiuto.
Complessivamente, in questo sonetto, Petrarca è molto abile nel rendere quasi palpabile il senso di angoscia derivante dallo scorrere del tempo e l’ineluttabilità dell’oblio. Per questo motivo, l’intero sonetto può essere rappresentato e spiegato grazie alla parola chiave vaneggiar (che indica letteralmente il sentimento di illusione d’amore), che è legata al senso della caducità delle cose: questo verbo, infatti, è un cardine del Canzoniere per definire in senso ampio lo smarrimento spirituale del poeta. Lo stesso termine, inoltre, si può rintracciare anche nell’Inferno dantesco e nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Quanto più m’avicino al giorno extremo”: il sonetto di Petrarca sulla caducità della vita
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