Ritenere che la morale sia una, definita e definitiva, è una credenza di moralizzatori e moralisti, cioè di chi vorrebbe imporre la propria, magari in nome di una qualche divinità, dichiarandola universale e imperativa, e sanzionando i presunti trasgressori, in questo o in quell’altro mondo. Dunque sarebbe una morale deduttiva, come quella dei Dieci Comandamenti; se si rifiuta tale deducibilità, comunque giustificata, è conseguente supporre che la morale abbia una storia. Ovvero che sia comparsa in un certo momento del percorso evolutivo della specie Homo e che durante questo percorso si sia andata trasformando; dunque è necessario cercarne l’origine nella storia naturale e culturale dell’umanità, nella nuova prospettiva storiografica che viene definita storia profonda, perché intreccia i tempi storici con quelli biologici. Come fa il filosofo tedesco Hanno Sauer, autore di L’invenzione del bene e del male (Laterza, 2023), per il quale la complicata, stratificata, tormentata storia della morale si può scandire in successive e complesse trasformazioni.
All’inizio, durante i milioni di anni in cui è avvenuto il percorso evolutivo dell’ominazione, è accaduto che quel debole essere protoumano costretto dai mutamenti climatici a vivere nella savana, un ambiente inospitale e pericoloso nel quale si dovevano costantemente temere i predatori, non solo apprese la stazione eretta ma di fatto inventò la morale, il cui fondamento è la cooperazione. Il comportamento cooperativo consiste nell’anteporre all’immediato interesse individuale un più ampio bene comune che avvantaggia tutto il gruppo di cui l’individuo fa parte; non è semplicemente abnegazione o altruismo, che richiedono una mente complessa disposta al sacrificio, né è facilmente realizzabile, perché anzi il comportamento non-cooperativo pare essere più vantaggioso per chi ne approfitta (nella teoria dei giochi è definito il free rider), eppure si radicò talmente da divenire uno schematismo innato, una predisposizione sociale. Sicuramente questo successo adattativo è dovuto al bisogno di cacciare in gruppo, che richiedeva coordinazione e reciproca fiducia per ottenere risultati migliori, dunque l’istituzione di modalità di ricerca degli obiettivi, di partecipazione alla caccia, di spartizione della preda, ecc.; quelle che in psicologia vengono definite “intenzionalità congiunte”. Ogni volta che noi moderni ci interroghiamo sull’essenza dell’umanità di fatto impostiamo quest’equazione: animale + x = essere umano; ebbene, certamente questa x così enigmatica comprende pure questa originaria disponibilità alla cooperazione.
La capacità di cooperare consentì di sopravvivere più agevolmente, incrementando la popolazione e dunque la formazione di gruppi sempre più numerosi. Ma se da un lato la maggiore densità demografica amplificava i vantaggi della cooperazione, dall’altro aumentava la possibilità di conflitti sociali, rendendo dunque necessario un maggior autocontrollo per moderare comportamenti aggressivi o opportunistici dei membri non-cooperativi; si doveva distinguere ciò che è bene da ciò che è male per il gruppo, perciò cominciarono a manifestarsi pratiche punitive, in forma di sanzioni sociali, come la deplorazione che dissolve la reputazione, ma pure di punizioni violente. Ovviamente non possiamo avere testimonianze di forme arcaiche di pena di morte (la prima testimonianza di un supplizio sono i graffiti delle grotte dell’Addaura, risalenti al termine del Paleolitico Superiore), tuttavia se ne può dedurre l’esistenza dalle mitologie antiche nonché dai moderni studi etnologici (ad esempio sappiamo che i nomadi Boscimani del Kalahari la usano come estrema ratio, partecipando collettivamente all’omicidio del colpevole). L’emarginazione o l’eliminazione dei membri non-cooperanti o pericolosi per il gruppo divenne di fatto una selezione intraspecifica il cui effetto fu la “sindrome della domesticazione”, cioè un insieme di fattori caratteristici degli animali addomesticati che li rendono diversi dai loro consimili selvatici: neotenia (la conservazione di caratteristiche fisiche tipiche dello stadio giovanile), muso più corto, orecchie e denti piccoli, cranio e cervello di dimensioni più ridotte, maggiore docilità e giocosità, maggior bisogno di prossimità e di effusioni. Questi fattori (che si è scoperto avere una base genetica) sono presenti anche nell’Homo Sapiens, che dunque è un animale che si è autodomesticato. Poiché la sindrome di domesticazione nell’Homo Neanderthalensis è appena accennata, si può supporre che essa abbia iniziato a manifestarsi dopo la separazione della comune linea evolutiva, cioè tra i 750.000 e i 250.000 anni fa, trasformandoci nella specie umana più docile e cooperativa e, dunque, più efficiente. Infatti tutte le altre specie scomparvero, incapaci di reggere la competizione con Homo Sapiens.
