La figura di Ulisse, l’eroe protagonista dell’Odissea, è rilevante per diversi aspetti ed è utile, a mio avviso, utilizzarla per descrivere alcuni spaccati della società contemporanea. Il proposito di questa mia analisi è confrontare la psiche dell’eroe greco, che sicuramente rappresenta un’evoluzione positiva della mente umana - si potrebbe dire un salto di qualità della nostra specie - con alcuni tratti della civiltà odierna, che invece ritengo evidenti segnali di regressione (psicologica).
Per meglio descrivere il mio pensiero, farò riferimento ai cosiddetti “muli della droga”, persone a mio giudizio ri-precipitate a un livello più basso del pensiero umano. Ma adesso parliamo di Ulisse e della sua intelligenza: la metis.
Ulisse, un eroe diverso, e la sua “metis”
Ma perché Ulisse era così diverso dagli altri eroi? Cosa lo distingueva? Vale la pena di ricordare che fu proprio l’eroe di Itaca a ideare il famoso stratagemma del cavallo per espugnare Troia, città contro la quale l’esercito acheo stava combattendo da dieci anni, senza successo.
Ulisse era dotato di quella che gli antichi greci definivano la metis, una forma di intelligenza concreta, capace di trovare soluzioni specifiche per risolvere i problemi esistenti. Metis è diversa da logos, che consiste in un’intelligenza astratta, per esempio quella filosofica, capace di creare categorie e che per i greci era sicuramente di un livello più alto. Ulisse si avvale della metis anche per sfuggire a Polifemo, il mostro con un solo occhio.
Ulisse pensa, ragiona, prevede, pondera, mette sul piatto le varie opzioni e le confronta per trovare quella più conveniente in una data circostanza.
Ci ricordiamo gli altri eroi? Achille si può dire fosse l’opposto di Ulisse; alla morte del compagno Patroclo, fa strage di troiani, indotto "dall’ira funesta", senza pensare alle conseguenze. Ulisse riesce a dominare gli impulsi, Achille invece no, perché è il tipico eroe per il quale contano solo l’onore e la vendetta.
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La caratteristica di Ulisse è ben messa in luce dal bellissimo saggio di Eva Cantarella «Sopporta, cuore...» La scelta di Ulisse. L’autrice considera significativo, per descrivere l’eroe, uno specifico passo dell’Odissea. Ulisse ha finalmente raggiunto Itaca, dopo anni trascorsi in giro dalla fine della guerra. Vede il suo Paese in mano a Proci, i pretendenti della moglie Penelope che aspiravano al trono. Tutti erano infatti convinti che il re fosse morto, tranne la moglie Penelope. Ulisse, che agli inizi non si fa riconoscere, vede i Proci sperperare le sue ricchezze e le sue ancelle unirsi a loro, in violazione del dovere di fedeltà sessuale. A questo punto, l’eroe frena la sua rabbia per posticipare al momento più opportuno la sua azione, con la quale sconfiggerà tutti i Proci:
Comprimendo il petto rimproverava il cuore. Sopporta cuore, più atroce pena subisti il giorno che l’indomabile, pazzo Ciclope, mangiava i miei compagni gagliardi e tu subisti finché l’astuzia ti liberò da quell’antro, che già di morire credevi. Così diceva nel petto rimproverando il cuore.
Questa frase esprime la caratteristica principale dell’eroe, ovvero la sua capacità di non farsi dominare dall’impulso immediato. Il cuore gli suggerisce di agire subito, la mente lo frena per valutare il momento migliore.
Per arrivare ad assomigliare a Ulisse, l’umanità ha dovuto affrontare un lungo e travagliato percorso. Se guardiamo gli animali, non hanno capacità di autocontrollo, agiscono dominati solo dal piacere o dalla necessità subitanei, mentre noi abbiamo imparato anche ad aspettare e programmare (è vero che ci sono animali che costruiscono e progettano, per esempio i castori con le dighe, ma non si tratta di una scelta consapevole, bensì di attività condizionate dall’istinto).
E adesso, cosa sta succedendo alla specie umana? Forse alcuni fattori comporteranno una modifica del nostro modo di pensare, e prima ancora un vero e proprio cambiamento neurologico.
