Italo Calvino, curando l’introduzione a Notti sull’altura (edizione Mondadori, 1971), definì la storia del romanzo un “pellegrinaggio fantastico”. La visione di Giuseppe Bonaviri va dunque oltre il reale senza però sacrificarlo e ne consegue che la sua narrativa, oltre ad avvalersi della conoscenza scientifica, una delle multiple sfaccettature dell’esistente, accoglie l’apporto dell’immaginazione e quindi dell’invisibile.
Siamo nella palpitante sicilianità del fantastico che sfocia nell’espressionismo della scrittura: una rilevante forma di comunicazione connotata dal mistero e dall’attesa, dal viaggio, dalla morte e dal sogno. Surrealtà e realtà si mescolano sempre in Bonaviri: la dimensione magica e onirica, ricca di suoni e di colori, si innerva su una tessitura cosmica ed è espressa da un singolare vocabolario scientifico utilizzato con la massima precisione. Botanica e chimica, fisica e astronomia si intrecciano, comunicano fra loro, ci condizionano e offrono la visione di infiniti sistemi nell’universo. Altrettanto intensa è nel romanzo la ricognizione memorialistica-autobiografica che porta il nostro scrittore a qualificarsi come narratore originale.
Il linguaggio adottato ha la forza di un’esplosione. Seduce l’ampiezza della parola; attenta ai dettagli, si dilata, contorna, disegna e risuona. La narrazione così pulsa fino all’inverosimile, generando quella visionarietà evanescente e vaga tanto cara a Italo Calvino per il quale l’immaginazione è
il repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.
La fabula inizia da un viaggio che il protagonista-scrittore, di nome Zephir, compie. Avendo ricevuto la notizia della morte del padre, il sarto della stradalunga Donnané, ritorna a Mineo, suo paese natale (arabizzato in Qalat-Minaw): l’impareggiabile area sacra della memoria personale e collettiva. Per la stessa ragione, con lui viaggia una sua lontana parente: la giovane Aramea col figlioletto, il piccolo Diofar (embrionale: “un piccino molliccio, avvolto in frange di ovatta”), custodito nella tasca del cappotto. Atterra all’aeroporto di Catania e lungo il percorso in macchina, guidata dal fratello, attraversa luoghi la cui descrizione è attenta alla vegetazione, nonché al degrado industriale che ha avvelenato il paesaggio con i miasmi e gli scoli chimici. Trivelle e fabbriche con piazzali di cemento succhiano le acque del fiume Simeto.
Nella casa del defunto viene individuata la presenza di segni – “insoliti simboli” – che testimoniano il passaggio della morte. Sul suo cammino l’uccello-demone, denominato il tanatouccello, ha lasciato tracce indecifrabili: uova colorate, pietruzze, minuzzoli di piume, frammenti di vetro. Nasce così l’idea di seguire gli occulti suoi passaggi e di trovarlo, essendovi trasmigrati gli ultimi pensieri del padre che si vorrebbero sottrarre all’oblio. Ecco allora radunarsi sull’altura del castello che sovrasta il paese una moltitudine, tra cui astrologi e biologi, pronta ad accompagnare nell’impresa Zephir e i suoi parenti. Ha valore simbolico il castello: è il centro del meraviglioso, il luogo d’incontro e di cominciamento, lo spazio in cui si progetta il viaggio avventuroso da intraprendere.
Per facilitare l’impresa, il “campo delle ricerche” viene diviso in cinque zone e a ciascuna squadra, i cui componenti hanno affinità e omogeneità di umori e di ragionamento, ne viene assegnata una. L’obiettivo della ricerca è di “individuare la navigazione dell’uccello”. I gruppi si diramano a raggiera, in un’azione centrifuga, sulla mappa della Sicilia attraverso i quattro elementi: acqua, aria, terra e cielo-fuoco.
Il nonno di Zephir, protetto da uno scialle, si mostra come un saggio. Ai ricercatori dice che corrono dietro fantasmi; la chimera sarebbe sempre rimasta tale; le cose arcane non hanno senso, né posseggono corpo alcuno e la morte è un mistero che tale deve restare
poiché, tutto, uomini aria fuoco acqua, siamo dentro l’immensa circolarità dei sistemi planetari, dove bisognava cercare il nostro segreto, in una cinta di forze che si attraggono come sassi calamitati...
