- Autore: Martina Tiberti
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Un racconto che ci appartiene, la storia di una famiglia friulana durante la Seconda Guerra mondiale e di due giovani fratelli partigiani, Mattia e Vincenzo, uccisi dalle rappresaglie nazifasciste; una storia difficile, da non dimenticare. Martina Tiberti ha raccolto le parole della nonna Santina che, mentre raccontava le sue vicende, “si accartocciava su una sedia”, piegata dal dolore e dal ricordo delle sciagure vissute. Questo libro, dal titolo Ninin (8tto Edizioni, 2026), lo ha voluto dedicare a lei, al dolore che non l’ha mai abbandonata e che le era stato destinato.
Laureata in Teatro e Cinema all’Università La Sapienza, Martina Tiberti è co-fondatrice dello studio editoriale Macao Spix. Negli ultimi anni ha scritto e portato in scena cinque opere teatrali e alcuni adattamenti. I suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie e su diverse riviste. Svolge inoltre attività di traduttrice letteraria e scouting free-lance; nel tempo che le resta è musicista.
La guerra, la resistenza e ciò che era rimasto, iniziando a ricomporre foto strappate e ricordi di famiglia da mettere in ordine, non per celebrare la morte dei propri cari ma per conoscere la vita di chi l’aveva preceduta. L’autrice ha invitato al ricordo chi non voleva ricordare, ha ricercato negli archivi dell’Anpi le testimonianze di chi aveva combattuto, di chi aveva sofferto in quei duri anni, ponendosi mille domande e ricevendo poche risposte. Un lavoro meticoloso e lungo nel ricomporre i punti mancanti della sua storia, delle sue radici. Fin dai tempi dell’Università, unendo piccole scoperte, piccoli dettagli, ricomposti in assenza di una anagrafe e uffici del governo distrutti, e attraverso pochissime fonti, è riuscita a risalire anche alle celebrazioni dell’Anpi; come una mattina del 25 aprile, dove in un piccolo paese pordenonese si erano riuniti per commemorare i partigiani uccisi del battaglione Bixio, tra i quali c’era il giovane Mattia.
Nel suo libro Martina ha inventato dialoghi ispirandosi ai fatti reali, ha narrato con sofferenza e lucidità la cronaca della guerra, senza mai tralasciare la drammaticità e l’emotività del racconto.
Scrivere questo libro è cercare le parole per una conversazione che non potrà più avvenire.
In Friuli, durante la guerra, la nonna lavorava con il padre Domenico, casaro in una latteria poco distante da Pordenone. Essere un casaro significava essere un uomo istruito, che contava. Si era trasferito da Treviso in Friuli per sfuggire alla povertà e ai campi pieni di malaria. Dopo l’armistizio, le province friulane con Fiume e Pola vennero annesse al Terzo Reich.
La guerra, che prima si era combattuta al fronte, ora entrava nelle case.
La nonna ricordava suo padre socialista e i suoi due fratelli, Mattia e Vincenzo, che dopo l’8 settembre aderirono alla lotta antifascista, seguendo l’uno la Brigata Proletaria e l’altro, a soli diciassette anni, la divisione Garibaldi, con il nome di battaglia Beppin. Giorni terribili, quelli del rastrellamento tedesco nella Carnia; famiglie intere uccise, bambini vittime, case incendiate, una violenza inaudita. Il proclama della resistenza era di stare in difesa, e invitava i partigiani ad azioni di sabotaggio.
I due giovani fratelli, a distanza di pochi anni, perderanno la vita: entrambi all’età di ventuno anni. Le morti violente peseranno nella vita di chi resta, come in quella di Santina. Racconterà delle donne davanti alle case con i fazzoletti in mano insieme alla corona del rosario per aspettare notizie dei loro cari, di chi era tornato e chi non poteva farlo. “Una primavera di sangue per chi resta bandito, sarete sterminati senza pietà”: comunicava il bollettino di guerra tedesco. E tra le tecniche più comuni per costringere i partigiani a consegnarsi c’era quella di prendere in ostaggio i genitori, come avvenne per la loro famiglia. Mattia venne catturato e condotto nel carcere di Roveredo in Piano; Vincenzo, Ninin il nome che Mattia gli aveva dato da bambino, catturato e portato in carcere ad Udine. L’orrore nelle propria casa e nei paesi vicini. I tedeschi, guidati da spie, in uno dei tanti rastrellamenti di notte avevano circondato alcune case dei partigiani e anche altre: arrestarono tutti, giovani, vecchi, donne. Le case vennero bruciate e i giovani imprigionati spediti in Germania. Durante il viaggio riuscirono a scappare e a ritornare a casa.
Alla fine della guerra Santina andrà via verso Roma una volta sposata, con nel cuore il pensiero sempre rivolto ai suoi fratelli: “non avrò più gli scherzi di Vincenzo, non avrò più i giochi con Mattia”. Non ha mai dimenticato la guerra finché è rimasta vita.
Che ne è stato della guerra vissuta da mia nonna? si chiederà l’autrice: “è entrata nel mio corpo”, ricordando quando da piccola andava da lei per trovare il suo posto, la sua casa. Forse i miei geni, continua, conoscono la guerra, la prigione, le mine, o forse semplicemente si ha sempre bisogno di collocare il passato, di dare un senso a ciò che ci spaventa.
Ninin è una storia privata, intima ed emozionante, di partigiani e della resistenza sul fronte friulano, una storia spesso dimenticata, ricostruita anni dopo con un impegno accurato e scrupoloso, coinvolgendo cuore e sentimenti profondi, e una vicenda che continuerà a vivere nella lettura di questo commovente romanzo storico, custode della memoria del tempo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ninin
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