- Autore: Antonella Anedda
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2022
Il lettore mi consenta un’autocitazione: "Darwin e Leopardi: una simmetria" è un mio saggio (pubblicato nel 2002 sulla rivista “Naturalmente”) in cui svolgevo un’azzardosa comparazione tra la conclusione di L’origine della specie di Charles Darwin, l’estasiata descrizione della tangled bank - espressione della perenne trasformazione della natura in un continuo ciclo di nascita e morte - e l’aforismo, che si trova nello Zibaldone, del giardino che sembra un ospedale di Giacomo Leopardi, spietata illustrazione del dolore che pervade la natura, condannando alla sofferenza tutti gli esseri viventi.
Benché Darwin e Leopardi descrivino due paesaggi differenti - l’uno un paesaggio esotico, una lussureggiante sponda tropicale, l’altro un più consueto e familiare giardino definito “ridente”, un “soggiorno di gioia” - è tuttavia evidente che la rappresentazione di quel particolare paesaggio vuol essere per ambedue l’illustrazione della natura nella sua totalità; è la Natura che vogliono evocare nelle loro descrizioni, con le sue leggi perenni e universali. Dunque si può affermare, al di là delle apparenze, che Darwin e Leopardi guardano lo stesso oggetto allo stesso modo: come un immane processo di trasformazione in cui la vita e la morte s’alternano perseguendo una finalità che trascende ogni singolare esistenza, la quale - come la definì Buffon - non è che un’ombra fuggitiva nei confronti della costante variazione della sostanza vivente. Si poteva dunque in quella somiglianza rintracciarvi un legame tra l’evoluzionismo darwiniano e il pensiero tragico leopardiano? Per me sì, sia pure indirettamente, perché le corrispondenze testuali sono notevoli: Darwin scrive che la tangled bank mostra la “guerra della natura”, Leopardi afferma che in quel giardino “Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che non vi troviate del patimento”. Inoltre, dietro ai paesaggi che descrivono, lo si comprende per il comune riferimento alla natura quale ciclo inesausto di creazione e distruzione, per la stessa prospettiva cosmologica in cerca di principi, c’è la cultura scientifica settecentesca; c’è, insomma, il Buffon dell’innovativa Histoire naturelle. Ne c’è da stupirsene: si sa che la riflessione filosofica leopardiana si basò sul meccanicismo e sul materialismo illuministici; che, in particolare, la lettura dell’Histoire naturelle fu per Leopardi determinante, tanto da provocare la più disperata delle Operette Morali: Il Dialogo della Natura e di un Islandese. Dunque i riferimenti culturali del poeta italiano e dello scienziato inglese sono pressocché identici. Inoltre in alcune operette morali, ad esempio il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco o Dialogo di un folletto e di uno gnomo, nella canzone La ginestra e in molti passi dello Zibaldone è possibile rintracciare consonanze con le idee di Darwin, come ha fatto per esempio Telmo Pievani in Siamo tutti figli del caso; d’altronde è stato proprio uno studioso di Lepardi, Pietro Citati, a parlare di “darwinismo leopardiano”.
E anch’io ho fatto riferimento a tali consonanze, senza però poter ipotizzare un legame diretto, per evidentissime ragioni: l’aforismo dello Zibaldone è del 1826, L’origine della specie del 1859, Leopardi è morto nel 1837; perciò non poteva conoscere la teoria dell’evoluzione perché non era stata ancora formulata, né Darwin poteva conoscere Leopardi (ma forse conosceva Manzoni, perché una copia di I promessi sposi si trovava nella biblioteca del Beagle, la nave del famoso viaggio del naturalista intorno al mondo; comunque in Inghilterra il poeta è stato conosciuto poco e tardi, anche per colpa del giudizio negativo dell’influente esiliato londinese Giuseppe Mazzini). Ecco perché prima ho definito azzardosa la mia comparazione.
Invece Antonella Anedda, anche lei come me affascinata da quella somiglianza di testi, il legame pensa di averlo trovato, come scrive nel suo Le piante di Darwin e i topi di Leopardi (Interlinea, 2022): sarebbe Erasmus Darwin, di cui, con argomentati motivi, suppone che Leopardi abbia letto l’opera Gli amori delle piante e, forse, Zoonomia. La lettura di Zoonomia è solo una congettura, indotta dalla coincidenza della sua traduzione e pubblicazione a Napoli proprio nel periodo in cui il poeta vi abitava, ospite dell’amico Ranieri; invece è molto probabile quella di Gli amori delle piante, perché una sua copia si trova nella biblioteca di casa Leopardi, catalogata proprio dal giovane Giacomo.
Erasmus fu un un personaggio molto interessante: ingegnoso intellettuale progressista dotato di una grande cultura, medico, biologo, filosofo, poeta nonché membro della leggendaria Lunar Society, ebbe tuttavia la sfortuna d’essere il nonno di suo nipote: Charles Darwin, che ne oscurò la fama. Eppure nelle sue opere si trovano elementi protoevoluzionisti, che anticiparono le teorie evolutive di Jean Baptiste Lamark e in qualche misura pure di Charles. Cosicché Anedda, nella propria argomentazione, formula una sorta di proprietà transitiva: se A è in relazione con B e B con C, allora A lo è pure con C; quindi se c’è stata una relazione tra il pensiero di Giacomo Leopardi e quello di Erasmus Darwin, nonché tra quello di Erasmus e quello di Charles Darwin, allora la relazione c’è anche tra Leopardi e Charles Darwin. Ovvero: se l’influenza del protoevoluzionista Erasmus è ritracciabile nell’evoluzionista Charles e anche in Leopardi, Charles e Leopardi in qualche modo condivideranno delle idee. Perciò Anedda, con scrupolo filologico e impegno comparativo, indaga tra i loro testi alla ricerca di concordanze e consonanze, che ci sono; ad esempio il riferimento agli gnomi in Gli amori delle piante, che rammenta l’operetta Dialogo di un folletto e di uno gnomo, e la corrispondenza tra l’elenco delle pietre con quelle di La ginestra; talvolta sono addirittura letterariamente puntuali, com’è nel caso dello stesso argomento dell’afflizione di fronte a un soldato ferito da una palla di cannone, che si trova sia in Gli amori delle piante sia nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Dunque la transitività sarebbe dimostrata, passo necessario per la conseguente ricerca del predarwinismo leopardiano.