Vanno i gruppi alla ricerca di indizi, scandagliando il territorio. Proseguono lungo la zona campestre; esplorano ogni lembo di terra fra i mandorleti e gli uliveti e la vegetazione che vi cresce; scrutano i segnali celesti; cercano fra i nidi degli uccelli. Il loro cammino immaginario si svolge di “guazzabuglio in guazzabuglio” nel cuore della nostra galassia (“eravamo arrivati ai confini del sistema solare”), nelle superfici marine, negli spazi terrestri (contrade di rupi, burroni e spelonche, di alture e verdeggianti pianori), sotto l’influsso dei corpuscoli lunari e inondati dal pulviscolo solare. Il lettore è così immerso nella vastità dello spazio dalla terra al cielo:
Stando in continuazione coi volti all’insù, passavamo dalla gravità del nostro corpo, per infiniti passaggi, alla leggerezza del fuoco, congiunti ora a Venere, ora a Marte e a Mercurio e, sempre più in alto, a Giove, a Saturno e al fuggente Plutone. Ci affacciavamo, insomma, su finestre spalancate nello spazio, senza potere additare una soluzione al nostro problema, confortati soltanto dagli odori notturni che dalle valli di Qalat-Minaw si innalzavano verso noi.
Non manca un viaggio al centro della terra dove rinvenire le tracce paterne: una sorta di iniziazione che fa venire in mente l’acrostico dell’alchimista medievale Basilio Valentino che per esteso recita “Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem” e che può così tradursi: “Penetra nelle viscere della Terra e, percorrendo il retto sentiero, scoprirai la pietra che si cela ai tuoi occhi”.
Di genuina freschezza la pagina in cui El-Akim dialoga con Aramea. E così rientra la memoria del luogo nel fascino d’una visione da cui deriva una stupefazione, un’ammaliante terminologia venata di lieve luminosità :
L’arabo l’osservava e la portava più su, per distrarla dal figliolo […] e buttando qualche briciola di focaccia ai rari famelici lucci, o al black-boss che sceglieva le onde più diafane, la faceva sorridere e indirettamente le ricordava come per loro la Sicilia fosse la “mezzaluna perduta nel mare” “l’isola sognata” nelle notti che calano sugli ardenti tramonti del deserto.
Secondo l’idea di Atman e dei dotti, per entrare in corrispondenza col Tanatouccello-animaleuomo su cui sono impressi “i simulacri delle spoglie del padre”, occorre fare un esperimento: innestare il corpicino del figlio di Aramea sulla corteccia d’una pianta. Sognano anche di ripetere e moltiplicare l’innesto allo scopo di ritrovare
le cause e i principi per ricostruirci con calma il nostro perduto passato in un universo dominabile a nostro capriccio nella serie delle sue oscillazioni.
Non mancano i dubbi, le perplessità, le ipotesi che i ricercatori presentano: “si parlò per tutta la notte di questa unione di sostanza umana e vegetale”. Discutono sulla pianta da scegliere e la preferenza cade sul carrubo (“mediterranea pianta, diceva Atman, che poteva ingannare gli estranei nell’occultamento dell’innesto, […] e la corteccia, venata di rosso, avrebbe protetto il nuovo essere dalle intemperie e gli avrebbe dato nutrimento per la gran circolazione di cui era dotata”), nonché sull’ora del giorno favorevole all’innesto.
Sottratta con raggiri alla madre, l’innocente “piccolissima ignara creatura” subisce il crudele sacrificio (“il minuto incidere di scorze e di carni”), attuato dagli uomini di scienza, è il momento più intenso della romanzo unitamente al racconto sulla sorte di Aramea.
Magnifico è il brano che la rappresenta mentre contempla il paesaggio nell’ora che annuncia la fine della giornata dopo il tramonto:
Sulla sera, raggiungendo l’altura del castello, guardava il lento chiudersi delle foglie di malva, di rosalba e di umbella, grevi per le emissioni lunghissime del tramonto, e, di nascosto si soffregava le bianche mani in quei cespugli; o, peggio, col passar dei giorni si sedeva sola sulla roccia e aspettava che i campanili suonassero l’arrivo della sera, elidendo quanto di gioioso aveva lasciato al sole sui contrafforti dei monti e nei ricettacoli sassosi dei dirupi, sempre meno ad accogliere la monotonia del vivere.
