Il dottor Danilo Di Camillo (Velletri, 27 aprile 1989) lavora dal 2014 presso la Biblioteca comunale “Adriana Marsella” di Cisterna di Latina (LT), di cui è responsabile, ed è referente regionale AIB per Nati per Leggere Lazio. Ha pubblicato diversi articoli sulla letteratura per l’infanzia e, forte di questa sua specializzazione, porta avanti attività di studio, ricerca e promozione della lettura, con particolare attenzione ai servizi bibliotecari rivolti a bambini e ragazzi e alla prima infanzia.
In questa intervista ci racconta quali risultati ha ottenuto nel suo lavoro e alcuni dei progetti di ricerca e scrittura cui si sta dedicando.
L’intervista a Danilo Di Camillo
- Da quale background familiare e culturale è stato indirizzato verso la sua attuale occupazione di bibliotecario?
A casa mia non c’era un particolare retroterra letterario, ma ho avuto qualcosa che considero altrettanto importante: genitori che non hanno mai ostacolato le mie curiosità. Mi hanno accompagnato, hanno assecondato i miei desideri e soprattutto mi hanno lasciato libero di seguire ciò che mi attirava. Di questo sono ancora profondamente grato.
Uno dei miei primi ricordi legati ai libri risale ai primissimi anni Novanta. Su una bancarella vidi Nella foresta di Tiziano Sclavi, illustrato da Carlo A. Michelini e pubblicato da La Coccinella. Lo volli con tale insistenza che i miei genitori finirono per comprarmelo. Ricordo ancora la curiosità che mi provocavano quelle pagine, gli animali nascosti tra le figure, il piacere di cercare e scoprire. È curioso che, tanti anni dopo, una parte del mio lavoro di studio sia tornata proprio sul rapporto tra libro, forma, sguardo e gesto del bambino.
Sono sempre stato un lettore vorace e già alle scuole medie, poi alle superiori, la letteratura occupava una parte enorme della mia vita. Ricordo in particolare una professoressa che alle medie dedicava due ore alla settimana alla mitologia. Aspettavo quelle lezioni con un entusiasmo che ancora riconosco.
Anche la biblioteca è entrata molto presto nella mia vita. La prima volta che entrai nella Biblioteca di Cisterna — proprio quella di cui oggi sono responsabile — frequentavo la prima elementare. Era una visita con la scuola e tornai a casa con un libro in latino preso in prestito. Naturalmente non potevo leggerlo. Ancora oggi non so bene perché lo scelsi, e proprio per questo il ricordo mi diverte molto. Negli anni delle scuole superiori quella stessa biblioteca diventò uno dei luoghi della mia quotidianità. Ci andavo a studiare con i miei compagni di classe, ma sarebbe falso dire che ci andassimo soltanto per studiare. Era un appuntamento, un posto dove stare insieme; lì nacquero anche conoscenze che sarebbero diventate amicizie. La biblioteca era già questo, molto prima che conoscessi la biblioteconomia: libri, certo, ma anche tempo condiviso e relazioni.
Il 17 febbraio 2014 sono entrato a lavorare in quella stessa biblioteca. Da quel momento la postura è cambiata. Il luogo che avevo frequentato da bambino e da ragazzo diventava qualcosa di cui assumere la responsabilità, da conoscere, studiare, interrogare. In quegli anni ho incontrato Libera Marta Pennacchi. Seppe vedere in me una disposizione che io ancora non avevo messo a fuoco e mi affidò il lavoro con i bambini e i ragazzi. Da lì avrebbe preso forma anche LeggiAmo e una parte decisiva del mio percorso professionale.
Parallelamente continuavo gli studi letterari. All’università seguii con particolare interesse critica letteraria e una docente mi incoraggiò a proseguire in quella direzione. Io, però, volevo fare il bibliotecario. Alla fine la critica è tornata da un’altra porta.
Oggi una parte importante del mio lavoro di studio riguarda proprio la letteratura per l’infanzia. Guardando indietro, forse le due strade erano meno lontane di quanto allora mi sembrasse.
- Come ha orientato e secondo quali finalità il suo lavoro di operatore culturale e Responsabile della biblioteca di Cisterna di Latina? Si ritiene soddisfatto dei risultati ottenuti?
Prima di tutto mi definirei bibliotecario di pubblica lettura. È da lì che parte il mio lavoro e, credo, anche il modo in cui ho imparato a guardare una comunità.
In questi dodici anni ho cercato di ampliare progressivamente ciò che una biblioteca può essere per la propria comunità. Non soltanto rispondere a ciò che viene chiesto, ma accorgersi anche di ciò che ancora non arriva in biblioteca. Per me questa distinzione resta fondamentale: un servizio pubblico non può limitarsi a registrare una domanda già formata; deve creare anche le condizioni perché emergano possibilità nuove.
Questo orientamento ha preso forma soprattutto in LeggiAmo, un percorso cresciuto negli anni insieme alla Biblioteca e al territorio. Nati per Leggere, il Patto locale per la lettura, i progetti rivolti alla prima infanzia, il lavoro con i nidi, le scuole, il consultorio, le collezioni plurilingui, la formazione degli adulti: non li considero una somma di iniziative, ma parti di uno stesso processo. La biblioteca entra in relazione con le persone molto prima che diventino lettrici autonome e può continuare ad accompagnarle senza presupporre che sappiano già che cosa cercarvi.
Negli anni la Biblioteca ha sviluppato una competenza particolarmente forte nei servizi e nelle collezioni per l’infanzia, con un’attenzione specifica allo 0-6. Questo risultato mi interessa più di qualsiasi etichetta, perché è nato nel tempo, attraverso lo studio, l’osservazione e soprattutto l’incontro quotidiano con bambini, famiglie, educatrici, insegnanti.
