- Autore: David Uclés
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Neri Pozza
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788854532175
Qualche giorno prima dello scoppio del conflitto fratricida che insanguinò la Spagna per tre lunghi, orribili, inimmaginabili anni, un acquazzone biblico si riversò sulla penisola. Se i bollettini metereologici dell’epoca ne decretarono la durata soltanto a qualche ora, fu perché il gabinetto di governo impose un coprifuoco che annullò il conteggio del calendario fino alla caduta dell’ultima goccia; durante quel diluvio, che quindi “in realtà durò ventotto giorni esatti”, Odisto e buona parte della sua famiglia piombarono in un letargo completo, ultimo riposo prima degli infernali mesi che li attendevano, dopo essersi messi al riparo dentro una grotta a metà strada fra la loro casa e il campo. Sta a voi credere o meno all’evento, premesso che lo stesso David Uclès ci informa, prima dell’incipit del suo magistrale La penisola delle case vuote (Neri Pozza, 2026, trad. di Sara Cavarero), che “ciò che è narrato si trova tra la realtà e l’immaginario”; ma vi sfido a uscir fuori dalle settecento meravigliose, incredibili, perfette, immaginifiche, strepitose, intense pagine del suo romanzo con ancora qualche dubbio sulla partecipazione della natura alla Storia del paese.
Col suo romanzo di enorme successo in Spagna, l’autore andaluso classe 1990 ha dato vita a un affresco della guerra civile spagnola, combattuta nella penisola fra il 1936 e il 1939 e che causò milioni di vittime. Fra il colpo di stato del 17 luglio e la vittoria di Franco, punto di inizio della sua lunghissima dittatura, la terra ibera si macchiò del sangue di migliaia fra civili e militari, imponendosi nella storia del vecchio continente come il conflitto che maggiormente impersonò la conflittualità ideologica del XX secolo; non solo due blocchi, quello repubblicano e quello nazionalista e militare, quanto piuttosto due modi di vedere il mondo. Un antagonismo che, se da una parte, fece confluire sul territorio spagnolo artisti, attivisti e scrittori che dedicarono a quella guerra indimenticabili pagine (basti pensare ai testi di Bernanon e Orwell, fra i tanti), dall’altro si insinuò sottopelle in ogni cittadino spagnolo, trasformando lo scontro in una rete di invidie, vendette, rese dei conti personali che fece sanguinare ogni singolo, minuscolo villaggio della Spagna.
Dai racconti della sua famiglia, i cui membri cita nella dedica al romanzo, Uclés dà vita a un villaggio, Jándula, ricostruzione immaginata del villaggio dei suoi avi. Qui si muovono i personaggi portanti dell’opera, che ruotano attorno al capostipite e padre di famiglia, il già citato Odisto, contadino con una prole numerosa che vede arrivare da lontano l’odore del sangue. La penisola delle case vuote racconta dunque lo smembramento di questa famiglia, sparpagliata in tutta la penisola dalle forze omicide della storia: a nulla potrà l’unione familiare contro i venti che sparigliano i destini, e le pagine sono un lento degradare verso la morte, l’orrore e l’annientamento. Nemmeno la piccolezza di Jándula, la sua natura viva ma contadina, la sua distanza dai centri nevralgici della penisola potranno risparmiarla; anche qui la guerra arriva e rade al suolo, scrivendo il destino di un intero territorio.
“A quante case siamo?”
“Distrutte o vuote?”
“Vuote.”
“In tutta la penisola o in una regione specifica?”
“Nella penisola.”
“Mi mancano i dati di Bilbao. A quanto pare, tutte le sue case sono rimaste orfane.”
“Hai una stima approssimativa? […] Prova. Quante case sarebbero?”
“È complicato saperlo…”
“Mi serve un numero. Il più realistico che hai.”
“Circa un milione e trecentomila case vuote.”
Alla ricostruzione storica (ma sempre vissuta, appassionata e ricca di pathos), fatta di riferimenti a battaglie e manipolazioni politiche, incontri, discorsi pubblici, massacri e smottamenti geopolitici, David Uclés aggiunge due altri elementi che rendono la sua opera un vero e proprio capolavoro della storia letteraria europea. Anzitutto è preponderante nelle sue pagine il ricorso a quello che viene definito realismo magico, un filone narrativo che ha proprio nella letteratura in lingua spagnola, da ambo le coste dell’Atlantico, il suo terreno più florido. L’autore ricama attorno alle storie della famiglia Ardolento un’immaginifica partecipazione della natura e, insieme, un complesso e articolato folklore andaluso. Piante che gelano fino alla morte e bacche che fanno scomparire individui si accostano così a tradizioni e riti che intensificano i destini e le traiettorie di vita dei personaggi, ma soprattutto fotografano la sofferenza della guerra in immagini potentissime; fra queste, la creazione, al centro esatto della penisola, di un vulcano che si nutre di tutto il sangue versato e che, come l’orrore del conflitto, si carica e carica fino all’eruzione catastrofica.
Oltre a questi elementi, forte è anche la presenza del narratore, che rende il testo un perfetto esempio di metaromanzo. Uclès dialoga con i suoi personaggi, che spesso lo scambiano per Dio, si mette a sedere accanto allo stesso Franco, anticipa, sposta volontariamente (ma sempre comunicandocelo) date ed eventi, parla delle sue modifiche, dell’irruzione nella storia, ma nulla può contro l’orrore; così la storia procede costellata di morti, come se il potere dello scrittore nulla potesse per salvarli, fino al tragico epilogo.
Martina aveva assistito a molti atti violenti negli ultimi due anni e aveva dovuto vedere numerosi cadaveri di parenti e le successive sepolture, ma non aveva mai visto il fiume della sua infanzia ferito, tinto di sangue, vermiglio, trasportare due corpi senza vita alla deriva, corpi galleggianti e tranquilli che si tenevano per mano. Rimase pietrificata, come le falangi intrecciate della madre e del figlio. I cadaveri scendevano danzando una lenta e antica pavana. Martina deglutì la saliva che non aveva, si alzò e si preparò a correre verso casa. Fu quello a farla diventare adulta di colpo, non l’assenza della sorella maggiore, dei genitori o della nonna, ma la presenza viva dell’orrore.
Con tinte alla Saramago e nel solco del grande romanzo europeo, soprattutto mitteleuropeo, una narrativa fantasiosa alla Rushdie, un intreccio di rimandi letterari, complesso e profondo, potente e commovente, picaresco e preciso, David Uclés ha dato vita a un capolavoro. A chi parla ancora della morte del romanzo (se ancora se ne parla, se va ancora di moda); a chi si interroga sul connubio narrazione-storia e si chiede quali siano le forme e i limiti del romanzo storico; a chi vaneggia alla ricerca di grandi scrittori che oramai non ci sono più; a chi non riesce più a stupirsi della forza della pagina scritta, date da leggere La penisola delle case vuote, un romanzo che rimarrà di certo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La penisola delle case vuote
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