L’orologiaio di Borgo Pio
- Autore: Antonio Mazzocchi
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Il giallo si addice al cassazionista e anche al deputato: il napoletano Antonio Mazzocchi è stato alla Camera dal 1994 al 2008 e ha scritto testi di politica ed economia, prima di scoprire il fascino delle vicende poliziesche e d’incontrare-creare un poliziotto che le interpreta. Il vicequestore Guido Carpineti è in azione anche nel secondo thriller dell’ex patrocinatore in Cassazione, ex parlamentare ma scrittore in servizio permanente effettivo, L’orologiaio di Borgo Pio, pubblicato da Minerva Edizioni (Bologna, giugno 2025, 224 pagine).
Fino a Omicidio a Montecitorio (2021), Mazzocchi, classe di ferro 1938, aveva calcato altri generi letterari, dando alle stampe tra gli altri A tavola con la storia nel 2009, Onorevole, no grazie, avvocato nel 2015, una volta esaurita l’esperienza politica attiva, fino a Pandemia e populismo, di chiara stagione epidemica, sempre nel 2021. Diritto, pandette e argomentazioni legali nei suoi scritti professionali. La produzione saggistica guarda invece alla storia politico-economica, con varie sfaccettature. Nei due noir, classicamente ma con scorrevolezza, morti ammazzati, indagini e qualche inevitabile complicazione. I suoi gialli sono storie che più romane non si può, il primo ambientato nel Palazzo della Camera dei Deputati, il secondo all’ombra del Cupolone, oltre Tevere.
Castel Sant’Angelo, San Pietro e l’area di Borgo Pio, scrive Mazzocchi, sono il centro della vecchia Roma papale, ma è “davvero difficile” riuscire a respirare l’atmosfera mistica di questi luoghi durante il giorno, mentre migliaia di turisti e lavoratori passano, ripassano e riempiono le strade e le piazze. All’alba, invece, ogni vicolo è spopolato e il silenzio genera “un’atmosfera unica e magica”, che valorizza la solennità e la bellezza dei luoghi. Quell’atmosfera, proprio nelle prime ore del mattino, viene rotta dal suono delle sirene della polizia e di un’ambulanza. Fasci di luce blu lampeggiano in un angolo del rione e guastano l’incanto.
Facciamo un passo indietro di qualche ora. Borgo Pio ne ha viste di violenze, anche contro la sua stessa fisionomia urbana, e non parliamo del Sacco di Roma del 1527. Dagli anni Trenta del Novecento a oggi, nell’arco di poco meno di un secolo ha subito due modificazioni, impattanti sull’immagine del quartiere. Una, urbanistica, è quella voluta da Mussolini per aprire via della Conciliazione. L’altra, merceologica e identitaria, ha visto negli ultimi anni la sparizione delle botteghe artigiane che caratterizzavano la zona, sostituite da bazar di paccottiglia turistica per le folle in visita a San Pietro e dintorni, ai quali si sono aggiunti gli spacci gremiti di prodotti alimentari e bevande a basso costo, gestiti da extracomunitari. Entrambe le trasformazioni hanno sollevato le critiche dei puristi del paesaggio urbano e della tradizione. Per creare l’effetto cannocchiale (comunque meraviglioso) e consentire la vista senza ostacoli da Castel Sant’Angelo alla facciata della grandissima chiesa, venne sventrata nel 1936 la Spina di Borgo, agglomerato di antiche costruzioni e strette viuzze sul quale l’architetto Bernini aveva basato nel XVII secolo straordinari effetti prospettici, nell’avvicinarsi da spazi angusti all’enormità di Piazza San Pietro. Gli abbattimenti hanno rappresentato per tanti un’autentica violenza, con gli abitanti “deportati” nell’estrema periferia di allora.
Quanto ai negozietti attuali, per qualcuno il mancato rispetto di ogni norma, commerciale e igienica da parte degli esercenti degli spacci, ha reso Borgo Pio un mercato di robaccia senza regole e senza requie, di giorno e di notte. “Avete trasformato queste strade in una latrina”, rinfaccia Pietro Mannucci a un giovane negoziante bengalese. Quasi vengono alle mani. L’italiano ha una storica bottega di vendita e riparazione di orologi, dal quale stenta ormai a trarre il necessario per vivere. È amareggiato e scontroso, sempre più impensierito.
Adesso torniamo alla Polizia e all’ambulanza, su via di Porta Angelica. Da un’auto civetta della Omicidi scende il vicequestore Carpineti. È un poliziotto esperto e stimato, gli si deve la soluzione di molti casi che hanno occupato per mesi la stampa. Gli agenti della Scientifica, impegnati a repertare tutto il possibile, lo informano che la vittima è un uomo caucasico, vestito dignitosamente, di aspetto abbastanza curato, intorno ai sessant’anni, deceduto pare a causa di colpo inferto all’addome con arma da taglio. Il ragazzo del bar vicino lo ha riconosciuto: è Mannucci, della vecchia orologeria a pochi metri, in via Plauto. L’ultimo erede di una vecchia famiglia di orologiai, tanto tenacemente attaccato all’attività lasciatagli dal nonno e dal padre, non aveva ceduto nonostante le vicissitudini economiche e neppure contravvenuto al patto di continuità sottoscritto idealmente con chi lo avevano preceduto nel gestire la piccola bottega.
Il cadavere viene trasferito all’Istituto di Medicina legale. Lascia per sempre “quel tanto amato angolo della Roma antica, di certo non per sua volontà”. La vittima è uscita di scena, fisicamente, e il protagonista, Carpineti, è appena entrato. Gli tocca dipanare il vero dal falso, il detto dal non detto, vera chiave dell’indagine, prima di poter chiamare il magistrato, annunciargli la soluzione del caso e finalmente accendere all’aperto l’inseparabile sigaro toscano. È un suo rito, al termine di un lavoro complesso. Non gli pesano l’impegno da esercitare, non sceglie mai la strada più semplice per arrivare alla verità. Non cede alla tentazione di scegliere i colpevoli più facili. “L’ambizione per un vero poliziotto non può che essere quella di scovarli”.
L'orologiaio di Borgo Pio
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