Circa 50.000 anni fa, quando iniziò la sua migrazione verso l’Asia e l’Europa, Homo Sapiens disponeva di sviluppate capacità cognitive, un linguaggio e una gran quantità di manufatti: utensili, armi, lampade, tende, perfino imbarcazioni; si apprestava a diventare la specie umana egemone tra quelle allora esistenti e, infine, l’unica. A cosa era dovuto questo straordinario successo evolutivo? Al fatto di essere – così lo definì Danilo Mainardi – un animale culturale, in grado di sottrarsi ai vincoli della determinazione biologica dotandosi di strumenti, tecniche e comportamenti che gli consentono sia di adattarsi meglio all’ambiente in cui vive, sia addirittura di modificarlo; come concisamente ma efficacemente scrive Sauer:
Gli altri animali sono nel mondo, gli esseri umani hanno un mondo.
Ma è evidente che l’evoluzione culturale non può esistere senza una complementare evoluzione morale, poiché il patrimonio di cultura di cui l’essere umano dispone dev’essere preservato e quindi trasmesso attraverso l’apprendimento, perciò sempre di più è necessario che vi siano norme comportamentali di convivenza, accordi di cooperazione, valori condivisi, gerarchie sociali.
Tutta la storia dell’ominazione indica il crescente sviluppo della cooperazione e l’essere umano sembra avere la fondamentale caratteristica dell’ipersocialità, base di un notevole grado di eguaglianza politica, materiale e sociale; ma poi, probabilmente a causa di sopravvenienti mutamenti climatici, aumento demografico e innovazione tecnica, si verificò un evento profondamente innovativo: l’invenzione dell’agricoltura, che trasformò il nomade cacciatore in un contadino sedentario. Per Jared Diamond, l’autore dell’ormai classico Armi, acciaio e malattie, quello fu il più grande errore nella storia umana, una trappola da cui l’umanità non è più tornata indietro. Certamente provocò un peggioramento della salute (la sedentarietà alimentò malattie infettive ed epidemie, una dieta carente e l’aumento del carico di lavoro) e il rischio di carestie, a causa della dipendenza da poche colture e dall’esito dei raccolti; ma soprattutto determinò una nuova stratificazione sociale, con la comparsa di élite dominanti, divisioni di casta o di classe, rilevanti diseguaglianze sociali. Non poteva accadere altrimenti, poiché l’inevitabile aumento della popolazione, la residenza e la necessità di un’organizzazione del lavoro agricolo costringevano a superare il modello del piccolo gruppo di cacciatori la cui struttura sociale si basava sulla cooperazione, la condivisione delle regole, le relazioni di parentela; ci voleva una struttura centralizzata, con il potere coercitivo dei guerrieri e, soprattutto, quello legittimativo dei sacerdoti. Perché ci volevano valide ragioni per accettare l’ingiustizia di essere perseguitati, sfruttati, oppressi, e queste ragioni furono fornite dalle religioni, che dunque aggiunsero alla morale una nuova dimensione, che infine si perfezionò col monoteismo, che alle punizioni terrene aggiunse l’idea della colpa come peccato e la sanzionabilità trascendente: forse il corpo può sfuggire alla pena in questo mondo, ma non l’anima nell’altro mondo.
Di fatto, da quando si istaurarono le prime civiltà agricole la storia dell’umanità piuttosto che un progresso è stata un’odissea plurimillenaria che ha traversato dispotismi, guerre, sfruttamento, povertà, ingiustizie, persecuzioni. Per circa 5.000 anni il fatto che le civiltà, tutte, si fondassero sulla diseguaglianza e sulla coercizione e la violenza di pochi ricchi e potenti mentre la stragrande maggioranza della popolazione viveva povera e priva di diritti non fu mai messo in questione. Finché, dopo il XIV secolo, iniziò una serie di concomitanti trasformazioni della fede religiosa, delle attività economiche e lavorative, delle forme di governo e di stato che progressivamente congedarono la società tradizionale inaugurandone una nuova in cui andò forgiandosi un essere umano diverso, insofferente alla sudditanza a cui da millenni era costretto, che si concepiva libero e quindi impaziente di liberarsi. È per questo che l’età moderna è stata, nel bene e nel male, un’età di riforme e di rivoluzioni. Ma ciò non sarebbe potuto accadere se, alla base delle riforma protestante, del diffondersi del capitalismo e della cultura umanistica, non ci fosse stata anche un rivolgimento morale.
