- Autore: Marco Brando
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
In un’attualità deprivata di senso storico-ontologico, la stereotipia dei linguaggi, agevolata da media e politica, fa il paio (dis)funzionale con la banalizzazione del pensiero. L’appiattimento semantico oggi diffusoè insomma espressione di una povertà concettuale prima ancora che lessicale. Tant’è. Rubo ancora qualche riga al saggio accademico - ma fruibile - di Marco Brando Non c’è #storia. I cliché storici nei media italiani (Salerno Editrice, 2026) per accennare a come l’assunzione massiva di locuzioni-neologismi-inglesismi, desunti dal politichese-giornalistese, finisca con l’appiattire su coordinare di banalità l’attuale comunicazione: da lontane connotazioni eccezionali, “evento” viene oggi a connotare accadimenti qualsiasi di comune socialità; stando al blaterare corrente l’utilizzo improprio di “problematiche” soppianta quasi sempre il più appropriato “problema”. “Emergenza” è un altro termine improprio di uso ansiogeno-comune; così come “location”, descrittivo di sfondi anche insignificanti. Il pigro uniformismo linguistico si accompagna all’uniformismo cognitivo, entrambe espressioni apodittiche del decadimento di specie. Ma non è esattamente di questo che tratta Non c’è #storia, malgrado affronti cliché altrettanto indicativi di pressapochismo mediatico. Al centro dell’analisi di Brando c’è infatti il proliferare - nei media e, in modo altrettanto diffuso, nella cultura di massa - dei luoghi comuni a sfondo storico, per cui i
cliché selezionati in questo libro […] offrono una scorciatoia per esprimere allarme, caos, arretratezza, persecuzione o oppressione, con significati quasi sempre divergenti dalle loro connotazioni originali.
Ne consegue l’attecchimento delle stereotipie nella convinzioni di un’opinione pubblica sempre più volgarizzata, indirizzata verso parvenze di informazione minuta-mistificata.
I richiami mediatici sui quali si concentra la puntuale - e al contempo persino saporita - attenzione di questo libro si richiamano, in ispecie, alle pigre assunzioni mediatiche dei termini Preistoria – indice di ignoranza, vetustà, arretratezza tecnologica -; Medioevo - assioma di “tempi bui”, carestie, oscurantismo, malattie -; caccia alle streghe – locuzione mediatizzabile in caso di processi e potenziali persecuzioni giudiziarie e politiche -; Inquisizione – utile in caso di condanne sommarie, eccesso di controllo, mancanza di libertà -; Far West - indice di violenza, mancanza di regole, illegalità diffuse -.
Ancora Marco Brando alle pagine 40 e 41 del suo saggio:
Uno degli obiettivi primari del linguaggio giornalistico è quello di attirare l’attenzione delle persone attraverso specifiche scelte linguistiche. A ciò contribuisce l’uso di metafore storiche stereotipate, considerate utili per semplificare. Si compromette così la capacità del pubblico di sviluppare un pensiero critico e di comprendere questioni complesse. Questa circostanza – potenziata dall’effetto ridondante del web – ha un impatto significativo sullo stesso dibattito democratico.
Qualche ulteriore esempio spicciolo: se un edificio viene giù, per i media è “impressionante come possa aver retto sin qui su una struttura tanto fatiscente, quasi preistorica”. La piega reazionaria assunta dagli Stati Uniti di impronta trumpiana evoca tempi da “caccia alle streghe”. E gli scontri notturni fra bande di extracomunitari in pieno centro di Milano evocano “climi da Far West”.
Interessante è anche la lettura psicologica dei cliché linguistici fornita dall’autore:
Sono metafore negative che non evocano solo disastri incombenti e caos, ma mettono a nudo la nostra incapacità di capire la storia, per cui preferiamo esorcizzare le nostre paure attuali scaraventandole in vari “altrove” legati al passato, reale o immaginario.
Il saggio non disdegna pars construens inerenti a scuola e, più in generale, agli ambiti preposti alla (ri)educazione (anche fruitiva, pp. 141-160) ma credo vada assunto in primo luogo come testo disvelante (vivaddio) la pletore crescente di luoghi comuni (dis)informativi che ammorba il presente. Un saggio dunque propedeutico per insegnati, giornalisti, storici. Soprattutto per lettori in residuale possesso di consapevolezza civica e deontologica.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Non c’è #storia. I cliché storici nei media italiani
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