- Autore: Roberto Barbolini
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
La strada fantasma di Roberto Barbolini, uscito nel 1991 e oggi pubblicato da Bibliotheka, racchiude strane storie, una raccolta di racconti dallo stile definito “sabba di parole”, che caratterizzano un autore irregolare e inclassificabile come Gadda e Antonio Delfini. Nato a Formigine, condividendo le stesse origini provinciali di Delfini, Barbolini ha iniziato la professione giornalistica con Indro Montanelli. Attualmente collabora al QN-Quotidiano nazionale e a Tuttolibri, e ha pubblicato numerosi romanzi, saggi e raccolte di racconti.
Cesare Garboli, nell’introduzione al libro, scrive di Bartolini come di un critico, saggista e studioso apprezzato e conosciuto (forse sconosciuto) di ogni inferno in letteratura. Ma come narratore è diverso, dà convegno all’immaginazione e vi celebra il suo sabba di parole: un Fellini della scrittura. Ma Garboli non si ferma qui; in lui rivede il caos di Carlo Emilio Gadda e le visioni di Antonio Delfini. I racconti racchiusi in La strada fantasma ne sono un esempio: l’avventura, il giallo, i fantasmi, l’incubo e l’orrore in un luogo avventuroso e rocambolesco tra Modena e l’Appenino: la vecchia via Vandelli, dove transitavano duchi e mercanti, dalle asperità dell’Appenino alla valle del Serchio attraverso le selve della Garfagnana. Il matematico Vandelli l’aveva progettata e fatta realizzare nel 1750 per collegare Modena alla Toscana attraverso il passo dell’Abetone; una via che nessuno ricorda più, ma costata tanti sacrifici alla gente dei luoghi.
Una strada che non c’è più diventa tutte le strade possibili, percorre tutti i boschi del mondo, verità e menzogne secolari s’incistano come fossili tra il fango e i sassi del suo tracciato.
La strada non è più percorribile, la si può ritrova solo su antiche mappe, ma sa raccontare con i suoi luoghi selvatici e nascosti la metafora della vita. Come uno dei luoghi dove scapperà Gianluca sentendosi braccato, dopo il bombardamento di Reggio Emilia. Come una lepre nella macchia, tra il silenzio della natura, tra querce e ginepri, attento a tenersi lontano dalle strade. Sentirsi una preda, con l’angoscia ogni mattina e ossessionato dal senso di colpa del fuggiasco.
C’è senza dubbio nella caccia una maestà polifonica, conferita dall’unione del segugio e del cacciatore nel dare la morte.
Era sempre all’erta perché il pericolo poteva sbucare da ogni dove, mentre si avvicinava all’immaginaria Linea Gotica sotto una bandiera diversa, e ancora una volta altri avrebbero deciso per lui. Norberto, come tutti i solisti falliti, era passato dalla chitarra al basso elettrico. Lui, la vera anima della vecchia band, aveva litigato con la primadonna, Tazio Vandelli detto il principe. E Romanone, che era il migliore tra loro, la fortuna lo aveva abbandonato una notte quando l’alcol era stato troppo e finì per sbandare in curva in uno dei tanti canali della via. Gli amici erano malridotti, mentre lui ci rimise tre dita della mano destra. “Un leader singer monco fa solo spavento o pietà”. Sentiva ancora le corde vibrare sotto una mano impedita e di colpo gli apparve Eric Clapton che gli diceva di non aver paura delle dita invisibili e di trattare la chitarra come una donna.
Saranno i luoghi della celebre Molina, chiamata così perché si era arricchita con il mercato nero durante la guerra vendendo i partigiani ai fascisti e i fascisti ai partigiani. I capelli le erano ricresciuti, e nulla aveva spento la sua bellezza corvina, seduta sola a un tavolino del caffè, con indosso un abito nero, un bicchiere di martini rosso, tendendo le gambe accavallate. Tra le querce avanzava lenta la carrozza sobbalzando a ogni buca: Maria Teresa guardava le gole e i dirupi, udiva gli ordini dati alla scorta. Pensava in quei momenti al giovane marito che l’attendeva, l’impazienza del ritorno a Modena. La capitale di un piccolo ducato che rischiava di andare in rovina tra i colossi d’Austria e Francia.
Città prigioniera in un pozzo dalla vena profonda; irretita nel diramarsi dei verdi immondi canali che la percorrono per poi aprirsi la via attraverso la lenta pianura: fino al Po e al mare di Venezia.
L’immagine dell’anziano matematico Vandelli che aveva progettato quell’opera mirabile si affacciò alla sua mente. Una via che aveva portato lo spirito dei tempi nuovi con il gran traffico di carri su quell’alpe desolata, là dove nei secoli era stata percorsa solo dal fervore della fede dei monaci e dei pellegrini. Lungo l’antica via ducale, tra castagni centenari, dove i prati cedono al bosco, tra le aspre montagne dove il sole sbucava da dietro il Cimone, sembrava vivo il mito dei Celti per Franco e Silvana.
Le vecchie campane perdute sull’Appennino sono sorprendentemente simili a quelle di Bretagna, ai thatch solitari nelle brugherie d’Irlanda, dai perenni camini entro cui si consuma un lento fuoco di torba.
In un mondo che cancella tutto con voracità, prediligevano quei sentieri tra le lapidi mangiate dall’edera, l’abbeveratoio e vecchi muri di stazione di posta, insieme uniti ad immaginare il passato anche se inventato. Quello che più sorprende in La strada fantasma è il libero pensiero dell’autore, un viaggiatore che porta il suo paesaggio fuori casa con il suo particolarissimo uso dell’ironia, dissacrante ed elegante. Consigliato.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La strada fantasma
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