Luca Di Fulvio (Roma, 13 maggio 1957 - 31 maggio 2023) è stato un autore, attore e drammaturgo italiano. Prima di dedicarsi alla scrittura si è diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Si è unito alla comunità teatrale americana Living Theatre per poi lavorare con Andrzej Wajda e co-fondare la compagnia La festa mobile (il loro cortometraggio Exit ha ricevuto una nomination agli Oscar).
Nel 1996 ha pubblicato il romanzo breve Zelter, dando inizio a una brillante carriera come scrittore; dopo il romanzo noir L’impagliatore (2000, trasposto per il cinema nel 2004, grazie al regista Eros Puglielli, con il titolo Occhi di cristallo), I misteri dell’Altro Mare (2002, libro per ragazzi scritto sotto lo pseudonimo di Duke J. Blanco), Dover Beach (2002), La scala di Dioniso (2006), La gang dei sogni (2008) e Il grande scomunicato (2011), nel 2013 è tornato in libreria per Rizzoli (BUR) con La ragazza che toccava il cielo, cui hanno fatto seguito Il bambino che trovò il sole di notte (2015), La figlia della libertà (BUR, 2019) e La ballata della Città Eterna (2020), quest’ultimo finalista al Premio Bancarella 2021.
È lo scrittore italiano più letto in Germania e Francia - per lungo tempo è stato ai vertici delle classifiche estere - e i suoi libri sono tradotti in sedici Paesi.
E per la prima volta da quando l’aveva incontrato si sentì pervadere da una incontrollabile, pericolosissima felicità. Che la terrorizzava. Che la soffocava. Che le toglieva il respiro. Che la schiacciava. Che la riempiva. Che la lacerava. Che la faceva a pezzi. Come un fiume in piena, come una tempesta di respiri.
“La gang dei sogni”: una storia viscerale e sensoriale
Dopo averlo ascoltato in audiolibro (Audible), mi sono domandata: come si “respira” La gang dei sogni (HarperCollins, 2024), un romanzo di una tale portata? Perché è di questo, che si parla, quando ti avvicini, con rispetto e devozione, a una storia così viscerale e “sensoriale”. È l’essenza stessa del respiro che ha voluto donare Luca Di Fulvio, quando scelse di creare dal nulla, con maestria e profonda empatia, una storia degna di essere raccontata, e ricordata, a fare la differenza. Un respiro profondo. Appassionato. Lento. Un respiro che ti prende per mano, per narrarti di lealtà, speranza, forza, coraggio. Amore. Sogni. Per mostrarti cos’è il buio, cos’è la crudeltà.
È quel filo invisibile che, anni dopo, ha legato l’anima dell’autore a quella di colui che, con profonda sensibilità e professionalità, ha saputo rendere omaggio e “giustizia” a un’indimenticabile “storia dei sensi”: con la sua voce “effetto quercia”, salda e rassicurante, l’attore e voice over Alberto Onofrietti ha contribuito a rendere intramontabile un romanzo epico, struggente e commovente. L’urgenza e la “prepotenza” di immagini così vivide e pulsanti - meravigliose pennellate su tela -, l’urlo e il sussurro sviscerati dalle voci di protagonisti e personaggi così reali e palpabili - Con(Cetta), Christmas, Ruth, Sal, Bill, Santo… -, la cura estrema riservata alla ricerca dei dettagli e particolari, il tratteggio penetrante, evocativo, così poetico e straziante al contempo, delle atmosfere invocate dall’autore, sono alcuni dei tratti distintivi di un’opera magistrale, che chiede solo di essere “respirata”. Letta. Ascoltata. O entrambe le cose. Una storia meravigliosa, vibrante, che abbraccia, con verità di intenti, il destino di immigrati italiani provenienti dalla Calabria - una giovane madre e il suo neonato -, in cerca di un loro riscatto in quella terra americana “futura” tanto lontana e tanto bramata. In cerca di una luce, dopo tanto buio.
Il senso. Era questo che aveva cercato. Dare un senso alla vita. Renderla meno casuale. Era questa la perfezione, non il successo, non la riuscita, non il coronamento di un sogno o di un’ambizione, ma il senso.
