La mia vita con Virginia
- Autore: Leonard Woolf
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Edizioni Lindau
- Anno di pubblicazione: 2019
La mia vita con Virginia si presenta come una biografia molto speciale. Leonard Woolf, marito di Virginia, tra il 1967 e il 1969 ha lasciato vari scritti autobiografici da cui le edizioni Lindau hanno selezionato brani ed estratti pubblicati in un’unica opera che descrive specificatamente la vita di Leonard con Virginia (2019, traduzione di Ilide Carmignani).
Avvicinarsi alla vita di Virginia attraverso gli occhi di chi le era accanto getta una luce chiarificatrice sulle sue opere. Un’opera letteraria non può essere considerata avulsa dalla penna di chi l’ha creata, un’opera attinge direttamente dalla mente e dall’anima del suo autore; e nel caso di Virginia questo legame è evidente, quasi dolorosamente trasparente.
Leonard, in questi scritti, si rivela un intellettuale e scrittore all’altezza della moglie, sia per raffinatezza di stile sia per profondità di contenuti e riflessioni, senza contare la levatura umana che emerge con forza: quella di un uomo profondamente innamorato della propria compagna, di un amore che è rispetto, sostegno, cura, ammirazione. Il suo sguardo non è mai indulgente né pietistico; è uno sguardo partecipe, vigile, a tratti straziato, ma sempre lucido.
Virginia era una personalità complessa, una donna tormentata, affetta da un grave disturbo depressivo che la spinse più volte a tentare il suicidio, fino all’ultimo gesto, nel 1941. Leonard narra le fasi della malattia, i sintomi, la paura, il senso di impotenza di fronte a una delle caratteristiche più rilevanti della depressione: l’incapacità del malato di ammettere di esserlo. Con grande tatto e infinito rispetto per la persona, la donna e l’artista, Leonard si prende cura di Virginia, impara a conoscere la sua malattia e la affronta al suo fianco in un’epoca in cui le donne venivano fatte rinchiudere in manicomio dai mariti, dai padri o dai fratelli per molto meno.
A regola si dovrebbe dire che una “follia” come questa, che accompagnò l’intera vita di Virginia come una minaccia continua e terribile maledizione, differisce solo per grado, come durata e violenza, dagli stati mentali che in certe circostanze si riscontrano abitualmente in ognuno di noi. Se è così, una vena di follia, allo stato iniziale, è presente in ognuno di noi.
Molteplici sono le riflessioni di Leonard sulla follia, basate sull’osservazione dei sintomi di Virginia, fino a individuarvi il germe del genio, certo che la creatività traesse ispirazione da tale dea nefasta.
“Seguire ciecamente la mia voce” e “le voci che mi turbinavano davanti”: questa è senza dubbio un’esatta descrizione dell’ispirazione geniale e della pazzia, che mostra quanto sia spaventosamente sottile il velo che generalmente le separa, un fatto scoperto almeno duemila anni fa e spesso riconosciuto nel tempo. Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit - non c’è mai stato un grande genio che non avesse in sé un grano di pazzia – dice Seneca.
Genio e follia hanno origini antichissime legate al concetto di divino e irrazionalità. La creatività attinge a risorse non logiche né coerenti, l’artista vede oltre, vede attraverso, diventa veggente e abita le soglie, la liminalità. Nella cultura greca la mania (μανία) era un dono divino che consentiva di attingere a una verità preclusa alla ragione; nell’etimologia del termine si fondono follia e divino, e ancora oggi l’immagine dell’artista rimanda a una discesa negli strati più profondi dell’inconscio, là dove affiora l’Ombra. In termini archetipici, il genio è colui che attraversa l’Ombra, uno psicopompo che accompagna le anime nella discesa: come un moderno Orfeo, scende negli inferi della psiche e ne riemerge con un canto. La follia, allora, non è soltanto frattura, ma varco verso una dimensione altra, in cui l’immaginazione diventa rivelazione.
Tuttavia, la vita di Leonard e Virginia non fu soltanto dolore. Fu anche costellata di momenti sereni; godevano di una certa agiatezza economica, in particolare grazie alla famiglia di origine di Virginia, nella quale non mancarono dissidi e segreti scabrosi, ma neppure il sostegno all’estro e all’istruzione della figlia. In questo contesto, la casa diventa un tema centrale. Per Virginia e Leonard abitare non significava semplicemente occupare uno spazio interno: era un modo di stare al mondo.
Io sono convinto, però, e lo dico sulla base della mia esperienza, che a lasciare i segni più profondi nella vita di una persona siano proprio le diverse case in cui abita […] cosicché forse la scansione in capitoli di un’autobiografia dovrebbe essere determinata dai vari periodi passati nelle diverse case; l’uomo che abbia trascorso tutti i suoi anni in una stessa casa non avrebbe una vita di cui scrivere.
La casa, in queste pagine, assume un valore che travalica l’aneddoto biografico e si carica di una forza archetipica. È il grembo e il rifugio, il perimetro entro cui l’identità prende forma, ma anche l’atanor della creazione. Non è difficile ravvisarvi l’eco di quella “stanza tutta per sé” che Virginia teorizzerà come condizione imprescindibile della libertà femminile e dell’atto creativo: uno spazio fisico che diventa spazio mentale e psichico, una soglia tra il mondo esteriore e l’intimità della scrittura. La casa come archetipo del Sé, con le sue stanze luminose e i suoi sotterranei d’ombra, i suoi spazi pubblici e quelli privati; e ogni trasloco, ogni nuova dimora, equivale ad una metamorfosi interiore. La casa è soglia tra fuori e dentro, tra persona intesa come maschera sociale e interiorità.
