- Autore: Jean Baudrillard
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
All’interno dell’ambito speculativo occidentale, Jean Baudrillard (1929-2007) rappresenta di fatto un’espressione dissidente. Volendo in primo luogo distanziarsi dall’assolutismo razionalista, e in secondo dall’ossessione teoretica da esso discendente: rimuovere dalla pertinenza filosofica, aspetti che rimandino a forme di apparenza, cifra peraltro caratterizzante un’attualità segnata da simulacri e simulazione. Basterebbe guardarsi attorno: con l’affermarsi esponenziale delle tecnologie digitali, la realtà che conta è sempre più realtà restituita (inquadrata) attraverso un obiettivo. Sugli schermi - protesici - dei telefoni cellulari la riproduzione mediatizzata assume fisionomie determinanti lo iato tra reale e immaginario come sempre più esiguo. In altre parole: ciò di cui è diventato maestro il pensiero occidentale è il nascondimento di ciò che, di fatto o in potenza, è ritenuto scomodo o pernicioso. Il Male (sociale) frattanto prolifera indisturbato.
Gravitante com’è sull’orbita della critica al dogmatismo scientifico, e parimenti del concetto di virtualità come espressione caratterizzanti le società, il pensiero di Baudrillard assume oggi carattere fondamentale. Tra i numerosi spunti di riflessione offerti da L’illusione della fine. O lo sciopero degli eventi (Meltemi, 2026, trad. di Alessandro Serra) c’è l’acuto presagio delle pieghe degenerative dell’Occidente agevolate dagli smantellamenti simultanei del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. L’esposizione del filosofo è nitida e inconfutabile, meriterebbe perciò di essere riportata nella sua articolata interezza. Devo nella fattispecie limitarmi a qualche stralcio, rimandando convintamente alla lettura completa del capitolo (La strategia della dissoluzione pp. 65-99):
È quindi possibile che i paesi dell’Est ci rifilino quel modello di dissesto virale, di virulenza decostruttiva dei poteri. In cambio, noi rifileremo loro il nostro virus liberale, la nostra brama coatta di oggetti e immagini, di media e di comunicazione, virus devastatore questa volta della società civile. Virus contro virus. Si tratterebbe in fondo dell’ultimo episodio della guerra fredda, di una sorta di contaminazione reciproca tra due blocchi un tempo protetti l’uno dall’altro dall’esistenza del Muro [...] la destabilizzazione quasi volontaria del blocco orientale, con la complicità dei popoli, è anche una destabilizzazione dell’Occidente. Diffidiamo dalla visione candida di una storia congelata che d’improvviso si risveglia e riprende automaticamente, come una tartaruga, la via del mare (della democrazia). Le cose sono molto più complesse. Una volta cancellata l’ipoteca del Muro, ci si accorge che esso proteggeva forse ancor più l’Ovest dell’Est. Una volta svanita l’illusione dell’Est da parte dell’Ovest, a maggior gloria della democrazia s’intende, si comincia a capire che potrebbe essere proprio il contrario – con l’Est che cannibalizza l’Ovest attraverso il ricatto a base di Diritti dell’uomo e di miseria.
Quando Baudrillard si esprime in questi termini, si è ancora all’alba degli anni Novanta. La grande confusione sotto il cielo (Mao Zegong) delle nazioni ex sovietiche era ancora da compiersi pienamente (di lì a qualche anno sarebbero state guerre intestine, sovvertimenti politici, rispolvero di fronde nazistoidi - non soltanto in Ucraina ma anche nell’ex DDR), con il resto dell’Europa - sedicente democratica e munifica - a fare la sua parte in nome della finta libertà consumista. L’illusione (persino, ndr) della fine anticipa con esattezza angosciante il mondo alienato in cui siamo precipitati. Jean Baudrillard preconizza la fine del reale, e la preconizza ai suoi esordi.
La tesi centrale del libro è riassumibile più o meno in questo modo: siamo fuoriusciti dalla storia per precipitare nella simulazione. Gli eventi accadono, si moltiplicano, saturano gli schermi ma senza più alcun peso storico: nient’altro che simulacri mediatici, spettacoli in tempo reale che attraversano lo sguardo senza imprimersi nella memoria. Nel saggio Baudrillard anticipa l’imporsi dell’era alienata dei social media. L’era della politica svilita a reality show. Delle notizie diffuse massivamente e senza verifica. Delle guerre trasformate in pornografia di immagini e commenti virali. Delle studiate campagne disinformative. Delle manipolazioni del pensiero autonomo. Ogni evento (persino il matrimonio della vicina di casa è diventato evento) è caricato di urgenza, di valenza fondamentale, e di contro consumato di fretta. Non lascia traccia, meno che mai significazioni profonde.
La progressiva digitalizzazione della realtà ha fatto sì che essa si dissolva rapidamente, senza incidere davvero. La fine della storia e la fine del (libero) pensiero in un sol colpo: il primo dei traguardi oppiacei raggiunti dal Capitale.
Ancora Baudrillard, alle pagine 97 e 98:
Il Capitale ha cannibalizzato ogni negatività della storia e del lavoro, sul registro sarcastico – letteralmente divoratore della sostanza stessa dell’essere umano, per trasformarla nella sua essenza di essere produttivo. Il Capitale ha divorato la dialettica senza pensarci due volte, attraverso l’assunzione parodistica dei termini opposti, attraverso il superamento parodistico delle proprie contraddizioni. Lo spettacolo cui assistiamo è il trionfo parodistico della società senza classi, la realizzazione parodistica di tutte le metafore utopistiche: l’uomo del tempo libero, il pluralismo transdisciplinare, la mobilità e la disponibilità di tutti i segni.
Dovrebbe essere chiaro a questo punto come L’illusione della fine si carica di importanza fondamentale. Un classico del pensiero disancorato dall’unanimismo vigente e per questo propedeutico. Ciò che ci presenta Jean Baudrillard sono le parcellazioni di un presente oscuro – millantato invece come libero e luminoso - dove niente è più falso del vero, in quanto ogni accadimento è reso spettacolarizzabile. Cioè mistificabile. Come la realtà.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’illusione della fine. O lo sciopero degli eventi
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