“La figlia della libertà”: un romanzo struggente e catartico
Con La figlia della libertà (Rizzoli, BUR, 2019), ancora una volta Luca Di Fulvio è pura lava incandescente sprigionata improvvisamente da un vulcano. La storia narrata, così come la sua prosa, è densa e palpitante, fluida e vorticosa, talmente vorace e bollente, così abbacinante, da far male… un libro intenso e ammaliante, che “morde” la vita, che addolora e consola al contempo, che vibra e pulsa senza esitazioni né sconto alcuno, che brucia di verità e sentimenti profondi, che scortica senza tregua l’anima, per poi accarezzarla e abbracciarla in un modo unico. Un romanzo struggente e catartico, che acceca all’istante, tanto è il bagliore di tematiche forti e delicate, di cruda denuncia sociale - immigrazione, prostituzione, mafia, disparità dei sessi, per citarne solo alcune -, tanto è il riflesso cristallino del suo stile ineguagliabile.
Tre giovani protagonisti indimenticabili - Raechel, Rosetta e Rocco - che si affacciano (troppo) presto sul fragile orlo del precipizio della vita, scontrandosi fin da subito con fantasmi inospitali, quali il dolore, l’amarezza, la sofferenza, la fragilità, il male, il buio, che si tatuano sulla loro pelle. E sulla loro anima. E se è vero che, con evidente maestria e toccante sensibilità, Di Fulvio sa addentrarsi fra le ombre più insidiose e gli inganni più subdoli di “una selva oscura”, altrettanto vero è che alla fine sa donare al lettore la “diritta via”, conducendolo al raggiungimento di uno spiraglio di luce, e gettando i semi della speranza e della fede, della forza e del coraggio, dell’amore e del sogno, è riuscito a creare un complesso tessuto narrativo profondamente emozionante. Una storia meravigliosa, dall’eco potente e penetrante, di fattura e portata “viscerale e sensoriale”, nella quale è inevitabile perdersi e abbandonarsi piacevolmente, con la fedele promessa, da parte di Di Fulvio, di ritrovarsi “attraversati dentro” da qualcosa di più grande, di più autentico…
Perché la mafia era come la colla. Quando ti si appiccicava addosso non te la levavi più.
Per un attimo si sentì in prigione. E più solo che mai. Era sempre stato solo dentro.
Recensione del libro
La figlia della libertà
di Luca Di Fulvio
L’intervista a Elisa Ruggeri
L’intervista rivolta a Elisa Ruggeri, moglie di Luca Di Fulvio, nasce dalla volontà di rendere un sentito omaggio al ricordo di un autore prolifico e molto amato, e addentrandosi meglio fra le pagine e la dialettica di due tra le sue opere di maggior successo - La gang dei sogni e La figlia della libertà - rappresenta un invito sincero a (ri)scoprire e ad apprezzare l’intera produzione letteraria di un autore unico e degno di nota, con la speranza che tutto il suo mondo narrativo e intimo possa abbracciare in futuro più lettori possibili anche in Italia, non solo all’estero.
- Leggendo le opere di Luca è inevitabile pensare al suggestivo tema del destino. Rappresenta un fil rouge costante, seppur relativo per ciascun personaggio, volto a sottolineare come l’uomo, oltre ad averne il diritto, abbia soprattutto il dovere di essere l’artefice del proprio destino. Quanto credeva Luca in questa visione?
Le risponderò con le parole che Luca mi scrisse tempo fa:
Che bel romanzo stai scrivendo, amore mio. Ti ho vista nascere, metterti in piedi e correre con ai piedi le ali del tuo sogno. Ed eccoti arrivata al tuo traguardo! E allora parti, amore mio! Parti con le ali del sogno ai piedi, vola leggera.
La visione della vita per Luca era costituita da un intreccio di due fils rouge. Il destino e il sogno, entrambi legati indissolubilmente tra di loro, e ne sono la dimostrazione queste parole. Lo possiamo ritrovare come leitmotiv dei suoi libri. Se hai un sogno combatti per realizzarlo, la strada non sarà facile ma se lo si vuole veramente si è pronti ad affrontare gli ostacoli, ed è proprio in quel momento che il destino entra in gioco mettendoci alla prova. La strada per realizzare un sogno non è mai dritta e in pianura, al contrario è fatta di tornanti, di bivi e di fossi. Questo è il messaggio che Luca ci vuole trasmettere in ogni suo libro, ed essendo lui stesso un grande sognatore sapeva bene che era così.
Suo padre le aveva insegnato che ogni essere umano era figlio delle proprie scelte e che tutti avevano il dovere di determinare il proprio destino.