Che a me però non pare per nulla necessario. Credo che l’ipotesi di Anedda sia una seducente ma inessenziale congettura; che, sia vero o meno che Leopardi abbia conosciuto l’opera di Erasmus, leggendola nella sua biblioteca recanatese, niente aggiunga nel suo pensiero a ciò che evidentemente si può ritenere un precorrimento di alcuni aspetti della teoria dell’evoluzione, frutto non di influenze esterne bensì della sua straordinaria intelligenza filosofica. Anzi mi pare che il meticoloso discettare su Erasmus infine distragga dall’altro, e per me più rilevante, merito di Le piante di Darwin e i topi di Leopardi (che son quelli dei Paralipomeni alla batracomiomachia, il capolavoro satirico di Leopardi nonché l’opera sua più trascurata), cioè l’analisi di quanto le riflessioni di Leopardi sembrino anticipare la teoria dell’evoluzione; o addirittura, completarla eticamente. Perché infine nell’accorta triangolazione dei testi del poeta e dei due Darwin, tra le ipotesi e le analisi, le citazioni e le comparazioni in cui Anedda si cimenta, emerge una rete di riferimenti comuni, un substrato culturale ed ideale che connette le considerazioni filosofiche del pensiero leopardiano con la teoria dell’evoluzione.
È tuttavia evidente che Leopardi non ne è un anticipatore: si tratta soprattutto di intuizioni, di presentimenti del poeta, che appunto era un poeta e non uno scienziato; perché gli mancavano le necessarie conoscenze biologiche, i dati osservativi, l’esperienza del naturalista; insomma, non misurò il becco dei passeri, come fece Darwin alle Galapagos, ricavandone indizi evolutivi, ma soltanto contemplò il Monticola Solitarius, cioè quel passero che solitario se ne stava su “la vetta della torre antica”, emblema della sua malinconia. E certamente non bastano a farne uno scienziato, nonostante possedesse notevoli conoscenze scientifiche, i passi dello Zibaldone citati da Anedda, che trattano della lucciola e del cane, i quali servono piuttosto a Leopardi per dichiarare l’animalità dell’essere umano.
Ma è proprio questo il punto: in quello e in altri aforismi dello Zibaldone è possibile intravedere una intrinseca convergenza tra i due pensieri, quello di Leopardi e quello di Darwin; ad esempio nelle pagine scritte nel 1826, in cui riflettendo sull’infelicità umana scrive: “si potrebbe pensare che la differenza di vita tra le bestie e l’uomo sia nata da circostanze accidentali e dalla diversa conformazione del corpo”. A convergere è propriamente la prospettiva anti-antropocentrica, il rifiuto di ambedue di disegni provvidenziali, teologici o teleologici, e della conseguente centralità dell’essere umano, che non è una creatura privilegiata bensì soltanto un animale tra gli animali, alle prese con l’estenuante accadere dell’esistenza dentro un’ostica natura.
Perciò non si può esimersi dal porre una domanda, inutile eppure affascinante: se la sua morte prematura non gliel’avesse impedito, come avrebbe accolto Leopardi la teoria dell’evoluzione? Ovviamente non è dato rispondere, tuttavia pare legittimo supporre che l’avrebbe positivamente accolta e, forse, giudicata una prova e un’integrazione della sua spietata filosofia. Anedda non lo dichiara esplicitamente ma è un giudizio consequenziale alla sua analisi, perché il pensiero leopardiano sembra proprio fatto per dare un senso metafisico all’argomentazione scientifica: se fondamento della vita è la sua evoluzione, ovvero un dinamico processo di mutazione casuale, selezione e adattamento che si svolge entro un ciclo perpetuo di distruzione e creazione, allora a questo insensato mortale fluire il pensiero tragico di Leopardi (mi rifiuto di usare la futile definizione di “pessimismo cosmico”) un senso, sia pure inquietante, glielo darebbe. Glielo darebbe in molti degli aforismi dello Zibaldone, in alcune delle sue poesie, nelle Operette morali e, soprattutto, nel suo testamento poetico e filosofico: La ginestra, o fiore del deserto, disincantata eppur compassionevole rappresentazione della condizione umana, che Anedda legge con occhiali darwiniani, ricordando che quella natura vesuviana segnata dalla catastrofe trova una corrispondenza con quanto scriveva Darwin a bordo del Beagle sulla natura che racconta storie di eruzioni vulcaniche, terremoti, crudeltà, per cui anche un paesaggio ameno, se visto attentamente, appare piuttosto come un luogo di sterminio. Come aveva appunto scritto Leopardi del suo giardino: “Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere".
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le piante di Darwin e i topi di Leopardi
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