Ovidio è un maestro della narrazione a incastro (come sarà, molti secoli dopo, Ariosto) e nel quarto libro della sua opera principale, le Metamorfosi, introduce tre narratori di secondo grado: le Miniadi.
Leucippe, Arcippe e Alcitoe: chi sono le Miniadi?
Le Miniadi sono le figlie del re Orcamo, le uniche donne che rifiutano il culto di Dioniso e continuano il loro lavoro nel giorno festivo raccontandosi antiche fole. Leucippe, Arcippe e Alcitoe narrano di Piramo e Tisbe, di Clizia e di Salmacide mentre lavorano con il fuso, come era normale in Grecia. Neppure quando non hanno più nulla da raccontare si fermano. E Dioniso le punisce.
Il dio, come ho detto in un precedente articolo, è colui "che giunge inaspettato", colui "che sopravviene non invitato". E il suo arrivo è carico di rumore, la sua maestà è bella e terribile. La casa si riempie di fumo, sembra che ci siano fiamme e si sentono gli ululati di belve immaginarie, ma accade tutto nella mente delle tre sorelle, che impazziscono. Alcuni mitografi dicono che uccidono il figlio di una di loro. Ovidio segue un’altra leggenda e le fa diventare pipistrelli, animali notturni che odiano la luce come simbolo della cecità del loro orgoglio. E la punizione è un esempio per tutti coloro che non credono.
Osserviamo le tre sorelle. Sono donne tipicamente greche, sono sottomesse, lavorano in casa, non hanno altro da fare che attendere alle faccende domestiche. Un vero esempio di virtù femminili, mentre le altre donne sono ribelli e si danno alla pazza gioia essendo seguaci di un dio che scardina la morale del tempo. Sono ebbre di libertà. Ma perché le tre sorelle subiscono una trasformazione così brutta diventando esseri della notte? A mio giudizio perché hanno paura: paura di vivere, paura del mondo e paura soprattutto di cambiare se stesse. Vivono una vita quieta e ordinata, apparentemente ligia alle regole, senza però capirle, ma non hanno l’apertura mentale di aderire a una fede che dovrebbe invece illuminarle. Negano segni evidenti di questa fede e per questo motivo sono condannate al buio eterno, come un pipistrello accecato dal giorno. Ma non solo.
Fede e follia nel mito delle Miniadi
Gli stessi mitografi insistono molto sulla follia delle tre sorelle, l’improvvisa perdita della lucidità, punizione di un dio che valorizza gli aspetti irrazionali dell’uomo. Ma le Miniadi sono esseri ragionevoli, apparentemente, e la fede è tutt’altro che ragionevole.
Inoltre rifiutare la follia significa viverla nel modo più profondo: più una persona è repressa, più le componenti irrazionali rischiano di esplodere distruggendola. Ed è quello che accade alle Miniadi. Noi osserviamo il tempo del sacro lavorando anche nel giorno festivo, commettendo un peccato terribile e non tenendo conto delle tante sfumature del tempo stesso. Le Miniadi rifiutano l’apparente follia di fuori, senza considerare che essa ti segue anche dentro se non sai accoglierla.
La fede è la più grande forma di follia, una scommessa che Dioniso, unico tra gli dei pagani, chiede all’uomo (o gli impone) di accogliere, e per questo Dioniso nel paganesimo è un dio particolare, che ti chiede di scegliere e di impegnarti con lui per tutta la vita abbandonando gli schemi della tua vita passata. Qualche scrittore della tarda antichità lo ha considerato un antesignano di Cristo, ma è lontanissimo da un simile modello: in lui non c’è la terribile e bellissima incarnazione.
E il mito delle Miniadi? A differenza di altri, non ha attirato molto l’attenzione degli scrittori e degli artisti, e infatti ci sono poche rappresentazioni iconografiche in loro onore; tuttavia la storia delle tre sorelle incredule è molto pregevole e inquietante per le implicazioni psicologiche di cui è portatrice. Ancora una volta Ovidio si rivela grande raccontatore di miti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le Miniadi: la storia di una fede rifiutata e della corrispettiva follia
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