- Luca ha saputo esplorare, in modo magistrale, un eterogeneo ventaglio di emozioni e riflessioni, e lo ha fatto con una profondità e una sensibilità piuttosto rare, degne di nota. Quanto erano fondamentali per lui la presa di coscienza e l’ascolto della propria anima?
Non vorrei sembrare sintetica ma la risposta è molto semplice. Era vita per Luca.
Si nutriva nell’ascoltare la sua anima ma soprattutto cercava di cogliere l’essenza del suo interlocutore. Comprendo che può sembrare ovvio che io parli di Luca utilizzando solo belle parole, ma è per il semplice motivo che l’ho conosciuto quando avevo 40 anni e la vita mi aveva già messa alla prova con le persone. Quando conobbi Luca erano già alcuni anni che andava in analisi e non se n’è mai vergognato, perché gli ha permesso di avere ulteriori strumenti per comprendere le diverse sfaccettature dell’animo umano.
Penso che un esempio di questa sua capacità la possiamo ritrovare nei suoi personaggi, in particolare in quelli che definiamo “i cattivi”. Vengono introdotti da Luca in modo violento, aggiungo sicuramente per una questione di ritmi narrativi, ma a mano a mano che si prosegue nella storia inserisce dei dettagli psicologici e dei traumi infantili che completano il quadro di quel personaggio, rendendolo, per assurdo, più umano. E per quanto mi riguarda, arrivo anche a giustificarli.
Ma i loro occhi erano allacciati. E in quegli sguardi velati dalle lacrime ci furono più parole di quante avrebbero potuto dire, più verità di quante avrebbero potuto ammettere, più amore di quanto avrebbero potuto mostrare. E c’era più dolore di quanto fossero capaci di sopportare.
- In entrambi i romanzi emerge la netta sensazione di trovarsi di fronte a storie letteralmente “sensoriali”, dove l’abbandono, da parte di Luca, ai sensi è totale, profondamente coinvolgente. Sono opere “viscerali”, “carnali”, capaci di dialogare con il lettore mediante il ricorso ai cinque sensi, alle infinite sfaccettature proprie del linguaggio del corpo. Secondo la dialettica di Luca, quanto può plasmarci, determinarci questo approccio fisico? Quale valenza assume nelle nostre scelte?
Nelle interviste che Luca faceva all’estero esordiva sempre dicendo: “Per prima cosa vi dico che sono Italiano e in quanto tale gesticolo molto e amo il contatto fisico!”. Era questa sua "italianità" che gli aveva permesso di trasportare i sensi nei suoi romanzi.
Un altro aneddoto molto carino mi è stato raccontato da una cara amica di Luca, la grande attrice Elena Sofia Ricci, che mentre si trovava in una libreria partecipò a uno scambio tra due persone. “Leggi questo… è stato fatto quel film meraviglioso!”, diceva una di queste. Elena Sofia Ricci, incuriosita, si avvicina alla signora e vede che ha in mano una copia de La Gang dei sogni. A quel punto, interviene e le dice: “Signora, non è mai stato fatto un film da questo romanzo!” La signora ha insistito nel convincere Elena Sofia che era lei a sbagliarsi.
Questa era la potenza della scrittura di Luca. Luca si guardava intorno, osservava attentamente tutto utilizzando i cinque sensi perché poi sapeva che ogni emozione scaturita da uno dei suoi sensi si tramutava in parole mentre era di fronte alla tastiera del suo computer. Penso che questo non capiti a tutti ma che sia una prerogativa delle persone dotate di un’estrema sensibilità e curiosità verso ciò che le circonda così come verso chi le circonda.
- Le sue opere percorrono una vasta gamma di temi, così come ruotano attorno a un ventaglio di figure umane differenti e indimenticabili. Nello specifico, ne deriva un’attenzione particolare di Luca verso i cosiddetti “ultimi”, rivolta alle persone più umili, fragili e deboli. Da dove nasceva questa sua profonda inclinazione, questo atteggiamento così empatico?
Conoscendo bene Luca so per certo che a questa domanda avrebbe risposto: “Io sono l’ultimo”.
Ogni sofferenza, ogni dolore affrontato dopo una prima defaillance permette all’uomo, se intenzionato, a crescere e non a diventare arido o, peggio ancora, disumano. Per cercare di smorzare l’atmosfera, vorrei farvi sorridere dicendo delle innumerevoli volte che con Luca abbiamo detto di voler adottare persone più che maggiorenni solo per cercare di aiutarle e soprattutto perché sapeva della vita fortunata che aveva. Questo è un punto cruciale dell’essere Luca Di Fulvio. Sapeva che era un uomo fortunato, lo dice anche nell’ultimo video che aveva registrato qualche giorno prima di lasciarci.
