L’elogio della guerra. Dall’operazione speciale alla pace ingiusta
- Autore: Michele Prospero
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Al pari delle frasi fatte non sopporto gli eufemismi: piuttosto che “bulli” (come li appella qualche coraggioso) chiamerò criminaloidi di potere gli attempati guerrafondai che regimentano il pianeta. E pappagalli del potere i giornalisti prezzolati che fanno loro da portavoce. Non fatevi illusioni: fra un oligarca che avvelena gli oppositori del regime e un ottuagenario in abito da cerimonia che silenzia opinionisti infedeli alla (sua) linea, cambiano i metodi, ma si può morire anche di silenzio imposto. Premesso quindi che non esistono poteri buoni (De Andrè), aggiungo che quelli occidentali sono più infidi degli altri in quanto, al riparo del millantato paravento democratico, ne combinano di ogni, al pari (se non di più) dei demonizzati imperi del male. Le truppe cammellate della libera (dis)informazione a fare il paio con la crociata di turno, con gran dispendio di retorica, innocentismo, suprematismo geopolitico, piaggeria.
Nella classifica dell’attuale oratoria televisiva la “guerra giusta” prevale sui vecchi mantra delle “missioni di pace” condotte armi in pugno. Dato che L’elogio della guerra di Michele Prospero (Bordeaux, 2026) si sofferma sul conflitto Russo-Ucraino e sui venti mediatici che in maniera impropria lo fomentano, prima di venire al saggio mi sia concesso un ultimo preambolo sui temi “violazione del diritto internazionale” e “pace giusta e duratura”, ulteriori tormentoni salmodiati sino alla nausea da pasionari e pasionarie del regime europeista. Di contro, esplicativo risulta essere il sommario dei più recenti interventi bellici di patrocinio occidentale. Il copyright è di Marco Travaglio, qualche tempo fa sulla schieratissima La7.
Gruber (nel suo tono solito, quasi riluttante, dato l’implicito pleonasmo della domanda): “Marco Travaglio, il fatto che le leggi e le istituzioni internazionali non vengano rispettate più, a cominciare dal paese più potente del mondo che è l’America… è una cosa inquietante per tutti, no? Perché se vince la legge di chi è più forte e basta, non è che abbiamo disvelato l’ipocrisia, abbiamo semplicemente detto che chi ha la forza e il potere comanda, e tutti gli altri non contano niente. Mentre con gli organismi internazionali, le leggi internazionali, qualche paletto è stato messo dopo la guerra…”
Travaglio: “Quale legge internazionale abbiamo rispettato quando, contro l’ONU, abbiamo bombardato Belgrado per 78 giorni? Che leggi internazionali abbiamo rispettato quando abbiamo riconosciuto la secessione del Kosovo contro una risoluzione dell’ONU che diceva che doveva restare serbo? Che leggi internazionali abbiamo rispettato quando abbiamo invaso due paesi sovrani che non c’entravano niente con l’attacco alle due torri, facendo un milione e trecentomila morti in Afghanistan e in Iraq con false prove portate all’ONU? Quali leggi internazionali abbiamo rispettato bombardando la Libia contro il volere delle Nazioni Unite? Ma di che cosa state parlando? Abbiamo creato semplicemente dei precedenti che hanno legittimato ex post quello che poi ha fatto Putin, che ha fatto esattamente in piccolo, in Ucraina, quello che abbiamo fatto noi in grande. Non è mai esistito il diritto internazionale.”
Ciò riferito e per i quattro a cui interessa: sto dalla parte di Travaglio. L’ipocrisia e la retorica risultano perniciose al pari delle menzogne pronunciate sapendo di mentire. Che anime pure le anime occidentali.
Arrivo al compendio sull’ideologia di guerra (sottotitolo Dall’operazione speciale alla pace ingiusta) stilato da Michele Prospero. Si tratta di una raccolta di articoli affilati – l’autore è docente di Filosofia politica all’Università la Sapienza - usciti sull’“Unità” dal marzo 2022 al gennaio 2026. Parafrasando Eco: quattro anni di desiderio di pace più sbandierato che desiderato. Gli articoli di Michele Prospero orbitano proprio attorno al blaterare pubblico sul conflitto russo-ucraino. Al netto dei caduti in battaglia, la disinformazione di guerra, delle (s)ragioni di ambo le parti (nessuna ragione può trovare ragione in una guerra) ciò che più risulta infastidente è la partigianeria, il tifo da stadio, la miopia, il pressapochismo storico con cui il casus belli viene affrontato – politicamente-mediaticamente – nell’alveo fazioso della democrazia italiana, nomata spesso come “imperfetta” con ridicolo amor patrio giustificazionista.
Attestati su giornali di grido, affacciati da televisioni nazionali, velinari e suffragette del potere proliferano come funghi. Prima la “guerra al virus”, adesso le guerre a scelta: la musica non cambia e nemmeno la partitura dialettica eseguita dei suonatori. Proprio la precettistica della cosiddetta “guerra giusta” costituisce il collante ideale dei capitoli del libro. L’ottusa cantilena del “militarismo mediatico” chiamato a distogliere attenzione dalle inettitudini occidentali: nessun piano politico alternativo al conflitto, nessuna idea di trattativa che non rimanga flatus vocis. Da questa dialettica belligerante a vuoto, parcellizzata e normalizzata attraverso un reiterato martellamento dichiarativo (ricordate il pollaio mediatico-governativo-istituzionale dell’era Covid? una cosa così, su quella scia) discende per le masse mediatizzate l’abitudine non solo alla pochezza concettuale, ma la cristallizzazione di un conflitto nel cuore dell’Europa che rischia di protrarsi ab libitum.