Consumismo, presentismo e social
Il punto da analizzare è come il consumismo, cioè lo sfruttamento di beni molto oltre lo stretto necessario, comporti, insieme ai social, una modifica sostanziale al modo di concepire il tempo. Non ripropongo in questa sede tutte le critiche che sono state mosse al sistema consumistico da importantissimi intellettuali, come Pasolini, che parlava di "genocidio" delle culture particolari. In questo articolo voglio solo analizzare il rapporto fra il consumismo, i social e modo di sentire il tempo.
In un altro articolo ho illustrato l’opinione di alcuni filosofi, come Bertrand Russell e Umberto Galimberti, che hanno effettuato un parallelismo fra lo schema del pensiero occidentale e quello giudaico-cristiano. Per quest’ultimo solo il futuro, non il passato o il presente, rappresenta il bene e comporta il riscatto dell’essere umano (il passato è Peccato Originale, il presente è Redenzione, il futuro è Salvezza, Paradiso o Terra Promessa).
Tutti gli schemi psicologici dell’Occidente sono (io direi erano) modellati sullo schema giudaico-cristiano del tempo. Per esempio, dice Galimberti, persino Freud ragiona da Cristiano, in quanto vede nel passato il trauma (il parallelismo è con il Peccato Originale) nel presente la cura (la Redenzione), nel futuro la guarigione (parallelismo con la Salvezza). Lo stesso schema è proprio della scienza, dove il passato è ignoranza, il presente ricerca, il futuro conoscenza e progresso. Si faccia attenzione, però, sto parlando di schema di pensiero, non del contenuto.
A mio giudizio, con l’avvento del consumismo si è assistito a una rifocalizzazione del tempo dal futuro (a cui il cristianesimo e la mentalità occidentale guardavano) al presente. L’atto consumistico si concentra sull’immediatezza (faccio un esempio semplice per farmi comprendere: una persona ora pensa “compro un vestito per godermelo ora, perché fra un mese o un anno sarà fuori moda”, mentre i nostri nonni dicevano “compro un vestito perché mi dura nel tempo” - questo è solo un caso, ma oggi molto di ciò che facciamo si basa solo sul presente). Pian piano stiamo quindi cominciando, senza rendercene conto, a tagliare fuori il futuro dalle nostre considerazioni, agevolati in questo da sedicenti intellettuali che suggeriscono di guardare solo al presente. Sia chiaro, non abbiamo ancora cancellato del tutto il futuro, ma la tendenza mi sembra questa.
Questo atteggiamento mentale è acuito da due fattori. Il primo è che il futuro, come sottolinea Galimberti, non è più visto, soprattutto dai giovani, come una speranza, bensì come una minaccia. Il secondo, penso io, risiede nella comunicazione tipica dei social, che è veloce e non concede tempo alla riflessione. I social si concentrano solo sul presente, ciò che è successo due ore prima appartiene a un’epoca antidiluviana. Tuttavia, a differenza della concezione giudaico-cristiana del tempo che legava il passato al futuro all’interno di un processo, il "passato" dei social non si lega a niente e sparisce senza lasciare traccia. Il futuro, invece, non riesce a essere contemplato, perché ancora non esiste.
Il tempo cristiano è una riga continua, dove il punto PA (preceduto dai punti PA1, PA2, PA3 etc, più alto è il numero più remoto è il tempo) rappresenta il passato, ma è congiunto al punto PR, posto al centro, che è il presente, che a sua volta è unito al punto FU (seguito da FU1, FU2, più è alto il numero più lontano è il tempo), che rappresenta il futuro. Il tempo dei social non è un continuum, è un insieme di punti divisi, di PR, senza nesso di causalità e scollegati fra loro.
L’apice della regressione psicologica: i "muli della droga"
L’individuo focalizzato esclusivamente sul presente riesce solo a pensare al suo vantaggio immediato, senza contemplare le conseguenze. Questo perché la sua mente viene continuamente abituata (senza che ne sia consapevole) a non pensare al futuro, alla sfera del quale le stesse conseguenze attengono. Le reazioni diventano quindi immediate, come quella delle scimmie che rubano la banana di un estraneo perché hanno fame, senza chiedersi se sia commestibile o avvelenata.
L’apice di questo atteggiamento, di cui però potrei fare tantissimi esempi, si rinviene nei cosiddetti “muli della droga”. Si tratta di persone che, per una misera ricompensa (dai 1.000 ai 2.000 euro), accettano di trasportare una sostanza stupefacente da uno Stato all’altro, rischiando dai sei a venti anni di carcere. Duemila euro contro sei o venti anni di carcere. Una persona psicologicamente evoluta, che contempla la possibilità di un forte rischio in futuro, insomma simile a Ulisse, non penserebbe mai di rischiare tanto per pochi quattrini, perché sarebbe in grado di soppesare attentamente i pro e i contro. Non è infatti possibile calcolare correttamente i rischi se non si apre la mente a un orizzonte temporale più ampio del presente.