Il modo in cui Sauer spiega tale rivolgimento è davvero storicamente avvincente, poiché fa riferimento al concetto di weirdness, elaborato dall’antropologo Joseph Heinrich. Ci sono parole un po’ bislacche che indicano persone con particolari comportamenti sociali che si vanno diffondendo nell’uso comune della lingua e che probabilmente sono già entrate nel lessico delle persone mediamente colte, come nerd, neet, boomer, hater, hikikomori ecc.; altrettanto probabilmente invece sarà ancora sconosciuto lo strano acronimo weird: western educated industrialized rich democratic: occidentale, istruito, industrializzato, ricco e democratico. È il tipo di personalità che si è formato attraverso un lungo sviluppo culturale, sociale e, soprattutto, morale; ecco perché riveste una funzione essenziale nella storia della moralità che Hanno Sauer delinea in L’invenzione del bene e del male. La sua individuazione è davvero singolare, poiché è avvenuta osservando nei laboratori di psicologia le caratteristiche dei partecipanti agli esperimenti che vi si svolgono, ma il fatto rilevante è che si è dimostrata l’esito di una complessa storia evolutiva (tratteggiata da Heinrich in Weird. La mentalità occidentale e il futuro del mondo). La weirdness è contraddistinta da un modo di pensare astratto e analitico, un comportamento individuale e anticonformistico, una protosocialità impersonale; statisticamente riguarda soltanto il 12% della popolazione mondiale ma è concentrata soprattutto nel mondo occidentale, per cui dev’essere in qualche modo connessa con la sua formazione. Ad esempio: se si chiede a una persona weird di definirsi, risponderà parlando della sua professione, dell’età, degli studi e dei propri successi, solo successivamente menzionerà le relazioni di parentela, i figli, la comunità di appartenenza; ciò perché pensa se stesso come un individuo autonomo, mentre nel resto del mondo ancora predominano personalità inclini a pensarsi in modo olistico, focalizzate sui legami comunitari più che sugli attributi individuali, che si concepiscono innanzi tutto come membri di una famiglia patrilineare, di un clan e di una associazione religiosa, componenti e tutori di una rete di relazioni parentali, amicali, sociali che sostengono le loro comunità. Come fu in passato anche in Europa; e ora non più. La tesi di Heinrich è che in Europa la tradizionale società fondata sulle relazioni di parentela e sulle gerarchie sociali è stata dissolta dalla Chiesa cattolica nel Medio Evo, con le sue punizioni, imposizioni, proibizioni, quali il divieto del matrimonio tra consanguinei e di quello poliginico, il consenso verbale pubblico alla cerimonia matrimoniale per frenare i matrimoni combinati, la residenza indipendente per i neosposi, la proprietà individuale e l’eredità per testamento personale, l’istituzione del padrinaggio ecc.. Al termine di questo plurisecolare processo, le strutture familiari e claniche dell’Europa occidentale scomparvero per lasciare il posto alla famiglia nucleare proto-borghese, innescando una sequenza di cambiamenti che determinarono una profonda trasformazione della società e forgiarono un nuovo essere umano, consapevole della propria individualità e quindi, ormai sgravato dai vincoli familiari e comunitari, fuori dalla ragnatela di abitudini, obblighi e convenzioni proprie delle tradizionali compagini sociali, aperto a istituzioni collettive svincolate dalla famiglia come corporazioni, associazioni mercantili e assemblee, e quindi disposto a cooperare liberamente con altri individui per conseguire determinati fini. E poiché cooperare con estranei richiede nuove regole e principi il più possibile astratti e obiettivi, nonché il riconoscimento reciproco della propria autonomia, ciò finirà per plasmare il sistema giudiziario, l’economia di mercato, lo stato di diritto e altri cardini della società europea. Il tramonto della società familistica, clanica e feudale provocato dalla Chiese stimolò infatti nuove forme di socializzazione, scoprendo modi di convivenza alternativi e indirizzando le nuove energie individuali verso originali pratiche economiche e corporative (ne è un esempio la formazione delle prime università), che aprirono la strada a nuove istituzioni basate sulla cooperazione volontaria tra individui, con accordi contrattuali e regole esplicitamente codificate. Per comprendere la portata storica di tali mutamenti basti pensare che anche lo Stato iniziò a essere rappresentato come l’effetto di un contratto, minando le fondamenta ideologiche della monarchia di diritto divino, e che la fede divenne una relazione personale con la divinità, innescando il bisogno di una riforma religiosa (un caso esemplare di eterogenesi dei fini, poiché la Chiesa fu sconvolta proprio da eventi determinati in origine dalle sue azioni).
