Diviso in quattro sezioni (Bìos, Onirica, Eliotiana, Fragmenta) questo secondo libro di versi della poetessa Assunta Sànzari Panza, autrice nata a Castelvenere e residente in provincia di Avellino, conosciuta in Irpinia per le sue performance di successo, si intitola programmaticamente La visionaria (Vallecchi, 2026).
Di visioni, infatti, possiamo a ragione parlare per queste poesie sovrabbondanti di immagini che si rincorrono, rafforzandosi via via, quasi esplodendo per un eccesso di carica emotiva. Mai sussurrate, mai pacificate, scandite invece da un ritmo implacabile di suoni, di parole pronunciate a voce alta. Una poesia che esibisce la sua forza, senza timidezze o falsi pudori, con la “potenza plastica del suo linguaggio” e una “proteiforme capacità verbale”, come afferma Davide Rondoni nella prefazione.
Già dall’esergo al libro si intuisce quale assertiva convinzione stia alla base della produzione poetica dell’autrice, nella citazione tratta da Max Bense: “Scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo”. Sono infatti versi meditati e edificati con implacabile ferocia, che non intendono illuminare il vissuto della poetessa, ma dare sfoggio della propria struttura formale, dell’inventività lessicale e sintattica su cui si fondano.
C’è dell’artificiosità in queste composizioni? Forse, ma consapevole e intellettualmente stabilita. Secondo il critico Gualberto Alvino, a cui il libro è dedicato con riconoscenza, la musica che ne deriva è “atonale, dodecafonica, essendo gli acuti più stridenti alternati al bassocontinuo”. Musica mai carezzevole o consolatoria: “alito gelido che scivola tra i fonemi”, per utilizzare una delle frequentissime e originali metafore.
La visionaria ha scelto di esprimersi attraverso immagini simboliche e allucinatorie, in cui elementi biografici – soprattutto tratti da ricordi infantili, affetti e lutti familiari, ossessioni educative – diventano pretesti per invenzioni linguistiche, come nel testo che apre il volume, dove “l’ombra di donnabambina” e il suo conflitto edipico rimangono volontariamente inesplorati rispetto alla volontà di reinvenzione stilistica:
Gira la ruota la ruota gira / la sente ficcarsi in petto, gira e schiaccia / schernisce schermisce minuti smeraldi / affonda e schiaccia la fonda crepa. / Poi d’un tratto si smemora / perde il filo del pensiero.
Gli stratagemmi formali messi in atto dalla poetessa sono molteplici: neologismi, calchi, ripetizioni, chiasmi, calembour, apposizioni e allitterazioni, con assiduità di rime ed echi sillabici (“procace mendace”, “chiassosi rissosi”, “lessemi lemmi monemi”). E ancora endiadi e fusioni (donnabambina, noncolore, madrefeconda, eternacinquenne, occhirospo, vitamorte mortevita, ventreasciutto, ariarespiro), elenchi e asindeti .
“fiera militare / altura siepe regina despota / tronfia superna superba”, “ombre di vita sciolte in forme laccate / orme di lacca serbate in pregi stinti”, “L’uomo ricco ma povero / povero ma ricco”, “Madre vera o vera madre?”, “il verbo si fa carne, carne verbo”, “fiato a fiato / vita a vita / occhi a occhi / corpo a corpo”, “Blatera s’agita urla sbraita”, “forma deforma trasfigura”.
L’attenzione alla resa fonica dei versi ha precedenti in tutta la nostra storia letteraria, dal futurismo alla neoavanguardia, e in particolare sembra evidente un’affinità con la poesia di Jolanda Insana per l’accentuazione della negatività, della violenza espressiva nella scelta dei verbi (soprattutto quelli inizianti con sibilante: squarciare squassare strozzare schiantare sgretolare schiacciare stuprare saccheggiare scuotere) e degli attributi, prevalentemente riferiti a una caratterizzazione ostile, cupa, respingente (putrido immondo livido furente macerato oltraggiato truce sbarrato gelido marmoreo trafitto tombale serrato sozzo…).
La contrapposizione nei contenuti tra memoria e rimozione, biasimo e giustificazione, bene e male, non sembra aspirare a stemperarsi, anzi si trincera nel dubbio di un quesito irrisolvibile: “Chi soccomberà, chi trionferà?”. Dal punto di vista etico-esistenziale, evidentemente nessuno. Dal punto di vista estetico, invece, senz’altro la poesia di Assunta Sànzari Panza segna molti punti a proprio favore, in un panorama come quello attuale in cui predomina la banalità, l’approssimazione, il conformismo, l’inesperienza esibita come genuinità.
La visionaria
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