Le Metamorfosi di Ovidio sono un ricco repertorio di miti e di archetipi. Il libro quarto è particolarmente ricco di storie d’amore tragiche e di sentimenti negativi, come l’invidia (dai Greci personificata).
La storia di cui ci occupiamo è quella di due ninfe, Clizia e Leucotoe, amate in tempi diversi da Elio, il dio del Sole per i Greci. Ma andiamo con ordine.
Elio, Clizia e Leucotoe
Elio era un inguaribile ficcanaso, tanto che, dopo aver spiato gli amori di Venere e di Marte, corse subito a dirlo al marito di lei, Efesto, con reazioni prevedibili. La dea dell’amore si vendica di lui facendolo innamorare di una ninfa molto casta, Leucotoe, che a differenza delle sue amiche vive filando a casa propria. Lo stereotipo della donna greca.
Ciò però non scoraggia l’innamorato che, a causa delle sue passioni amorose, non fa più il proprio dovere. Si alza quando vuole, tramonta quando vuole, fa soffrire i mortali con i suoi capricci meteorologici.
Ma chi era Leucotoe?
Leucotoe era la figlia di Orcamo, re di Babilonia, uomo austero e moralista, che teneva nascosta la figlia per proteggerla dai pretendenti troppo audaci. Ma, si sa, a un dio niente è impossibile. Elio si trasforma nella madre della giovane e abusa di lei, che si oppone con tutte le sue forze nel momento in cui si accorge dell’inganno in cui è caduta. Disonorata, si dispera perché sa che le leggi della sua città non danno mai ragione alle donne: non esiste la violenza carnale, ma solamente una donna che, dopo il fatto, ha cambiato idea.
A peggiorare la situazione è la ninfa Clizia, precedente amante di Elio, che denuncia a Orcamo il disonore della figlia senza provare un moto di solidarietà femminile, ma solo per il gesto di condannare a morte una rivale. Ed è quello che avviene. Leucotoe viene sepolta viva (la punizione che a Roma verrà data alle vestali che rompevano il voto di castità) ed Elio, addolorato, cerca di aiutarla, ma senza successo. Neppure un dio può fare nulla contro la legge in un periodo in cui il potere politico si sta emancipando dalla religione. Il suo unico esercizio di autorità è far nascere il fiore dell’incenso, che con il suo profumo richiama la purezza e la dolcezza della ninfa e ha il dono di calmare gli animi.
La sorte di Clizia non è felice, perché un amore nato dall’invidia non può avere un buon finale. E non è neppure giusto che vinca. Il Sole ignora Clizia, che cerca di rendersi degna di lui rinunciando a ogni orpello o vanità. Vive nel deserto senza nutrirsi, piangendo e volgendo il capo verso il Sole. Un cuore arido non può essere amato. Alla fine Elio ,vedendola morta, fa nascere il girasole, fiore bellissimo che si volge alla ricerca del Sole, senza raggiungerlo.
Prepotenza, violenza, gelosia e legge umana
La vicenda è ricca di significati: l’influenza di un dio nei confronti degli umani che diventa prepotenza e violenza, Leucotoe non viene rispettata nella sua dignità neppure dal padre che applica una legge voluta dagli uomini per mascherare il loro potere.
E poi Clizia, una giovane donna che avrebbe dovuto sentire solidarietà e invece prova solo odio verso una rivale "fortunata" a suo giudizio, senza considerare che in realtà non lo è. Ma la passione amorosa è più forte di tutto. Clizia fa morire Leucotoe, ma non ottiene l’amore del Sole. Raramente l’odio porta dei benefici a chi lo prova.
L’unico colpevole che avrebbe dovuto essere punito è quel mascalzone di Elio, che in realtà ritorna al suo Olimpo facendo un gesto di carità molto penosa verso le donne che lo hanno amato, come dire che i maschi non sono colpevoli di niente, neppure della morte di qualcuno, essendo in una posizione di potere.
Un mito triste che vorremmo ora cancellare, ma non si può perché la società del tempo è simile alla nostra, in cui uomini e donne hanno destini ancora purtroppo diversi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Patriarcato e invidia in Ovidio: il mito di Clizia e Leucotoe
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