L’opera è anche testimonianza di uno spaccato della società inglese del primo Novecento, in particolare di quel cenacolo di intellettuali noto come Bloomsbury Group, che influenzò il pensiero europeo fino al secondo dopoguerra. Virginia e Leonard frequentavano l’alta società, quella da cui proveniva Virginia e che Leonard, di origini ebraiche e meno agiate, poteva osservare dall’interno con uno sguardo insieme partecipe e critico. Le sue riflessioni sulla psicologia delle classi sociali inglesi rivelano una consapevolezza sottile delle dinamiche di potere, di quell’atmosfera di autorità, buone maniere, rispettabilità che le caratterizzava.
La psicologia delle diverse classi sociali inglesi è estremamente importante nei suoi effetti sull’individuo [… ]. Sul piano sociale [l’alta borghesia, la nobiltà di provincia e l’aristocrazia, ndr] davano inconsciamente per scontato ciò che io non avrei mai potuto dare per scontato nemmeno consapevolmente. Vivevano in un’atmosfera tutta particolare, fatta di autorità, buone maniere, rispettabilità […] So di avere un atteggiamento ambivalente verso l’aristocrazia, perché se da un lato non mi piace e ne ho persino disprezzo, ne invidio al tempo stesso l’insolente urbanità.
Dotato anche di spirito pratico, Leonard intuì la necessità di indirizzare Virginia verso un’attività manuale che potesse distrarla e alleggerire la pressione nei momenti più critici della malattia. Così nacque la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, che pubblicherà molte opere, tra cui quelle della stessa Virginia, inizialmente quasi del tutto stampate a mano da loro stessi. La Hogarth Press fu fondata nel 1917 nella loro casa di Richmond, a Londra. Nacque inizialmente come piccola tipografia domestica, con un torchio manuale acquistato dai coniugi, e divenne poi una delle case editrici più influenti del Novecento inglese. Un esempio di energia creativa che oltrepassa l’aspetto puramente intellettuale e non disdegna il lavoro artigianale: la scrittura che si fa anche gesto, inchiostro, pressione tipografica. Creare significava, per loro, assumersi interamente la responsabilità dell’opera, dalla nascita dell’idea alla stampa materiale delle pagine scritte. Negli stessi anni in cui Carl Gustav Jung, allontanatosi da Freud, compiva studi sulla forza terapeutica dell’atto creativo manuale, come il disegno, sia Leonard che Jung colgono intuitivamente che la creatività non è solo produzione estetica e intellettuale, ma anche un processo di integrazione psichica e che l’attività manuale era in grado di funzionare come regolatore psichico. Virginia, stampando materialmente libri, metteva simbolicamente ordine alle parole e alle immagini che le affollavano la mente.
È particolarmente significativa l’osservazione secondo cui, per Virginia, non tutte le forme di scrittura avevano lo stesso impatto sul piano psicologico. La stesura dei saggi la manteneva più saldamente ancorata alla realtà, richiedendo uno sforzo prevalentemente critico e razionale; la narrativa, invece, la esponeva a un coinvolgimento molto più profondo e totalizzante. La prosa la conduceva fino a una soglia di esaurimento interiore: al termine di un romanzo, si ritrovava svuotata, come se l’opera avesse assorbito le sue energie più intime, lasciandola in uno stato di intensa prostrazione.
Leonard non manca neppure di esprimere considerazioni di carattere storico-politico, in un’epoca in cui il pensiero intellettuale non era ancora filtrato dalle cautele linguistiche contemporanee del politicamente corretto. Leonard osserva con lucidità le derive dei totalitarismi europei, distinguendo tra le diverse forme di barbarie che minacciavano il continente.
Com’era diverso, in quei giorni minacciosi, il fascismo degli Italiani dal nazismo dei Tedeschi! Sotto la superficie della vita italiana la volgare barbarie di Mussolini e dei sicari che avevano ucciso Rosselli era senza alcun dubbio molto simile a quella di Hitler e di Göring; ma se la storia della Germania non ha mai, nemmeno per brevi periodi, permesso alla civiltà di diffondersi o di metter radici presso il popolo tedesco, la storia dell’Italia, in oltre duemila anni, ha fatto degli abitanti di quella nazione un popolo così profondamente e irrinunciabilmente civile che nessun barbaro, da Alarico con le sue orde germaniche, a Mussolini coi suoi fascisti indigeni, è mai riuscito a riportarlo al grado di barbarie dei tedeschi.
Ecco come Leonard vedeva gli Italiani all’occasione di un suo viaggio negli anni del fascismo. Eppure, nonostante la guerra e la politica lambiscano le loro vite, il cuore del libro resta altrove: nell’intimità di un legame. Dall’opera traspare una vibrazione profonda e luminosa: il solido sostegno del marito all’autrice è esempio di un amore raro, soprattutto in relazione a una donna di genio in un’epoca che mal tollerava l’autonomia femminile. Ed è forse questo che rende La mia vita con Virginia una biografia diversa: non la celebrazione di un mito, ma il racconto di una convivenza quotidiana con il genio e la sua Ombra.
E ogni morte, così inevitabile, eppure sempre così inaspettata e oltraggiosa, ci coglie come una mazzata alla testa o un colpo al cuore. In ogni tomba entra una piccolissima parte di noi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La mia vita con Virginia
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