- Autore: Valeria Ancione
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Vallecchi
- Anno di pubblicazione: 2026
Una lettura che entra nelle pieghe dell’anima pagina dopo pagina, tra il vissuto e i ricordi, perché a volte l’amore e il suo coinvolgimento intenso brucia e lascia cicatrici incurabili. Diventa una malattia, con il dolore che disorienta, e si spera che prima o poi tutto passi. L’amore brucia (Vallecchi, 2026) è una storia potente, crudele, sensuale, intima e amara, scritta al maschile, “un taglio di vene” scrive l’autrice, che la dedica “a chi si perde ma si sta cercando”: nei suoi romanzi, continua, l’amore domina in ogni forma, come essenza (smarrita) dell’essere umano. Valeria Ancione, palermitana, cresciuta a Messina, vive a Roma dove si è trasferita dopo la laurea in Scienze Politiche per frequentare il corso di Giornalismo e Comunicazione di massa della Luiss. Giornalista del “Corriere dello Sport”, ha operato in tutti i settori del giornale, e ha scritto prevalentemente di donne, come le protagoniste dei suoi romanzi.
Milo e Flora sono amanti da molto tempo, dieci anni, e sembrano “scacchi che aspettano la mossa”; nuovamente all’addio, alla fine della loro relazione. Milo ha sessant’anni, è un fotografo di successo, sposato con Gilda, e ha due figli maschi: Pablo, come Picasso, e Egon come Schiele. A Gilda si è sempre affidato nel lavoro, con il suo ruolo pubblico di consorte per le mostre che gli organizzava, le esposizioni nelle gallerie della capitale, e nell’educazione dei figli. “Meno faticoso che perdersi nella ricerca della fiducia in se stessi”. L’amore per Flora lo annienta, si era abbandonato in lei dal primo momento che l’aveva vista. La fine del loro amore non smetteva di ricominciare: era invecchiato con lei e lei era cresciuta, divenuta ancora più bella, una donna che continuava a chiamare bambina. Lei è una giovane restauratrice di dipinti, conosciuta quando gli era stata diagnosticata la depressione, che lo fece ritornare a come era prima. Era stata la sua rinascita, ma Gilda era la sua famiglia, la madre dei suoi figli, la sua solidità.
Soffrirà Milo nella solitudine dell’amante, in quel dolorosissimo addio a Flora. La fine era nell’ordine delle cose; Flora sapeva che Milo non era mai uscito completamente da casa, diviso tra la famiglia e lei, e per questo l’aveva sempre ferita, “concentrata non sulle mancanze ma sui suoi vuoti”. Ci aveva creduto nella loro storia d’amore. Avrebbe desiderato dei figli ma lui i figli li aveva già, e non ne voleva altri, si sentiva troppo vecchio per ricominciare a educare. Si stavano lasciando, stavano abbandonando quella gabbia che avevano costruito insieme. Una condanna per entrambi, perché tutto ciò che lei desiderava, l’essenziale, lui non glielo poteva dare e non aveva voglia di darglielo. “Lui il tutto lo aveva già vissuto”. Amare Flora era incatenarsi al pensiero di lei, al desiderio del suo corpo. La amava, sì, ma non cercava un futuro insieme, e rinviare era un esercizio che faceva spesso.
Ora era solo la rabbia a dominarli, quella generata tra loro, ingestibile, e che li aveva portati a rinfacciarsi tutto il male che si erano fatti. Una ferita aperta, un tormento senza fine. Dopo dieci anni di attesa, ancora una volta, la domanda “dove stiamo andando?” era protagonista, e la risposta una ferita.
Ogni volta che abbiamo fatto l’amore abbiamo cercato di trapassarci, entrarci dentro da una parte e sbucare dall’altra, distinguendo sotto la pelle come fosse un velo, le mani, le nocche, le unghie.
Desiderava Flora e invece doveva lasciarla andare, perderla. Nell’amarsi dimenticavano le attese, le disattese, le ferite e le crepe, si ricuciva e si ripartiva; si perdonavano ogni giorno, “inventandosi mille modi per aprire il sipario su un altro atto e non sulla fine dello spettacolo”. L’amore brucia e non erano stati capaci di ritrarsi prima di scottarsi. Un amore, il loro, che non salvava ma consumava, che non costruiva ma divorava.
L’autrice, in questo suo ultimo romanzo, penetra nell’anima dei due amanti, guarda con gli occhi di un uomo che non ha coraggio e ha paura nel dover scegliere tra la donna che aspetta, il suo eccesso e la sua sicurezza, il suo egoismo, e ne elabora le sofferenze. Descrive straordinariamente, togliendo il fiato e rendendola così viva, la dipendenza dolorosa e logorante di una relazione diventata un supplizio: tra confessioni, attese, promesse e ferite, i protagonisti mostrano le loro debolezze e le loro tante amarezze. E poi il grande dolore di una donna di non essere stata abbastanza per l’uomo che aveva amato: non scegliere era stata una scelta, rimandare una dichiarazione, e restare poteva fare più male che perdersi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’amore brucia
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