Sono soddisfatto? Sì, se guardo a ciò che è accaduto. Molto meno se penso che qualcosa possa considerarsi concluso. Una biblioteca pubblica, quando funziona, non arriva mai veramente a destinazione. Cambia insieme alla comunità che la attraversa. È forse questa la cosa che ho imparato più profondamente: una biblioteca, per me, non dovrebbe mai finire per assomigliare soltanto all’idea che il bibliotecario ha di essa. Ha bisogno di lasciare abbastanza spazio perché siano anche le persone che la attraversano a modificarla.
- Com’è nato e come si sta sviluppando il suo interesse per la letteratura infantile e per l’educazione libraria dei bambini già dalla più tenera età? Si tratta di una branca di studio molto particolare e quasi inesplorata in Italia…
La letteratura per l’infanzia in Italia ha ormai una tradizione di studi importante. Ciò che continua ad avere bisogno di maggiore attenzione critica è, a mio avviso, la produzione destinata ai primissimi anni di vita, soprattutto allo 0-3. È lì che negli ultimi anni ho concentrato una parte consistente del mio lavoro.
Il punto di partenza, per me, è semplice: un libro destinato a un bambino molto piccolo è comunque letteratura. Non diventa interessante perché insegna i colori, regola un comportamento, nomina un’emozione o risponde a una necessità educativa immediata. Può naturalmente entrare anche in questi territori, ma il suo valore non può dipendere dalla sua utilità. Prima ancora di saper decodificare una parola, un bambino è già dentro un’esperienza di lettura. Una voce, un ritmo, una successione, una figura, una distanza, il voltarsi di una pagina. Legge con gli occhi, con le mani, con il corpo.
Per questo mi interessano tanto le opere nelle quali testo, immagine, materia e forma non possono essere separati senza perdere qualcosa. È anche il terreno dei libri-campo, ai quali sto dedicando una serie di contributi per Topipittori: opere in cui testo, immagine, materia, spazio e gesto del lettore concorrono alla stessa esperienza.
È anche il motivo per cui negli ultimi anni sto lavorando molto sulla poesia per i piccolissimi e su quella zona di confine in cui il libro diventa oggetto, gesto, spazio da attraversare. Più studio questi libri, meno mi convince l’idea che l’infanzia abbia bisogno di una letteratura semplificata. Credo piuttosto che abbia diritto a opere esatte. Libri nei quali ogni elemento abbia una necessità e l’adulto non occupi in anticipo tutto lo spazio del significato.
Anche il mio lavoro con Nati per Leggere e nell’Osservatorio editoriale nasce da questa convinzione. Negli ultimi anni ho cercato sempre più di mettere in dialogo pratica bibliotecaria e ricerca critica: ciò che accade davanti ai libri, nei nidi, nelle biblioteche, nelle mani dei bambini, interroga continuamente ciò che pensiamo di sapere sulla lettura.
Con Hamelin, con cui collaboro ormai da anni, sto lavorando anche a una guida bibliografica della Regione Lazio. Aprirò la selezione dedicata a ragazzi e adolescenti con un breve elogio del piacere della lettura e della fiducia nei ragazzi e nelle ragazze.
La parola, lì, è proprio fiducia: non decidere in anticipo che cosa un giovane lettore debba ricavare da un libro.
- Oltre a questo specifico interesse per il mondo dell’infanzia, lei coltiva anche una passione personale per la poesia, come lettore e come autore. Ce ne può parlare?
La poesia viene prima di quasi tutto il resto. Leggo poesia da molti anni e da altrettanti scrivo, ma per me le due cose non sono separabili. Scrivere significa continuare a leggere, attraversare le voci di chi è venuto prima e di chi scrive accanto a noi, misurarsi con ciò che è già stato detto e provare a capire se esiste ancora uno spazio necessario per una parola nuova.
Non penso alla poesia come a una forma di confessione. Mi interessa molto di più ciò che accade quando l’esperienza personale perde il suo proprietario e diventa disponibile a chi legge. Per questo, quando scrivo, cerco di spiegare sempre meno. Preferisco mettere sulla pagina cose, gesti, corpi, distanze. Vorrei che l’emozione non fosse nominata prima che il lettore possa incontrarla. Una poesia, per me, dovrebbe lasciare una parte di sé non occupata.
In questo periodo sto tornando soprattutto sui miei testi precedenti. Ho ripreso intere raccolte e le sto riscrivendo, spesso togliendo molto. È un lavoro lento, qualche volta crudele. Cerco di capire quali versi esistano davvero e quali, invece, siano soltanto rimasti lì perché un tempo avevo avuto bisogno di scriverli. Vorrei arrivare a testi nei quali niente possa essere spostato senza conseguenze. Testi inevitabili.
Parallelamente continuo a studiare il linguaggio poetico anche fuori dalla poesia propriamente detta. Sto scrivendo un saggio per una pubblicazione curata da Ermanno Detti nell’ambito di INDIRE sul linguaggio poetico nel fumetto. Mi soffermerò in particolare su Frieren, un manga che mi interessa per il rapporto tra tempo, silenzio, memoria, spazio della tavola e il modo in cui l’emozione prende forma.
Forse è questo che continuo a cercare, anche quando lavoro su oggetti molto diversi: il punto in cui una forma smette di limitarsi a dire qualcosa e comincia a farla accadere.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Un libro destinato a un bambino molto piccolo è comunque letteratura”: intervista al bibliotecario Danilo Di Camillo
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