Beninteso che in un clima generale di semplificazioni da bar sport, i tentativi diplomatici risultano a loro volta futili passerelle per i criminaloidi di cui sopra - un modo come un altro per rassicurare chi se la beve (in tanti) e dire di averci provato -, e la pace (“giusta e duratura”, non sia mai) intanto diventa una chimera.
Due stralci dagli articoli di Michele Prospero possono convincervi su come invece andrebbero dette le cose, anche fuori dai denti, se occorre. Il primo pezzo ha un titolo che si commenta da solo, Pace, la parola che nessuno vuole pronunciare, e risale al 30 giugno 2023. Scrive l’autore:
C’è un termine che agli analisti crea un grosso nodo in gola. Ed è la parola pace. Il ‘macellaio’ Putin è un despota spietato che ricorda quel caporale con i baffetti in scena negli anni Trenta? E allora ‘armi, armi, armi’. Lo zar è un autocrate infiacchito dai capricci del suo cuoco e ormai sulla via della deposizione? La risposta è sempre la stessa: aerei F-16 per spingersi sino alla vittoria. Quando la propaganda sostituisce l’analisi esente dal pregiudizio, ai commentatori toccano le stesse capriole (concettuali) compiute dai ribelli della Wagner, protagonisti di un dietrofront degno della migliore commedia all’italiana. Le stesse firme, che fino a un istante prima della marcia dell’oligarca sanguinario avevano recuperato la categoria di ‘totalitarismo’ per spiegare la ferrea natura repressiva della Mosca odierna, adesso sul Foglio ricorrono al concetto opposto, quello di ‘Stato fallito’, nel tentativo di descrivere una potenza così fragile e dispersa in una miriade di sovranità private di precludere ogni velleità di negoziazione.
Il secondo estratto è l’incipit del capitolo Ursula rischia di allargare la guerra: aggressione a Mosca a fini difensivi, del 25 settembre 2024. Vedi alla voce come vola il tempo senza che fatti e comunicazioni di guerra cambino di una virgola.
Cosa succede alle culture politiche europee? Adesso che ha votato per allungare la gittata delle bombe, sino a lambirne il suolo di Mosca, Carola Rackete si dimostra una eroina “interessante” per i giornali che danno la caccia ai cocciuti renitenti di leva. Ottenuta l’agognata conferma ai vertici della Commissione, come apertura della nuova stagione, pure la scaltra baronessa democristiana tedesca si fionda in Ucraina per proseguire il suo mandato in qualità di messaggera di una ostilità infinita. E che dire dell’ex leader laburista norvegese il quale, trascorsi dieci anni di poco onorato servizio, lascia la Nato con un inno alla pura logica di potenza? Le famiglie democratiche si sono convertite al lessico delle armi, brandito all’unisono come strumento principe per la risoluzione delle situazioni controverse.
Altro che difesa preventiva: in un pianeta irrimediabilmente attestato sulle leggi del Capitale, facciamo che oggi, oltre che agli interessi economici di generiche lobby (che restano le ragioni palesi e sottese di ogni conflitto), ci sono quelli delle industrie delle armi che con la guerra perenne ci campano. E anche bene, dato il trend.
In controtendenza al diffuso superficialismo, gli articoli di Michele Prospero sono analitici e non sottacciono i mutamenti geopolitici in atto - dalle controversie interne alla Nato al ruolo crescente delle potenze emergenti - dimostrando come “la crisi europea si inserisca in un più vasto ridisegno dell’ordine mondiale”. Ne può discendere un monito che è anche una via di uscita all’impasse socio-politico attuale: ridare spessore al dibattito pubblico e - relativamente al conflitto russo-ucraino - restituire alla parola “pace” la centralità che dovrebbe primariamente appartenerle.
In ultima analisi: le tesi parcellizzate in L’elogio della guerra - confido che abbiate colto da voi il greve sarcasmo del titolo - sono di caratura oggettiva: focus ideali per (r)inquadrare il presente (belligerante) attraverso strumenti interpretativi che possano risultare autonomi. Il coraggio implicito di questo compendio ne rappresenta l’ulteriore valore aggiunto.
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In generale sono d’ accordo. Non mi torna però sul conflitto russo-ucraino o non ho capito bene, se la Russia avesse una qualche ragione nell’ invadere l’ Ucraina altrimenti sembra che le guerre nascano per capriccio e cioè che Putin s’è svegliato una mattina e ha deciso di mandare a morire un bel po’ dei suoi militari. Stendiamo un velo pietoso sull’ Europa che ha sostenuto un regime corrotto, autoritario e con elementi di neonazismo documentati. Se possibile, sarebbe bene una replica
Gentile Pasquale Ciaccio, dopo averla ringraziata per l’attenzione che ha inteso prestare al mio articolo, in merito alla questione che mi pone le rispondo che il mio intento è tutt’altro che partigiano: non sto con Putin ma nemmeno con i tanti criminaloidi di potere (criminali veri e propri?) che dettano le regole (?) della geopolitica attuale. L’intento principale del mio testo inerisce altresì alla cattiva coscienza occidentale in fatto di democrazia e di guerre.
Sarebbe insomma auspicabile che politici e giornalisti a essi supini si astenessero dall’ utilizzare due pesi e due misure nel giudicare la liceità o meno dei conflitti e/o dei genocidi di Stato, a seconda di chi li determina.
Un caro saluto.
mb