Non sapeva che potessero esserci uomini e donne tanto bassi e tanto alti. Cosi tanti colori d’occhi e di capelli. E persone tanto forti e tanto deboli, tanto ingenue e tanto furbe, tanto ricche e tanto povere, tutte insieme. Come nella Babele che raccontava il prete a messa, al paese.
- Più volte ci si imbatte in diversi estratti dove emerge una sorta di richiamo a Dio, come se alcuni personaggi avessero il potere e il dovere di rivolgersi a lui. Quale era il rapporto di suo marito con la fede, con la spiritualità? Riusciva sempre a farla dialogare con la vita terrena, con la realtà circostante, o a volte tra queste due dimensioni nasceva una sorta di conflitto?
Bella domanda, Chiara. Le rispondo dicendo che, come nella maggior parte di noi, la questione è molto combattuta e Luca, nonostante una fede scolastica ed essendo una persona che ascoltava, parlava e leggeva, si era trovato più volte in crisi. Nel momento in cui ho fatto il trasloco ho dovuto mettere in ordine tutto il suo studio, e in quel momento ho scoperto un Luca devoto a Padre Pio e a tanti Santi che “giacevano” tra le pagine dei suoi quaderni. Ho capito che nei periodi bui sapeva sempre di poter contare sulla sua fede. È ovvio che nel momento in cui la morte si stava avvicinando Luca sentisse paura, ma penso che sia umano.
- Parlando di Natura, che legame aveva con lei? Era fonte di ispirazione, di ricerca e interpretazione? Come si approcciava dinnanzi all’ambiente, agli stimoli fornitigli dai paesaggi circostanti?
Per me la natura è Luca. La prima estate che passammo insieme, Luca mi portò nella sua amata montagna. Uno chalet su un cucuzzolo della montagna in Friuli, al confine con l’Austria e la Slovenia, ex Jugoslavia. Appena si dice chalet si immagina uno chalet con tutti i confort. Ma non è così! Era uno chalet in una valle desolata e soprattutto era privo di corrente elettrica. Era il contatto diretto con la natura. Si andava a letto al tramonto e ci si alzava con il sorgere del sole. Immerso in una valle dove scorreva un torrente dove spesso Luca andava a fare le passeggiate con la sua amata Emma, una labrador nera, e Pinola, una pura razza meticcia. In molti gli chiedevano se fosse in quel posto che Luca prendeva ispirazione o riuscisse a scrivere i suoi libri. La risposta era: no! No, perché amava così tanto quel posto, quella natura, che non avrebbe permesso a niente e nessuno di distrarlo dal vivere quei momenti. Ha più volte raccontato delle estati passate dalla nonna a Novara, dove aveva adibito un bagno di casa come rifugio per tutte le rane che riusciva a raccogliere per evitare che finissero nei menù dei ristoranti.
Come se il cielo stesso avesse deciso di scendere tra quella gente, per merito delle donne.
Come una speranza. E insieme una promessa.
- Altro tratto distintivo era sicuramente un’attenta, accurata ricerca e rappresentazione dei dettagli e dei particolari, così come della parola e anche del suono. Era, si potrebbe definirlo, un perfezionista in questo, un amatore delle descrizioni ricche, “dense”, perché capaci, secondo Luca, di emozionare profondamente e di veicolare al meglio diversi messaggi?
Assolutamente sì. Luca era un perfezionista, al limite del disturbo ossessivo-compulsivo. Ma per quella che è la mia visione di professionalità penso sia giusto e doveroso. E Luca lo faceva per i suoi lettori, oltre che per sé stesso, dal momento che lui era, prima che uno scrittore, un lettore. Avevamo la casa riempita di libri, alcuni erano anche doppioni, perché se non lo trovava andava immediatamente a ricomprarlo. Ho assistito diverse volte a liti tra Luca e il suo editor che gli diceva “ma in italiano non è corretto!”, e lui rispondeva che anche se non seguiva le regole grammaticali era giusto così perché dava il senso che voleva assumesse. Era un dono, quello che aveva. Era capace di trasportare il lettore nel suo mondo solo attraverso una descrizione minuziosa di dettagli: è proprio questo che è tipico dei romanzi di Luca.
