Penteo, re di Tebe, mostrando la sua arroganza impedisce il culto di Dioniso, il più forte degli dei greci. Sconterà il suo sacrilegio con una morte immonda.
I potenti non hanno una vita facile nelle Metamorfosi di Ovidio, come se il poeta prevedesse già la sua fine ingloriosa. A differenza della realtà, nella mitologia l’arroganza del potere non paga.
Il mito di Penteo nell’opera di Ovidio
Il mito di Penteo è particolare: re di Tebe, figlio di Agave ed Eschione, vieta il culto di Dioniso in Beozia. Da vero beota, considerando il suo destino, per usare una facile ironia.
Tiresia lo avverte dell’importanza del culto di Bacco, il giovane dio nato da una mortale, ma Penteo lo deride. Razionalista, vede nel culto di Libero (o Bacco o Dioniso) la manifestazione di una concezione irrazionale (e femminile) della vita e della divinità, che non poteva accettare in un luogo dove la legge umana era la norma invidiata. Penteo non ascolta i consigli di nessuno e proibisce la nuova fede, anche se (e qui Ovidio è un maestro del racconto nel racconto) Acete, un marinaio di una nave pirata, narra al re tebano come nella sua imbarcazione un fanciullo bellissimo sia stato accolto dalla ciurma per fini non limpidi. L’unico ad accorgersi della sua natura divina è Acete, che lo pone sotto custodia.
Dioniso in quel momento è un essere umano indifeso, ma nel corso del tempo la situazione cambia. Il dio trasforma la nave in un luogo soprannaturale, i marinai sono buttati tra le onde dove sono mutati in delfini, tutto l’interno trema e diventa uno zoo di animali mostruosi e straordinari, come è naturale nei riti bacchici.
Dioniso è il dio che sconvolge, che sopraggiunge inaspettato, non si fa annunciare se non quando è venuto tra noi e sconvolge il modo di vivere umano con le sue leggi razionali: è oltre la ragione più che irrazionale. Un dio presentato in questo modo dovrebbe sconvolgere una persona normale, ma Penteo non lo è. Lui è un despota. Non può concepire un fanciullo che compie prodigi, un dio che si presenta alle persone come uno schiavo tra i tanti che lo erano sul serio. Non sia mai.
Penteo fa imprigionare Acete (un personaggio che scompare dal poema, probabilmente è lo stesso Dioniso) e decide di distruggere personalmente la nuova religione, considerandola una truffa da smascherare, senza sapere che a essa hanno aderito la madre Agave e le zie materne. Le donne, questi esseri che nella società greca sono in basso, vengono innalzate, mentre il maschio libero e cittadino non è ammesso ai riti. Una rivoluzione inaccettabile.
Penteo vuole aggirare il divieto (e di nuovo la curiositas è punita) e spia nascostamente le donne (le Menadi) che onorano il dio nell’ebrezza del vino (bevanda vietata alle donne). La fine è tragica per il re di Tebe: Penteo è scambiato per un grosso cinghiale che si aggira nel bosco sacro e fatto a pezzi dalla madre Agave, che disconosce la sua maternità in nome di una legge più antica e potente. Infatti è stato commesso un delitto contro la natura (una madre che uccide il figlio maschio), che però Ovidio non riconosce come tale. La testa di Penteo viene portata in trionfo da Agave come se fosse quella di un leone ucciso. E con questa immagine spaventosa si conclude il terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio.
Potere e arroganza nella mitologia greca
Che dire? Il mito è terribile, il culto di Dioniso è severo ed esigente, diverso da tutti gli altri e per questo temuto dal potere politico. Il giovane dio è un fanciullo indifeso di fronte alla crudeltà umana, è bello ma anche terrorizzante nelle sue manifestazioni.
Bellezza e terrore fanno parte della civiltà greca. Penteo si oppone con arroganza, ma un mortale che si oppone a un dio può solo morire e sono gli oppressi a decretarne la morte.
L’arroganza del potere non paga nella mitologia diversamente che nella realtà, in cui il re tebano avrebbe vinto.
Recensione del libro
Le baccanti
di Euripide
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il mito di Penteo: una vicenda tragica fra arroganza e senso del divino
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