Come Ulisse rappresenta un salto positivo dell’evoluzione psicologica umana (dallo stato impulsivo-primitivo, a quello riflessivo e ponderato), al contrario i muli della droga personificano la regressione (sempre psicologica) che pian piano sembra prendere piede nella nostra società. Non muta questa considerazione la scusa tipica dei "muli" ("avevo bisogno"), perché un soggetto come Ulisse, anche in stato di estrema necessità, non ragionerebbe mai così (Ulisse era re, ma al ritorno da Troia ha dovuto affrontare molte traversie prima di raggiungere Itaca, rischiando diverse volte la vita; in ognuna di queste occasioni, ha dimostrato capacità di ragionamento e riflessione). Ricordo che fanno parte dei cosiddetti "muli" anche persone cresciute in Paesi occidentali, come il nostro. Costoro potrebbero, anche in caso di difficoltà economiche, trovare soluzioni sicuramente più congeniali per risolvere i loro problemi, come fanno molti immigrati, che espatriano per lavorare e fanno lavori molto umili.
Attenzione però. Non sto dicendo che chi guarda i social può diventare un criminale (me ne guarderei bene!), sto solo dicendo che i modelli comunicativi che offrono le piattaforme, e di cui ci imbeviamo, abituano la nostra mente a pensare solo al presente. Un presente solitario, che non si collega a nulla, come un albero sospeso nell’aria senza radici e senza rami. Questo inevitabilmente cambia anche i nostri comportamenti, perché ci rende più soggetti al mero impulso del momento anche se non ce ne accorgiamo. I "muli" rappresentano solo il punto più estremo (e autodistruttivo) di questa tendenza. Potrei fare tanti esempi, ma per esporre al meglio la mia tesi, ho deciso di prendere quello senza dubbio più significativo.
Arrivo alla sintesi del mio pensiero: il consumismo, il presentismo e i social hanno spezzato la linea del tempo e rischiano di riportare la società a uno stadio primitivo del pensiero, azzerando tutti gli avanzamenti compiuti nel corso dei secoli. Questi progressi hanno come simbolo alcune figure chiave, come quella di Ulisse. Ciò è tanto più grave per le nuove generazioni che, diversamente da noi, stanno sui social fin dalla più tenera età. Ben hanno fatto, quindi, alcuni paesi del Nord a limitare l’utilizzo di queste piattaforme ai bambini. Sia ben chiaro, non abolirei mai i social, perché ormai fanno parte della nostra vita, ma per utilizzarli senza danni è opportuno fare delle riflessioni.
Vado a concludere il mio articolo sperando che tutta l’umanità non diventi, da qui a dieci anni, come i muli della droga, che per il momento rimangono ancora il fenomeno più estremo di un avviato processo involutivo. E se per caso ho convinto un aspirante "mulo" a desistere dal proposito di diventarlo davvero, allora questo articolo non sarà stato del tutto invano.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Dalla metis di Ulisse ai muli della droga: anatomia di una regressione sociale
Non si capisce cosa c’ entrino i " muli della droga" con Ulisse Può essere che non abbia capito così come con il consumismo. Ulisse non è un prodotto dell’ evoluzione umana bensì è l’ anticipatore dell’ uomo moderno o contemporaneo. In ciò sta la grandezza di Omero poichè con la sua astuzia, intelligenza, curiosità, rompe la mentalità dell’ uomo a lui contemporaneo. Non si capisce cosa c’ entrino il passato, il presente e il futuro, il cristianesimo che è l’ origine del pensiero occidentale insieme a quello geco e romano. Non a caso, Dante nell’ inferno, ne 26 canto, durante il suo viaggio con i suoi compagni, lo fa naufragare contro la montagna del purgatorio. Che vuol dire? Vuol dire che secondo Dante che è cristiano, Ulisse è sì mosso dalla curiosità, dalla sete di sapere che sono importanti e che sono la cifra dell’ uomo occidentale, ma il suo errore è stato quello di non affidarsi per il suo viaggio, a Dio e quindi a voler contare solo sulle proprie forze. Consumismo, droga, futuro c’ entrano niente-