- Secondo lei, da dove nasceva l’urgenza di Luca di voler mettere a confronto due mondi differenti come l’Italia e l’America, tratteggiati sia ne "La gang dei sogni" sia ne "La figlia della libertà"? Cosa stimolava la sua volontà di addentrarsi fra i chiaroscuri di due realtà per molti aspetti contrapposte ma pur sempre con sfumature simili? Cosa salvava, e cosa rinnegava, di queste due realtà territoriali e sociali?
“Descendemos de los barcos.” Questo è l’incipit de La figlia della libertà. Luca aveva come una sorta di ammirazione verso le persone che per disperazione avevano abbandonato la loro terra per cercare fortuna in una terra nuova. Sentiva forte il senso di patria. Durante il lockdown, quando alle 18 ci si affacciava dalle finestre e si cantava e urlava “Ce la faremo insieme!”, puntualmente i suoi occhi si velavano di lacrime. Anche questo era segno del fatto che fosse un eterno sognatore, con il desiderio che l’essere umano riuscisse a capire il valore della fratellanza e dell’amore verso gli altri.
L’amore era in grado di far cambiare le persone. Profondamente. Le faceva diventare più forti. E più belle. Più nobili.
- [domanda a cura dell’attore Alberto Onofrietti] Quanto, secondo lei, in riferimento a "La gang dei sogni", la lettura veicolata dall’audiolibro è riuscita a riprodurre fedelmente lo stile e lo spirito propri di Luca? In generale, ritiene che una voce narrante possa costituire un filtro, porre una sorta di limite, sapendo in partenza che fornirà un’interpretazione in qualche modo “univoca”, che riflette l’individualità e la relatività proprie dell’esecutore? Inoltre, crede che l’esecuzione di un audiolibro possa limitare l’immaginazione e la fantasia che scaturirebbero da parte di un lettore dinnanzi alla mera lettura cartacea? In sostanza, intravede delle analogie e/o delle differenze, in termini di resa, di percezione, di potenzialità, tra la modalità cartacea e la lettura in audiolibro?
Ho detto in diverse occasioni che era la prima volta che ascoltavo un audiolibro ed è stata un’esperienza nuova e immersiva. L’ho amato molto. Avevo letto La gang dei sogni già due volte e per ripassare bene i vari passaggi confesso che non avevo modo né voglia di rimettermi a leggere il libro, per cui ho pensato che avrei potuto ascoltarlo. Già dalle prime pagine, mi si è aperto un mondo. La voce di Alberto Onofrietti era calda, come immaginavo fosse la voce dei personaggi de La gang dei sogni. Penso comunque che sia anche molto soggettivo ma l’ho amato davvero tanto.
Non penso assolutamente che l’audiolibro possa mettere un filtro perché, come è avvenuto nel caso di Alberto Onofrietti, non ho percepito una sua intonazione personale ma la semplice esecuzione di un testo in cui la punteggiatura e la grafia scandiscono il ritmo del libro. Così come non penso che possa alterare l’immaginazione dell’ascoltatore perché ognuno di noi, a seconda dello stato d’animo e del momento in cui si ascolta, è completamente libero, nudo nell’accogliere come meglio crede le parole recepite. Ho notato che, nonostante io l’abbia letto e a questo punto anche ascoltato diverse volte, ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Quando sento dire “che fortuna che hai, non l’hai ancora letto!”, mi dico invece “non è proprio così”. Lo rileggerò ancora una, due, mille volte e scoprirò sempre nuovi aspetti, nuovi dettagli che prima mi erano sfuggiti, e lo stesso vale ascoltando l’audiolibro. Ogni volta avrò un particolare che le altre volte mi era sfuggito.
Posso dire anche io di essere fortunata perché il destino mi ha fatto incontrare Luca e le nostre vite si sono unite, ma soprattutto perché posso sentirlo ancora parlare quando Sal parla con Cetta, quando Mercurio parla con Giuditta e quando Christmas parla con Ruth. Io posso ancora sentirlo che mi sussurra frasi d’amore...
Quando si diventa adulti si vede tutto sporco? Cetta non rispose. C’erano domande alle quali non bisognava rispondere. Perché la risposta era brutta quanto la domanda.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ricordando Luca Di Fulvio: i sogni, i sensi e l’eredità letteraria del grande scrittore. Intervista alla moglie Elisa Ruggeri
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