- Autore: Aleksandr Beljaev
- Genere: Fantascienza
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788885772700
Ha quasi un secolo (pubblicato nel 1928) ed è un romanzo fantascientifico-sentimentale-psicosociale, il più apprezzato di uno scrittore russo di narrativa fantastica futuribile della prima metà del Novecento. L’editrice milanese Agenzia Alcatraz ripropone in seconda edizione, dal 2018, L’uomo anfibio (gennaio 2026, collana “Solaris”, 200 pagine) di Aleksandr Beljaev, nella traduzione di Kollektiv Ulyanov.
Oltre ad avere ispirato ben due film, negli anni Sessanta e molto più di recente, questa storia fantastica si deve a un autore che ha incontrato un destino impressionante: è morto di fame a causa dell’invasione nazista della Russia, nella Seconda Guerra mondiale. Aleksandr Romanovic Beljaev era nato a Smolensk, nel 1884. Dopo studi di musica e diritto, aveva conseguito la laurea in legge nel 1906, visitando successivamente la Francia e l’Italia prima della Grande Guerra. Nel 1915, una tubercolosi ossea alla colonna vertebrale lo ha paralizzato per mesi, periodo nel quale ha divorato e approfondito le pubblicazioni di romanzieri come Jules Verne e Konstantin Ciolkovskij. Il trasferimento a Mosca, nel 1923, coincise con l’avvio della produzione letteraria, una cinquantina di romanzi e molti racconti brevi, gli uni e gli altri di varia ispirazione scientifica, dalla fisica alla chimica, dalla cosmologia alla genetica ai trapianti (presenti nel suo titolo principale, Celovek-amfibija, considerato un classico della science fiction russa). Morì di di stenti durante l’assedio di Leningrado, il 6 gennaio 1942, a Carskoe Selo, area preferita dall’urbanistica zarista a San Pietroburgo, poi denominata Detskoe Selo dopo la Rivoluzione sovietica e dal 1937 Puškin, perché luogo di nascita dello scrittore.
Il romanzo con il giovane capace di nuotare nelle profondità del mare, dopo un intervento polmoni-branchie eseguito dal padre, dott. Salvator (un ideale collega in mutazioni del Moreau dell’isola di H. G. Wells) è stato ripreso alla larga nel pluripremiato film di Guillermo del Toro “La forma dell’acqua”, Leone d’oro nella 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e vincitore di ben quattro Oscar nel 2018 (miglior film, miglior regista, migliore scenografia, migliore colonna sonora).
Se il tema della donna e dell’essere marino mostruoso antropomorfo ha qualche riferimento ampio al capolavoro di Beljaev, una pellicola di produzione e regia russa datata 1961-62 lo ha trasposto invece quasi alla lettera sul grande schermo. Per la regia di Vladimir Chebotaryov e Gennadi Kazansky, ebbe un riscontro di pubblico impressionante: il film più visto di tutti i tempi in Russia (65 milioni di biglietti venduti). La storia è proprio quella di un bel ragazzo pesce, ambientata in un territorio costiero sudamericano. Lo ricostruirono a Cuba, popolato da turbolenti pescatori di perle e avidi capitani-armatori di pescherecci d’altura. La critica più recente ha parlato di un ibrido tra la sirenetta disneyana e il mostro squamoso della Laguna Nera. Fanno sorridere oggi le stelle del cinema russo di allora, con gli occhi chiari che brillano sull’abbronzatura posticcia realizzata con strati di makeup terra marrone.
La trama del romanzo porta in una cittadina marinara argentina, dove si è diffusa la leggenda del diavolo del mare, arrivata di bocca in bocca fino alla capitale Buenos Aires, argomento di cronisti e corsivisti dei giornali scandalistici. Se golette o navi da pesca affondano senza apparente motivo, se le reti si rompono o il pesce già pescato scompare, dev’essere colpa della misteriosa creatura di cui ogni tanto si ascoltava la voce terribile: un suono di corno. Altri sostengono che il diavolo a volte lancia benevolmente grandi pesci sulle barche dei pescatori e che ha perfino salvato un uomo che stava affogando: se l’è caricato sul dorso e portato fino a riva, scomparendo poi subito. La cosa più sorprendente, tuttavia, è che il diavolo stesso non è mai stato visto. Nessuno è in grado di descrivere che aspetto abbia.
Nelle prime pagine, il perfido pescatore di perle Baltazar e il capitano Zurita fanno allestire dagli indios araucani una trappola di reti in una grotta marina. Nella notte illuminata dalla luna, dei campanellini diffondono l’allarme, gli uomini si lanciano verso le cime e cominciano a tirare su la rete, in cui qualcosa si dibatte. È il corpo di un essere metà uomo e metà animale. Occhi enormi e squame argentee brillano sotto i pallidi raggi lunari. Il diavolo compie sforzi per liberare un braccio, taglia le maglie con un coltello... si libera.
Lasciamo stare il romanzo per il bene dei lettori. Torniamo semmai al film. Un dottore e scienziato ha operato una mutazione chirurgica sul figlio Ittiandro, minacciato da bambino da una grave malattia: ha sostituito i polmoni malati con branchie di pesce. Il ragazzo, ora cresciuto, può vivere in acqua come sulla terraferma. Un tale, perfido, don Pedro vorrebbe catturare il mostro del mare di cui si parla, per sfruttarlo nella raccolta delle perle. Brama anche di sposare la giovane Guttiere, che s’innamora d’Ittiandro, salvata dal ragazzo dalla minaccia di uno squalo. Il padre dottore punta a colonizzare l’oceano, per creare una società migliore di quella sulla terraferma. Rivela il progetto a un giornalista che stima, Olsen, mostrandogli Ittiandro come primo esempio del piano. Anche Olsen s’innamora di Guttiere, contesa tra tanti.
Ripetiamo che il film riscosse un enorme successo nell’ex URSS, negli anni Sessanta, per quanto la storia sia ambientata
in un paese di lingua ispanica, i protagonisti abbiano tratti russi, tutto il resto del cast sia un misto di indiani vestiti con sombrero e forse qualche turco.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’uomo anfibio
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