Per Hanno Sauer, Weird. La mentalità occidentale e il futuro del mondo è probabilmente il saggio sociologico più importante del secolo, tant’è che vi si affida per descrivere uno dei momenti essenziali della sua genealogia della morale. In effetti, benché si possano avere delle perplessità (storiche: ad esempio non pare che i cambiamenti della composizione familiare siano così lineari come li descrive Heinrich: la grande famiglia contadina è connessa alla diffusione della mezzadria, quindi è un fenomeno sociale tardomedievale, mentre intorno al 1000 d.C. c’era un tipo di famiglia piuttosto simile a quella nucleare; ed epistemologiche: i complessi mutamenti che portarono alla formazione dell’età moderna non possono ridursi alla pur rilevante trasformazione della mentalità) è indubbio che quella rivoluzione sociale, culturale ed economica che si verificò in Europa circa cinque secoli fa fu anche morale: la weirdness è dunque il sostrato della moralità occidentale. La nostra, per ora.
Che è stato l’esito di una lunga e complessa evoluzione culturale e ha saputo resistitere anche all’inferno del XX secolo, a quel susseguirsi di catastrofi che sconvolsero il mondo: i crudeli dispotismi, i conflitti mondiali, la bomba atomica, l’Olocausto e gli altri genocidi. Anzi, proprio all’indomani della Seconda Guerra mondiale, forse come una resipiscenza o un’illuminazione scaturita dall’oscurità di quegli orrori, si diffuse l’idea che si potesse e dovesse espandere il perimetro della morale, cioè assolvere a quella promessa di eguaglianza e libertà per tutti che su cui si era fondata l’epoca moderna. Certamente, pur tra tanti ostacoli e contraddizioni, la seconda metà del XX secolo è stata, per il mondo occidentale soprattutto, uno straordinario periodo di progresso morale: le istituzioni statali si sono aperte ai principi liberali e democratici, i governi hanno realizzato progetti di contrasto della povertà e di sostegno alle persone fragili, si è cercato di tutelare le minoranze socialmente marginali e di garantire i diritti individuali, si è diffusa una cultura della tolleranza e del riconoscimento dell’autonomia individuale. Valutandolo storicamente, questo progresso morale può essere giudicato un evento eccezionale; tant’è che qualche filosofo l’ha definito un’anomalia inclusiva: inclusiva perché perché sempre più persone a cui non era riconosciuto uno status morale hanno avuto la possibilità, sia pure gradualmente e tra molte resistenze e difficoltà, di accedervi; un’anomalia perché appunto si tratta di un evento rarissimo nella storia dell’umanità, nel corso della quale è stato sempre un privilegio elitario.
Tuttavia probabilmente si tratta di una situazione contingente, di cui bisogna riconoscere la stretta correlazione con la stabilità sociale e la prosperità economica che hanno contraddistinto il secondo dopoguerra, di cui non è possibile prevedere la durata; così come bisogna pure ammettere che la dinamica dell’inclusione contraddice i nostri istinti morali atavici, che sono sì tendenti alla socialità e alla cooperazione, ma sempre rivolti alle persone che ci sono prossime, al nostro gruppo, quale che sia: il meccanismo sociale e culturale che ancora regge la relazione sociale è inclusivo all’interno ma esclusivo all’esterno; nonostante la ricerca di una morale universale vige ancora la struttura comportamentale noi contro loro, con tutta la conflittualità che ne consegue (dalla stupidità delle tifoserie calcistiche al furente moralismo della cultura woke, dalle rivalità campanilistiche alle guerre nazionalistiche). D’altronde, nonostante l’indubbio progresso che c’è stato, la storia non è un idillio, piuttosto un incubo, come dice Dedalus nell’Ulisse di Joyce: ”History is a nightmare from wich I am trying to awake”. Perciò Sauer ci avverte:
Questa è una storia pessimista del progresso. È pessimista perché all’interno di ogni singola generazione il male è sempre fin troppo presente. Ed è una storia del progresso perché tra le generazioni sembrano operare meccanismi che contengono un potenziale miglioramento della morale umana, e perché in alcuni casi tale potenziale viene messo a frutto. Il progresso morale è sempre possibile e spesso reale. Ma non è ovvio, perché ogni singola conquista deve essere protetta dalle forze regressive di una natura umana ingombrante, dall’irrazionalità della nostra psiche e dalla spietatezza del destino.
- Autore: Hanno Sauer
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Laterza
- Anno di pubblicazione: 2023
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’invenzione del bene e del male
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