Informata della sorte del suo bimbo scomparso (“la nuova infiorescenza umana”), di certo fuori di senno, o quasi, corre per monti e campagne ed entra nel bosco d’ulivi seguita da un corteo di “capre smarrite, cerbiatti, assioli, ricci, piccole volpi e falene”. Yussuf, suo marito che dal suo lontano paese giunge a Qalat-Minaw con un carretto tirato da un vecchio cavallo grigio, va alla ricerca di moglie e figlio. Lei infine si dissolve ai piedi dello stesso carrubo su cui era stato innestato Diofar, rivivendo “in un’unica circolazione col figlio”.
Tornano al castello il narrante e i componenti del gruppo che, guidati da Atman, hanno lo sguardo rivolto alla luna:
Noi non la finivamo con mappe, inchiostri, astrolabi (e divino intelletto d’amore) protesi sempre verso la luna che ci mostrava squarci di se stessa.
Zephir farà poi il resoconto sui cammini delle squadre, sulle fatiche affrontate, nonché sulle discussioni e perplessità di ciascuno (“Ed ora discorrerò brevemente delle ragioni e dei risultati a cui pervennero in quei pochi giorni gli altri gruppi, e dirò delle condizioni sublimi, o traviate o controverse, che nel loro peregrinare acquistarono”). Il gruppo raggiunge il luogo dove sorge il carrubo su cui è stato effettuato l’innesto e Nergal dice che erano stati “innestati bene quasi avessero raggiunto un equilibrio tra le forze cinetiche ed inclinazione molecolare”; aggiunge che “non mancava, purtroppo, lo spicco di protuberanze che ripetevano interminabilmente la pregressa vita, non assorbita per intero nella compagine arborea”. Si susseguono le conversazioni sul miscuglio umano-vegetale e si constata infine il fallimento dell’innesto di Diofar:
per forze estranee e per mancata simbiosi di particelle umane e vegetali, mitocondri e cloropasti, e per l’inattuabile riflusso di sangue e linfa in un’unica circolazione.
Il ritrovamento nel Convento dei Cappuccini, dov’è una biblioteca di milioni di libri in cui è racchiusa la storia d’ogni abitante di Qalaqt-Minaw del “Fragmenta Tirtenit”, consente a Zephir e ad alcuni compagni di fare inaspettate conoscenze. Scritto dall’asceta e veggente Muhalhil in un intreccio di appunti e glosse a piè di pagina, vi sono riportati brani, sure e preghiere, di difficile decifrazione, “in cui si innestavano considerazioni personali ed ultraterreni tentativi di ricerche”. Ed è da tale manoscritto che può ricavare la sorte del gruppo di Tirtenio: avventuratosi negli abissi marini, non avvertivano ormai il desiderio “di riaffacciarsi sulla terra” e si sentivano “reintegrati in una primordiale unità”.
Al fallimento dell’innesto si aggiunge l’esito negativo di rintracciare il tanatouccello: irraggiungibile e inafferrabile è il misterioso volatile tra le vallate della Sicilia orientale. E tuttavia dalla peregrinazione d’amore rimane la scoperta della legge della metamorfosi che regola il divenire d’ogni cosa nel passaggio da uno stato dell’“essere” a un altro (“tutto è mutabile, né esiste centro in alcuna cosa”). Anche il padre è divenuto un minerale senza luce, ma imperlato da concrezioni rocciose, scisti e ardesie. Nella visione panvitalistica di Bonaviri “la morte è un’altra sponda dell’essere” ed è il cosmo la profonda essenza dove vita e morte si collegano e in cui agiscono infiniti sistemi: il celeste, l’interrato-roccioso, l’arboreo, il fluviale che comunicano fra loro in un’immensa e universale circolarità “di indifferente esistenza”. Consolatorio è il bisogno di tener viva la memoria del padre:
Mio fratello asserì che ci avrebbe lasciato, seguito da un popolo di contadini, pastori e naviganti per rendere con adatte attrezzature le forme del viso paterno nel sasso alpestre di tutta la facciata sudorientale dell’Etna.
- Autore: Giuseppe Bonaviri
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Sellerio
- ISBN: 9788838924248
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Notti sull’altura
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