- Autore: Roberto Mazza
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Il paradosso di Gerusalemme: luogo sacro riconosciuto dalle tre grandi religioni abramitiche monoteiste, ma città profondamente lacerata, nella divaricazione etnico-religiosa-politica della popolazione che la abita. Quando sono nate le divisioni? Precedono di mezzo secolo la Guerra dei sei giorni del giugno 1967, non risalgono nemmeno al primo conflitto arabo-israeliano del 1948, derivano dalla cesura storica tra l’Impero Ottomano e l’amministrazione britannica oltre centodieci anni fa. Chiarisce tutto un saggio di Roberto Mazza, per Viella Editrice, La città contesa. Gerusalemme e la nascita della questione di Palestina (1914-1920) (aprile 2026, collana “La Storia. Temi”, 308 pagine, con un inserto di undici immagini d’epoca in bianconero, su carta semilucida).
La Gerusalemme di oggi, con i suoi problemi, le separazioni, le incomprensioni e le discriminazioni, è nata quando da città multietnica sotto la mezzaluna è diventata sotto la Union Jack un crogiolo di rivendicazioni nazionalistiche inconciliabili. L’autore, ricercatore specializzato in storia della Palestina e del Medio Oriente, esamina proprio il passaggio dal controllo ottomano a quello inglese, entrando nella vita quotidiana di allora, più che nei luoghi e i bureaux dove si prendevano le decisioni. Andando a interrogare idealmente una parte della popolazione, commercianti, religiosi, funzionari, sulla base di quindici anni di lavoro su documenti inediti.
Roberto Mazza è Visiting Scholar nel Buffett Institute for Global Affairs della Northwestern University, ad Evanston Illinois, oltre che Executive Editor della rivista accademica “Jerusalem Quarterly” e conduttore del Jerusalem Unplugged Podcast. Non ha inteso offrire una prospettiva dell’intera storia della città; ha voluto invece soffermarsi sulle origini delle divisioni, quando la gestione britannica ha sostituito manu militari quella del tardo Impero Ottomano e prima del riconoscimento alla Gran Bretagna del Mandato sulla Palestina, da parte della Società delle nazioni, antenata dell’ONU.
I sultani tennero Gerusalemme per quattro secoli esatti, dal 1517 al dicembre 1917, quando le colonne inglesi e dell’Intesa, al comando del generale Edmund Allenby, strapparono la città santa alle truppe turche. Lo storico milanese confronta i due “governi”. Nonostante le pessime referenze della propaganda inglese e della storiografia coloniale britannica, a gara nel dare un’immagine della Gerusalemme ottomana “arretrata, trascurata e bisognosa di una modernizzazione di stampo occidentale”, studi recenti hanno rivelato una realtà decisamente meno negativa. Dopo le riforme della metà del XIX secolo, la città visse uno sviluppo urbano e una riorganizzazione amministrativa che cominciarono a modernizzarla. I rappresentanti di Istanbul riuscivano a gestire il delicato equilibrio tra le diverse comunità religiose. Pur mantenendo differenze gerarchiche tra i vari gruppi, favorivano una coesistenza che garantiva autonomia significativa alle comunità cristiane ed ebraiche. La gestione dei luoghi sacri funzionava, senza conflitti.
L’approccio ottomano alla diversità religiosa di Gerusalemme era notevolmente pragmatico, orientato più al mantenimento dell’ordine e alla riscossione dei tributi che all’imposizione di una rigida uniformità.
Con l’arrivo degli inglesi, irruppero le ambizioni coloniali europee, i giochi di potere, il fomentare gli opposti nazionalismi. Nel vecchio continente, i Paesi dell’Entente salutarono la vittoria di Allenby come un successo anche sulla Germania. Parlavano di “liberazione” di Gerusalemme, da un dominio primitivo antioccidentale, ma il cambio di visione e governance assunse caratteri di potere: sembrava riproporsi l’antica politica romana nei territori conquistati, divide et impera, fa’ contrapporre e comanda.
Ronald Storrs, primo governatore militare di Gerusalemme, implementò una “visione romanticizzata” della Gerusalemme biblica, spesso a scapito delle realtà, del vissuto e delle aspirazioni dei suoi abitanti. Incise anche sulla città con una personale sensibilità estetica. La pianificazione urbana e l’archeoconservazione seguirono criteri selettivi, che esaltavano determinati periodi ed estetiche, ma emarginavano altri. Regolamenti edilizi resero obbligatorio il ricorso alla pietra di Gerusalemme, irrigidendo la Città vecchia in un contesto medievale, “conforme solo alle aspettative occidentali”.
Sotto l’aspetto politico, l’attuazione della Dichiarazione Balfour, l’insediamento della Commissione sionista a Gerusalemme e il progressivo accoglimento delle sue istanze alterarono le dinamiche di potere cittadine. Invece di bilanciare le rivendicazioni contrapposte, vennero sempre più favoriti gli obiettivi israeliti, che generarono conflitto e posero le basi per la successiva divisione fisica della città post-1948.
Una curiosità. In Italia, la presa di Gerusalemme (alle operazioni aveva partecipato anche un nostro contingente) fu salutata con entusiasmo, pur raffreddato dagli echi della sconfitta di Caporetto. Vennero affissi manifesti in luoghi pubblici e redatti articoli celebrativi della conquista, sottolineando anche la piccola presenza militare italiana tra i combattenti in Palestina, non oltre un migliaio di uomini. La stampa alternò la rievocazione storica delle crociate all’esaltazione della missione civilizzatrice dell’Intesa. La Chiesa Cattolica romana era ovviamente compiaciuta, ma le celebrazioni tennero un profilo minimo. La stretta politica di neutralità decisa da papa Benedetto XV non consentiva festeggiamenti ufficiali nella Città del Vaticano. L’Osservatore Romano venne comunque autorizzato a pubblicare un articolo che esprimeva sentimenti profondi per la conquista di Gerusalemme, da parte di una potenza cristiana, grazie alla “Divina Provvidenza”.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La città contesa. Gerusalemme e la nascita della questione di Palestina (1914-1920)
Lascia il tuo commento